Greybeard – Oracle (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEOracle (2020) è il full-length d’esordio dei canadesi Greybeard.
GENEREUn mix di thrash, death e black per nulla scontato: punta meno su cattiveria e velocità e più su impatto, riff quadrati, musicalità e atmosfera.
PUNTI DI FORZAUn genere personale, un’ottima solidità a livello ritmico, alcuni spunti molto interessanti.
PUNTI DEBOLIUna forte omogeneità a livello di formula dei brani, una certa immaturità; in generale, un album che a tratti si perde, non si esprime al meglio.
CANZONI MIGLIORICraven (ascolta), Eternal (ascolta)
CONCLUSIONIOracle è un album discreto: svolge a dovere il compito di intrattenere, ma i Greybeard devono lavorare per affinare la loro formula.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
72
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Finché gestirò Heavy Metal Heaven, non smetterò mai di ripetere che l’originalità è importante, ma da sola non può bastare. Senza un numero sufficiente di idee a supportarla, infatti, si rischia di creare lo stesso della musica con poco appeal, che stupisce per personalità ma viene presto a noia. In parte, è questo il destino dei Greybeard: band di Calgary, in Canada, ha esordito quest’anno col full-length Oracle dopo la solita manciata fisiologica di EP. Si tratta di un lavoro che, da un lato, mostra appunto uno stile personale: mescola thrash, death e black in un connubio per nulla scontato. Non è solo per i vari influssi presenti, a tratti provenienti dal progressive rock (ma senza sforare nel prog metal, di cui ci sono solo vaghe venature) e altrove da altri generi. Il punto migliore a favore di Oracle è che, al contrario della maggior parte delle band dei tre generi, la musica dei Greybeard non è spinta su altissime velocità e non cerca la cattiveria a tutti i costi. I canadesi puntano invece su una buona musicalità, sulla potenza pura e su atmosfere oscure. È un intento che riesce loro in maniera decente, almeno a tratti: soprattutto, i canadesi possono contare su un’ottima solidità a livello ritmico, oltre a diversi spunti interessanti. Purtroppo, però, in Oracle c’è poco che spicchi davvero: neppure lo stile dei Greybeard ci riesce del tutto, nonostante l’originalità. Soprattutto, però, la band soffre di omogeneità: più varietà a livello di ritmi e atmosfere avrebbe fatto bene, invece il disco presenta spesso formule simili. In generale, i canadesi sembrano immaturi: ancora devono trovare una direzione precisa, e ciò fa sì che la loro musica a tratti si perda. È per questo che Oracle, a dispetto delle buone idee, risulta un disco solo discreto: l’idea che ne vien fuori è che i Greybeard debbano crescere.

Le danze partono da un espanso intro, un po’ lugubre a modo suo. Pochi secondi, poi Vision comincia a crescere, anche se in maniera ancora abbastanza esitante: solo dopo circa un minuto entra nel vivo. Ci ritroviamo allora in un brano che ci illustra già bene la compattezza e il concetto di metal del gruppo di Calgary. A lungo domina infatti il riffage circolare di Guy Onraet e Ross Andersen, sempre in movimento. In certi frangenti mostra un’anima più thrash, altrove ancora siamo su un death tenace e venato di groove, seppur melodico, altrove ancora sono presenti momenti rarefatti di indirizzo black. Questi ultimi sono particolari: lasciano la potenza del resto e anche l’aggressività tipica del genere per sprazzi di intimismo, peraltro ben messi. La stessa profondità si ripresenta anche in frazioni a metà tra i due mondi: sempre a tinte black, sono però più potenti, e vedono il growl di Andersen (oltre che, a tratti, la voce melodica di Amanda Bourdon). Degna di nota anche la chiusura, che vira invece sul progressive rock. Il tutto racchiuso in un episodio non esaltante ma avvolgente e buono, un’apertura valida per Oracle. Dopo un breve intro corale, che ricorda in parte gli Opeth, i Greybeard irrompono con la potenza di Unspeakable. A spiccare è però un’aura strana, maledetta ma non senza un certo senso di pathos. Esso si accentua nei momenti che riprendono questa norma in una chiave più melodica: suonano sì aggressivi ma a modo loro anche disperati, dimessi, di buona intensità. Merito anche del ritmo che, nonostante la batteria battente di Casey Rogers rimane sempre lento e oscillante, anche nei momenti più pestati, almeno nella falsariga di base. Al centro infatti c’è spazio per una sezione strana, più veloce, persino di influsso power o folk metal. L’assolo però ci sta molto bene, e all’interno del brano non stona. Piuttosto, c’è da dire che sul resto a tratti pesa la mancanza di dinamismo; in generale però abbiamo un episodio più che discreto, piacevole da ascoltare.

