The Black Hounds – Colossus (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEColossus (2020) è il primo full-length degli inglesi The Black Hounds.
GENEREUna base da groove metal melodico con frequenti influssi provenienti dall’heavy metal più moderno.
PUNTI DI FORZAUno stile non originalissimo ma con la giusta carica e un ottimo equilibrio tra potenza e melodia. In generale, una buona consapevolezza a livello di songwriting, che consente al gruppo di dare a ogni pezzo la sua personalità. In più, la voce varia ed espressiva di Ant Wright è un valore aggiunto.
PUNTI DEBOLIUna certa mancanza di esperienza, una forte assenza di squilli assoluti e memorabili, una registrazione molto sporca.
CANZONI MIGLIORIColossus (ascolta), Defy Messiah (ascolta)
CONCLUSIONIColossus è un album più che discreto e piacevole, ma non lascia del tutto soddisfatti: in futuro, i The Black Hounds potranno e dovranno fare di meglio!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
74
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Tra i tipi di gruppo che apprezzo di più nel metal, ci sono quelli abili a bilanciare potenza e melodia. Penso che questa bravura possa dare una marcia in più a qualsiasi disco, anche se magari non è eccezionale. Proprio questo è il caso di Colossus: esordio sulla lunga distanza dei The Black Hounds, band fondata a Wolverhampton nel 2013, è uscito autoprodotto lo scorso 14 agosto. Animato da una base groove metal con frequenti influssi provenienti dall’heavy metal più moderno, è un album compatto e duro, grazie a riff ben studiati, di buona energia. Ma anche il lato melodico è curato allo stesso modo: spesso Colossus si permette di essere melodico o persino orecchiabile, e di norma riesce anche a evocare le giuste sensazioni, a tratti davvero intense. Grazie a questo, seppur non originalissima, la musica impostata dai The Black Hounds funziona bene. Merito anche di un songwriting già abbastanza consapevole: non solo i britannici sanno mantenere un buon equilibrio, ma soprattutto sono capaci di dare a ogni canzone la giusta personalità, donandogli melodie e caratteristiche uniche. Qualcosa che sembra scontato, ma che nel metal di oggi, così pieno di dischi omogenei, non lo è affatto.

Unendo a tutto ciò anche la voce di Ant Wrigth, varia ed espressiva, Colossus aveva tutti gli elementi per essere speciale. Purtroppo però ai The Black Hounds manca ancora quel quid in fatto di esperienza, e si sente. Nonostante la citata consapevolezza, a tratti cadono in qualche sbavatura e in qualche cliché di troppo: di sicuro, hanno bisogno di maturare e personalizzare di più la loro musica. Il vero problema dell’album è però l’assenza di squilli assoluti: al suo interno c’è parecchia sostanza discreta, ma poco che faccia gridare al miracolo, e che rimanga davvero impresso. Infine, Colossus stenta un po’ anche a livello di registrazione, che è molto piatta, basilare, secca: di sicuro, valorizza poco la potenza dei The Black Hounds. Sono tre difetti importanti: se non castrano troppo la riuscita dell’album, limitano però il livello a cui la band inglese può esprimersi. Che, sono convinto, può essere almeno buono, se non ottimo!

L’iniziale Intro è spiazzante: con la sua chitarra pulita e persino un moog, disegna un panorama da prog rock vintage. Niente male nel suo, ma non c’entra molto col disco a cui dà il là dopo un minuto e mezzo abbondante, se non per il finale, in cui il batterista Joe Cleaver pesta un po’ di più. Ma c’è lo stesso un forte scalino quando Colossus attacca col suo riff rumoroso, che ricorda da lontano il death metal melodico. È una suggestione verso cui i The Black Hounds tornano ogni tanto, specie nei momenti in cui Wright alterna growl e pulito, su una base piuttosto dura. Qua e là trovano spazio però tratti più calmi: di solito evocano una forte preoccupazione, che li rende molto incisivi. Ne sono un esempio sia l’inizio della strofa, sia i bridge, angosciosi con la loro alternanza cattiveria/pathos. Danno il là a chorus in cui la stessa disperazione si accentua ancora; al tempo stesso però sono catchy, un connubio che dona loro grande impatto. Ottima anche la lunga fase centrale: sia l’avvio più espanso, sia il lungo assolo di Connor Hadfield che segue sono validi. Il risultato di tutto ciò è un brano ottimo: forse con un suono più pulito sarebbe stata eccelsa, ma anche così si rivela uno dei picchi del disco omonimo! Ruthless comincia quindi rocciosa, ma senza che manchi un buon lato melodico. È una base che, pur con tante variazioni, rimane fissa nella prima parte del disco, seppure gli inglesi la alternino con frazioni più dure. Si crea un contrasto tra aggressività e una sensazione mogia, morbida, triste ma in una maniera calorosa. Niente male anche quello del refrain, che comincia aperto e di indirizzo heavy, quasi scanzonato, ma termina con una breve coda molto cupa. Lo stesso si può dire dei particolari di contorno: seppur non facciano gridare al miracolo, tutte le melodie sparse qua e là svolgono nella giusta maniera il loro compito. Lo stesso vale per la parte centrale, dura e maschia: un altro valore aggiunto per una traccia forse non eccezionale ma più che discreta!

