Diablo Swing Orchestra – Sing Along Songs for the Damned and & Delirious (2009)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONESing Along Songs for the Damned & Delirious (2009) è il secondo album degli svedesi Diablo Swing Orchestra.
GENEREDel tutto indefinibile se non come avant-garde, viste le decine di influenze diverse portate dal gruppo su una base da metal moderno, arricchita spesso di influssi dalla musica da teatro e corale.
PUNTI DI FORZAUna bella attitudine teatrale, che rende la musica del gruppo brillante. Uno stile che stupisce e intrattiene con le proprie influenze, bene amalgamate da un songwritring sempre focalizzato. Una grande capacità di svariare tra diversi registri senza mai snaturare la propria personalità; in generale, della musica di gran intrattenimento.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un pelo ondivaga, con qualche sbavatura – ma niente di che.
CANZONI MIGLIORIA Tap Dancer’s Dilemma (ascolta), A Rancid Romance (ascolta), Bedlam Sticks (ascolta), Ricerca dell’Anima (ascolta)
CONCLUSIONISing Along Songs for the Damned & Delirious è un lavoro divertentissimo e splendido, un piccolo capolavoro da recuperare per chi ama esperimenti e bizzarria nel metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
91
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A seconda della loro musica, i gruppi metal si possono dividere in due categorie. La maggior parte di esse affrontano uno o pochi generi in maniera quasi esclusiva, magari anche con originalità ma senza uscire da precisi confini stilistici. Una minoranza di gruppi però è più aperta: hanno tante influenze che spesso è difficile definire il loro genere con precisione. E per quei rari gruppi folli che portano il concetto all’estremo, “avant-garde” è l’unico termine utilizzabile: è proprio il caso dei Diablo Swing Orchestra. Più che raccontare cosa suonano, è più facile dire cosa non suonano: di sicuro, il loro non è il classico metal, aggressivo o mirato sull’impatto. Questa band nata a Stoccolma nel 2003 punta più sulle atmosfere, ma anch’esse tutt’altro che classiche: non sono intense come nel metal moderno, né oscure come in quello estremo, se non in certi momenti. Piuttosto, direi che sono brillanti, puntano sull’intrattenere e sullo stupire con le loro influenze e il loro lato sperimentale. Un intento che ai Diablo Swing Orchestra riesce benissimo, come dimostra per esempio il loro secondo album Sing Along Songs for the Damned & Delirious.

Al suo interno, come già detto, sono decine le influenze abbracciate dalla band. La musica da teatro (da cui riprendono anche l’attitudine enfatica) e quella corale sono il punto di riferimento, ma a tratti schierano anche influssi vintage, per esempio swing. E, oltre a questo, in ogni canzone c’è un’influenza diversa: l’unica cosa ad accomunarle è il loro innesto su una base metal sui generis, moderna e che a tratti devia verso il groove. Il tutto viene unito in maniera eccellente: in Sing Along Songs for the Damned & Delirious, di rado si trovano scalini tra le varie componenti. Merito di un grande songwriting da parte dei Diablo Swing Orchestra: sempre focalizzata, la band svedese mostra una grande abilità nell’amalgamare i tanti elementi. E non solo: il suo punto di forza assoluto è il saper svariare tra moltissimi registri in fatto di melodie, di strumenti, di atmosfere senza mai snaturarsi, mantenendo anzi intatta la propria personalità. Anche ciò rende Sing Along Songs for the Damned & Delirious un album divertentissimo, in cui non ci si annoia mai. E poco importa, in fondo, per la sua scaletta un pelo ondivaga, con tanti alti ma anche qualche basso. Si tratta di un problema relativo per i Diablo Swing Orchestra, che per il resto riescono a intrattenere alla grande!

Sin dalla rullata iniziale di Andreas Halvardsson, A Tap Dancer’s Dilemma si rifà ai tempi d’oro dello swing, seppur a percussioni e trombe si affianchi presto un riff metal. All’inizio quasi in sottofondo, esplode poi grasso, potente. Si rivela incisivo sia nella sua chiave più d’impatto, spesso aiutata dai cori e dalla voce impostata del leader Daniel Håkansson, sia in quelli in cui lo swing comanda il loro ritmo. Ottimi anche i passaggi in cui quest’ultimo ha più il sopravvento, o si ibrida in una strana forma con del rock dal sapore semi-progressivo. Il tutto in una struttura per niente lineare, ma facile da seguire: merito di melodie riuscite e di una costanza nel ritmo incalzante. Proprio quest’ultimo tra l’altro rende l’intero brano dannatamente divertente, nonché il picco assoluto del disco che apre! Ma non va peggio con A Rancid’s Romance: si apre con un intro di pianoforte dall’aspetto quasi intenso, serioso. Poi però la musica devia su lidi che fondono la musica tradizionale spagnola con una base metal in qualcosa di convincente. A tratti la prima è da sola, ed evoca la lieve malinconia tipica; quando però il secondo è presente, si aggiunge qualcosa di arcigno e cupo. È una sensazione che poi gli svedesi sviluppano anche meglio nei refrain, che lasciano la base di partenza per qualcosa che ricorda la musica di A Nightmare Before Christmas per carica sinistra, seppur in un modo più rumoroso. Tra cori stonati (volutamente) e una buona cattiveria, sono strani ma si inseriscono bene nel resto. Ottima anche l’evoluzione, che man mano rende la musica più allucinata, prima di un lieve finale sinfonico, espanso e sereno. Crea un contrasto particolare, ma che non stona al termine di un altro pezzo da novanta, un pelo sotto al meglio di Sing Along Songs for the Damned & Delirious per qualità!