Craven crea un’atmosfera scomoda, crepuscolare sin dal giro iniziale. È una base che rimane a lungo nel pezzo, potente e thrashy oppure in maniera più rarefatta, per un effetto ancor più insicuro, nervoso. A tratti però i Greybeard cambiano strada, verso la prima vera accelerazione estrema di Oracle. Di solito sono escalation che culminano alla fine in momenti macinanti, death metal puro: al centro però i canadesi prendono un’altra direzione. All’inizio c’è una base ineffabile, melodica, di vago influsso prog, per poi confluire in un assolo centrale molto delicato e quindi in una brevissima apertura in cui Bourdon si fa sentire anche come bassista. A parte un altro assolo, stavolta molto classico, su una base ancora thrash nel finale, è tutto qui un pezzo lungo ma mai noioso. Al contrario, stavolta la sua atmosfera funziona bene, e lo rende il picco del disco! All’inizio, la successiva Truth si pone molto melodica, con un intro lieve, denotato dalla chitarra pulita; poi però intraprende una via meno interessante. Il panorama solito mescola espansione black e incisività thrash/death, cercando di evocare entrambe. Tuttavia, stavolta risulta soltanto né carne né pesce. Qualche melodia e qualche riff interessante sono presenti: per esempio, buone sono le vaghe puntate il doom. Ma per il resto, la canzone manca molto di efficacia e di grinta, tanto che la sezione centrale quasi stona al suo interno. Divisa tra un momento più rarefatto e uno molto più aggressivo, in questo caso colpisce con entrambi. Insieme al finale, che svolta verso una bella fuga thrash/black, è il meglio di una traccia dispersiva e poco coesa, oltre che priva di una vera direzione. Il che la rende appena decente, il punto più basso in assoluto di Oracle. A questo punto, i Greybeard piazzano Solitude, interludio tutto gestito dalla chitarra pulita in solitaria, se si escludono alcuni effetti ambientali in sottofondo. Il suo arpeggio di base è carino, ma forse si ripete un po’ troppo: meglio va quando il pezzo, al centro, si fa un pelo più denso. Arricchisce un interludio gradevole, seppur non troppo significativo.