Crown of Bones comincia energica, con un riff di forte retrogusto thrash. È un’anima che poi si manterrà per buona parte della canzone: dure e anche piuttosto movimentate si rivelano per esempio le strofe, a cui però la voce intensa di Wright aggiunge un tocco di angoscia. Meno dinamici sono invece i ritornelli: dopo brevi bridge esitanti, esplodono però con il bel riff grasso del cantante e di Hadfield ad avvolgere e una melodia catchy. Al tempo stesso però rimangono d’impatto, persino minacciosi a modo loro: anche questo contribuisce a renderli uno dei momenti topici del brano. Il resto però nel confronto non perde troppo: la norma funziona bene, così come la fase centrale, obliqua e quasi alternativa, prima di esplodere in un ombroso assolo. Arricchisce bene un pezzo di livello piuttosto buono, che non sfigura troppo nei confronti del meglio di Colossus. I The Black Hounds fanno però di meglio con Defy Messiah, che sin da subito mostra la sua anima nervosa. Merito delle ritmiche di base: nonostante il tempo medio tenuto da Cleaver, sono liquide, in costante mutamento. È una falsariga che colpisce molto; lo stesso vale per le strofe, che seppur meno frenetiche rimangono circolari, dure, graffianti, da puro groove metal. Poi però l’evoluzione porta la musica verso lidi più melodici, fino all’esplosione dei ritornelli. Da heavy metal quasi puro, molto orecchiabili, suonano quasi liberatori, persino allegri, almeno in apparenza: al loro interno c’è una grande malinconia, a ben vedere. Con l’altra parte, si forma un ottimo dualismo, che rende molto incisiva la canzone; degno di nota, inoltre, è il passaggio di centro, con due ottimi assoli e alcuni passaggi di qualità. Anch’esso contribuisce a un buonissimo brano, appena al di sotto del meglio del disco!

Sin dall’inizio, che pure è roccioso, Numbered Days ha un piglio melodico maggiore rispetto alla media di Colossus. È un’essenza che i The Black Hounds mantengono a lungo: lo si sente bene nelle strofe, calme e quasi intime con il lead di Hadfield, quasi in duetto con la voce di Wright. Ma anche i momenti più duri stavolta non sono troppo spinti verso l’aggressività: neppure i ritornelli, possenti col loro riff grintoso e il frontman che a tratti vira sul growl, sono esenti da un tocco leggero. Ne deriva una bella anima, nostalgica e sognante: forse non sarà fortissima, ma svolge il suo lavoro nella giusta maniera. E poco importa, in fondo, se a tratti la canzone manca di mordente: anche così il risultato è molto piacevole! Purtroppo, lo stesso non si può dire di Part of the Machine: comincia in una maniera efficace, con un riff strisciante ma al tempo stesso vitale da parte di Wright e Hadfield. Le strofe rendono questa base anche più concentrata e pesante, in una maniera che colpisce quanto i britannici ci hanno abituato. Poi però la canzone comincia a scambiarle coi ritornelli: cercano la melodia ma stavolta risultano poco riusciti, quasi stonati. Non aiuta la buona riuscita del tutto una parte centrale un po’ strana, lenta e quasi doom: non è male, ma col resto c’entra poco. È un altro elemento di un pezzo in generale decente, certo non negativo, ma che risulta lo stesso punto più basso della scaletta.

Per fortuna, i The Black Hounds ritirano su Colossus nel finale con Judgment. Traccia più lunga del disco, per una volta se la prende con calma: all’inizio in scena c’è solo una mogia a chitarra, a cui si uniscono presto il basso di Tom Fellows e la batteria di Cleaver, altrettanto lievi. È qualcosa di davvero intimista, caldo, triste: va avanti quasi un minuto, ma poi la sua calma si spezza quando il metal irrompe in scena. Ci ritroviamo allora in un ambiente rapido, potente e aggressivo, con ancora un influsso thrash stavolta a dargli più impeto. È una carica che rimane al centro della canzone quasi sempre, seppur per la maggior parte del tempo sia meno energica e più cupa, come accade per esempio nelle strofe, dure e orientate al groove (ma con un tocco heavy ancora presente). C’è però spazio anche per momenti più aperti: alcuni sono ancora cupi, e con la loro lentezza sanno ancora un po’ di doom. Altri invece mantengono il dinamismo, ma in compenso Wright li colora con la sua voce pulita. Il risultato è una salita verso ritornelli che cercano l’emozione, e in buona parte la trovano anche. Ogni tanto la loro melodia, specie a livello vocale, suona ancora poco convincente, ma stavolta sono piccoli dettagli: di norma, la musica sa bene come incidere. Di valore si rivela anche la lunga parte finale, in cui il gruppo albionico mostra un’ultima volta la sua capacità di equilibrare energia e musicalità, tra riff, assoli, potenza e pathos. È una componente che valorizza un pezzo forse non eccezionale, ma più che discreto: per un disco dello stesso livello, insomma, è una chiusura più che adeguata.

In definitiva, pur essendo un lavoro più che discreto e godibile, Colossus non è del tutto soddisfacente. Col loro buon gusto melodico e la capacità di unirlo a un’energia notevole, i The Black Hounds possono e devono fare di meglio. Spero perciò che la prossima volta io possa ascoltarli in una forma più compiuta, più matura – e magari con una registrazione all’altezza. Così sarà? Come sempre, solo il tempo può dirlo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Intro01:41
2Colossus04:28
3Ruthless05:45
4Crown of Bones04:41
5Defy Messiah05:32
6Numbered Days04:28
7Part of the Machine04:43
8Judgement07:17
Durata totale: 38:35
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Ant Wrightvoce e chitarra ritmica
Connor Hadfieldchitarra solista
Tom Fellowsbasso
Joe Cleaverbatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Unearthed Music

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