Dopo due pezzi immediati, i Diablo Swing Orchestra virano su qualcosa di più impenetrabile e complesso con Lucy Fears the Morning Star. Ma non è un problema: anche così il livello rimane altissimo. Lo si sente sin dall’avvio, in cui la tromba di Martin Isaksson disegnano un panorama solenne, “da duello”. Questa sensazione rimane nella norma di base, che scorre all’inizio senza troppa fretta. Poi però il voltaggio comincia a salire: spuntano allora delle escalation più cattive e potenti, a tratti con un riff puramente groove metal, altrove invece cadenzatissime, serrate e coi cori dissonanti di AnnLouice Lögdlund (a tratti fin troppo, ma senza che ciò dia grande fastidio). Per un paio di volte, le montagne russe emotive salgono e scendono, finché il lato più metal sembra prendere il sopravvento. A esso però si affiancano presto influenze latine, in un ibrido bislacco ma che funziona. È proprio quest’anima che, dopo un ultimo potente sfogo metal, porta a termine il brano in un outro di nuovo spagnoleggiante. È il finale perfetto di un pezzo non tra i migliori del disco ma validissimo, grazie ai tantissimi grandi spunti dei suoi oltre sei minuti e mezzo senza mai noia! Ma va ancora meglio con Bedlam Sticks, brevissima ma pregna di contenuto. Inizia soffice, con un ritmo quasi intimista, di vago appeal swing, su cui poi i cantanti della band mostrano tutta la propria teatralità. Poi però la musica entra nel vivo coi refrain, melodici e di una strana malinconia; il resto del pezzo si muove tuttavia su altre coordinate ancora, proponendo (come dice il nome stesso) un’evoluzione schizofrenica. Tra ritorni di fiamma dell’intro, momenti intricati e altri piuttosto aggressivi – molto più della media dei Diablo Swing Orchestra – ci ritroviamo in un ambiente caotico, ma che nonostante ciò coinvolge benissimo, Merito di tanti passaggi splendidi, come quello di trequarti, tra industrial e alternative metal; anche i momenti più ironici però funzionano bene. In generale, abbiamo un altro grande pezzo, non tra i migliori di Sing Along Song for the Damned & Delirious ma neppure troppo lontano da quel livello!

New Worlds Widows rappresenta quasi una pausa per la band svedese. Presenta infatti molte meno stranezze: un intro strano, tra una chitarra pulita e venature elettroniche, poi parte rocciosa, solida. Senza grandi svolazzi, stavolta sono le chitarre a disegnare un riff solido e potente, mentre alle sue spalle ci sono solo vaghi echi. È una norma preoccupata, la cui angoscia esplode poi nei ritornelli: tornano alla teatralità e vedono Lögdlund esprimersi con tecnica lirica, per un effetto carino che siano più cadenzati o più espansi. Le uniche divagazioni a questa alternanza sono al centro, con una sezione calma, denotata da un carillon, e soprattutto quella sulla trequarti, dove la band si scatena. Sia le ritmiche, di gran potenza, sia gli archi di Johannes e Henrik Bergion disegnano qualcosa di terremotante, di impatto. È uno dei punti topici di un pezzo che per il resto tende un po’ a nascondersi: non spicca molto all’interno di Sing Along Song for the Damned & Delirious, di cui rappresenta addirittura il punto più basso. In ogni caso, i Diablo Swing Orchestra fanno meglio a partire da Siberian Love Affairs. Breve interludio di musica folk dell’Est Europa (e di effetti sonori “da taverna”), non ha alcuna funzione se non introdurre al meglio i temi della successiva Vodka Inferno, che inizia in maniera metallica, ma con un ritmo molto tradizionale. Presto altri elementi si aggiungono, come il cantato di Lögdlund e dell’ospite Kosma Ranuer o il violino. Ne risulta una crescita che porta a chorus da convincente folk metal, quasi con una sua solennità. Non manca però lo spirito giocoso degli svedesi, ben rappresentato non solo dal ritmo dinamico e incalzante, ma anche in molti svolazzi. Che siano di carattere folk, bizzarri come da abitudine della band o metallici, funzionano bene. In generale, il songwriting rimane di altissimo livello: il risultato è un’altra traccia eccelsa, breve ma significativo!