Eternal si ricollega alla fine dell’intermezzo, ma con un arpeggio molto più cupo, sinistro. È un’essenza che i canadesi conservano anche quando entrano nel vivo. Ci ritroviamo in un brano già piuttosto lugubre nei suoi momenti più potenti, sempre di stampo thrash, ma che più spesso si muove su coordinate black. Non è un black classico, ma risulta lo stesso inquietante al massimo, specie nei momenti più roboanti. Anche quelli più di basso profilo e alienanti hanno un loro perché, tuttavia, e contribuiscono bene all’aura generale. Certo, a tratti i canadesi partono per la tangente, con frazioni un pelo troppo oblique per i miei gusti. Per fortuna, non accade spesso: in generale, abbiamo un buonissimo episodio, poco distante dal meglio del disco. Vengeance comincia quindi come una ballad lenta e sentita, dal sapore folk e in parte anche prog. E non è un’illusione: sul ritmo lento di Rogers, è Bourdon a cantare con la sua mogia voce, accompagnata da lievi melodie quasi post-rock alle spalle. È una norma che si interrompe solo davanti ad alcune deflagrazioni più intense: l’arpeggio rimane lo stesso ma scandito in maniera più cattiva, black metal melodico, e Andersen evoca una bella disperazione col suo scream. Questa alternanza è strana ma funziona, e va avanti fino a metà, prima che il metal prenda in via definitiva il sopravvento, dopo un bell’assolo su una base che unisce i due mondi precedenti. La musica svolta allora su qualcosa di più duro e compatto, più nel canone di quanto i Greybeard ci abbiano fatto sentire finora in Oracle. Minaccioso e a tratti potente, non rinuncia però in certi altri frangenti a svolazzi o fraseggi melodici. La potenza però ha sempre il dominio: la calma torna solo nel finale, con un altro assolo carino. Tuttavia, in generale il pezzo è un po’ riuscito a metà: con due parti molto diverse, non è progettato al meglio. Risulta discreto e piacevole, sì, ma visti i suoi spunti ci si poteva aspettare qualcosa di più!

Heiress of the Night comincia subito cupa e pestata, una natura che mantiene a lungo. Che siano momenti compatti e orientati al thrash o altri più cattivi, all’inizio la musica si pone in maniera molto truce. Poi però la melodia comincia a penetrare: in breve, la canzone si sposta verso il melodeath, e a volte anche oltre. Lo fa per esempio all’inizio, in cui entra la voce di Bourdon. Ancor di più fa però il passaggio di centro, in cui la musica si apre con forza. Abbiamo allora un lungo tratto a metà tra folk, prog e post-rock, tranquillo e con giusto una patina di oscurità, molto malinconica. È una sensazione che poi si intensifica ancor di più quando il metal riprende: lo evoca molto bene lo scream doloroso del cantante e una base sì graffiante, ma al tempo stesso di ottima melodia. Ancor meglio fa il finale, un ritorno di fiamma della prima frazione cantata dalla frontwoman dei canadesi. Con la sua intensità colpisce molto bene, in maniera emozionante e incisiva: merito anche di una bella melodia vocale e di quella delle chitarre di Andersen e Onraet, entrambi di vago retrogusto addirittura gothic. Pongono fine a un episodio molto buono, non tra i migliori di Oracle ma neppure troppo distante da quel livello! Ed è, anche, una traccia finale appropriata, almeno in teoria. In pratica, i Greybeard in coda schierano, dopo pochi secondi di silenzio, una ghost track senza nome. Sognante, onirica, è post-rock echeggiato, con la Bourdon e la sezione ritmica in evidenza, mentre la chitarra disegna un fraseggio lontanissimo. Dura poco, ma lascia un’ottima impressione: anch’essa insomma non è male, e va benissimo per porre fine a un disco del genere!

Per concludere, Oracle è un album che intrattiene: il suo compito, insomma, lo svolge. Ma lo fa senza esaltare: in generale, il nuovo concetto di metal estremo proposto dai Greybeard è interessante, ma c’è bisogno di affinarlo. Io come sempre auguro ai canadesi di farcela; che ciò avvenga o meno, però, intanto ti consiglio di dare una chance a quest’album. Ma solo se da black, thrash e death cerchi anche altro che la sola cattiveria: altrimenti, forse è meglio che cerchi altrove.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Vision06:30
2Unspeakable05:11
3Craven06:27
4Truth06:24
5Solitude02:20
6Eternal05:26
7Vengeance07:25
8Heiress of the Night08:59
Durata totale: 48:42
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Ross Andersenvoce e chitarra
Amanda Bourdonvoce e basso
Guy Onraetchitarra
Casey Rogersbatteria, backing vocals
ETICHETTA/E:WormHoleDeath
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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