Memoirs of a Roadkill lascia da parte il metal per una lieve ballad persa in qualche punto tra blues, rockabilly, swing e country. È un brano semplice, tranquillo, con la voce di leader su una base fatta di chitarre pulite, il basso di Andy Johansson, il violoncello di Bergion e la batteria di Halvardsson. A tratti però si apre, per momenti soffici che ricordano il prog più aperto e lieve. È uno strano contrasto, ma carino, e valorizza un pezzo che, a dire il vero, non spicca granché in una scaletta di cui rappresenta il punto più basso. Il che la dice lunga su Sing Along Song for the Damned & Delirious, visto che il suo livello rimane molto buono! È però tutt’altra storia con Ricerca dell’Anima: dopo un breve preludio obliquo, i Diablo Swing Orchestra si trasformano nella versione metal del più classico surf rock! Tra il ritmo incalzante tenuto da Halvardsson, il riff nervoso ma aperto, qualche svolazzo di chitarra pulita e i cori di Lögdlund, abbiamo della musica che va in quella direzione, e lo fa con lo stesso divertimento tipico del genere. Anche i frangenti più pestanti spesso sono vitali e di intrattenimento, almeno di solito: fanno eccezione alcuni passaggi come per esempio i ritornelli. Invece preoccupati, con una forte nostalgia, si uniscono però bene col resto. Degna di nota anche la sezione di centro, ancor più orientata verso il surf rock, prima di deviare però verso un certo intimismo, con persino un assolo del clarinetto di Jonatan Jonsson. Questo strumento è poi presente anche quando il metal riesplode, per qualcosa di vago retrogusto jazz, ma ben piazzato. È un altro tocco di classe per un altro pezzo splendido, a poca distanza dal meglio del disco!

Siamo ormai arrivato alla fine di Sing Along Songs for the Damned & Delirious, ma i Diablo Swing Orchestra hanno tempo per un ultima zampata con Stratosphere Serenade. Pezzo più lungo del disco, si apre subito con un violino nervoso, ancora di vago sapore folk. Rimane in scena anche quando il metal inizia a fluire, per un effetto drammatico, poi confermato dalle ritmiche di Håkansson e Pontus Mantefors, piuttosto cupe in questo caso. Ma non manca una sfumatura di pathos e di malinconia: a tratti gli svedesi lo abbandonano, per momenti in apparenza più sereni, ma che nascondono la profondità in secondo piano. Altrove invece l’emozione torna fuori con forza, per tratti di gran lirismo – e non solo per colpa del cantato del leader. C’è però anche spazio per la potenza: in certi frangenti, il riff incide parecchio, come nella magmatica parte centrale. Essa dà però il là a un finale che invece prende tutta un’altra strada: abbraccia una strada a metà tra musica elettronica e post-rock. Anche il metal è presente, ma come accompagnamento ossessivo, per un lungo outro che lo è altrettanto. Non annoia però, anzi avvolge nella sua atmosfera alienante, grazie anche a lievi cambiamenti nei synth di Mantefors, che variano e gli danno sfumature diverse. Si tratta insomma di una componente valida per un brano che lo è altrettanto: forse non sarà al livello del meglio del disco, ma si rivela il suo ennesimo gran elemento, e come chiusura è più che adatto!

Forse a questo punto non serve neppure ribadire come Sing Along Songs for the Damned and the Delirious sia un lavoro divertente all’estremo. Certo, c’è da dire che non è un album per tutti: se non ami generi lontani dal metal, o se da questo genere pretendi oscurità, potenza, aggressività, meglio starne alla larga. Tuttavia, se al contrario sei un ascoltatore aperto alla musica in generale, e soprattutto se apprezzi ibridi così sperimentali, i Diablo Swing Orchestra sono i tuoi uomini. Se non l’hai mai fatto prima, tuffati su di loro a capofitto!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1A Tap Dancer’s Dilemma05:12
2A Rancid Romance04:27
3Lucy Fears the Morning Star06:34
4Bedlam Sticks03:29
5New World Widows05:56
6Siberian Love Affairs00:58
7Vodka Inferno04:08
8Memoirs of a Roadkill03:30
9Ricerca dell’Anima05:34
10Stratosphere Serenade08:25
Durata totale: 48:13
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Daniel Håkanssonvoce e chitarra
AnnLouice Lögdlundvoce
Puntus Manteforschitarra, tastiera, effetti
Johannes Bergionvioloncello
Andy Johanssonbasso
Andreas Halvardssonbatteria
OSPITI
Kosma Raunervoce (baritono)
Henrik Bergionpianoforte, organo, fisarmonica
Daniel Hedintrombone
Martin Isakssontromba
Jonatan Jonssonclarinetto
David Werthéncontrabbasso
Tobias Hedlundpercussioni
ETICHETTA/E:Ascendance Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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