WoR – Prisoners (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEPrisoners (2020) è il primo album degli WoR, band di Raileigh (Carolina del Nord).
GENEREUn suono ispirato ai Lamb of God, ma senza copiarli: un groove metal con frequenti venature thrash e metalcore, ma con una maggiore vocazione melodica. Soprattutto, a tratti è presente un piglio epicheggiante.
PUNTI DI FORZALe suggestioni epiche inserite in un suono non originale ma neppure troppo derivativo sono molto interessanti. In più, l’album beneficia di un’ottima varietà interna nello scambiare vari registri e di una registrazione valida.
PUNTI DEBOLIUna palese mancanza di esperienza, che si esplica in una scaletta ondivaga, con poche hit, in un filo di omogeneità e nella presenza di qualche cliché di troppo. In più, la seconda metà del disco non è all’altezza della prima.
CANZONI MIGLIORIKill You (ascolta), VI Kings (ascolta)
CONCLUSIONIPrisoners non è solo un album che promette bene per il futuro degli WoR, con le sue suggestioni epiche. È anche un lavoro di buon livello, che può piacere ai fan del genere.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
75
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Come ogni band che abbia raggiunto un certo riconoscimento, anche i Lamb of God hanno ispirato diversi gruppi che ne ricalcano il sentiero. Per fortuna, vista la complessità e la mutevolezza del loro genere, i casi di cloni spudorati sono pochi: altre band, pur facendo riferimento a loro, riescono a non essere del tutto derivative. È proprio il caso degli WoR: band nata a Raileigh (Carolina del Nord) nel 2018, ha esordito lo scorso 7 agosto con Prisoners. Si tratta di un album che a livello stilistico ha evidenti rimandi ai suddetti Lamb of God: parliamo di un groove metal come base, con in più frequenti venature thrash e metalcore. Per fortuna gli WoR non copiano in maniera sterile la band del Virginia: lo si sente per esempio nella maggior vocazione melodica di Prisoners. Sono però melodie sempre maschie: di rado gli americani si affacciano davvero dalle parti del groove/metalcore melodico. Di norma invece la band preferisce un approccio energico e aggressivo; tuttavia, il suo principale punto di forza è proprio non voler a tutti i costi un assalto frontale.

Al contrario, Prisoners ha dalla sua un’ottima varietà interna: gli WoR al suo interno alternano vari registri, e a volte abbracciano persino lidi inusuali per il loro genere. Soprattutto, a tratti lungo le sue tracce si può scoprire un’inaspettata vena di epicità, che ricorda addirittura i moderni gruppi folk e viking (!), seppur da lontano. Non ci sono certo strumenti tipici, e le partiture hanno solo influssi da questi generi, mentre di solito gli WoR si muovono su terreni più classici in fatto di groove, thrash, metalcore. Ciò non toglie che questa suggestione valorizza molto Prisoners, e lo rende molto promettente. Aggiungiamoci pure una registrazione valida, non troppo pulita ma efficace il giusto nel valorizzare l’energia distruttiva del gruppo, e c’erano tutti i presupposti per fare bene. Purtroppo, però, la band è molto giovane, e si sente: la mancanza d’esperienza è palese. Si può notare per esempio in una scaletta piuttosto ondivaga, con diverse buone cose ma poche vere hit; il resto invece spicca poco. Inoltre, Prisoners soffre di un filo di omogeneità e soprattutto della presenza di alcuni cliché di troppo: gli WoR in futuro dovranno rileggerli in maniera personale se vogliono fare la differenza. Qualcosa che, però, come leggerai nel corso della recensione, non è fuori dalla loro portata, anzi!

Senza alcun preambolo, Kill You entra nel vivo come una scheggia impazzita. Nella falsariga di base, il tempo retto da Hunter Crews è veloce e incalzante, il riff di Ben Kaiser e David Nisoff al di sopra oscilla tra thrash e groove, e Bobby Demoss urla molto: il risultato è un vero schiaffo in faccia! Non che i ritornelli siano da meno: più lenti, suonano però minacciosi, grazie sempre al cantato molto aggressivo e alle ritmiche plumbee alle sue spalle. Ottima anche la seconda metà, che vira verso un thrash anche più classico di quanto sentito finora e poi devia sul metalcore, prima arricchito di groove, poi puro. È un breakdown dissonante e di gran impatto: il finale perfetto per un brano fulminante come questo, subito tra i picchi di Prisoners. La successiva Caged mostra invece il lato più melodico degli WoR: si sente fin dall’intro, rapido e macinante ma con un riff armonico che ricorda quasi il death melodico. È una base che a tratti ritorna all’interno del pezzo: succede in quelli considerabili i chorus, resi da Demoss anche più tempestosi. Ma c’è spazio anche per strofe più d’impatto, groove metal cadenzato e quasi marziale, e per raccordi inquietanti tra le due parti, con la loro scansione ritmica “core”. Lo stesso genere denota con forza la lunga parte di centro, grassa e pesante: pur senza velocità, riesce a colpire in maniera discreta. Lo stesso vale anche per la traccia in sé: pur non spiccando troppo all’interno di Prisoners, si rivela tutto sommato di buona qualità.

L’attacco di VI Kings spiazza, con cori mistici a cui presto si sovrappone un lead addirittura di vago retrogusto folk. E, ancor di più, il brano riesce a estraniare quando entra nel vivo: se all’inizio sembra voler partire qualcosa di thrash/groove, presto il tutto torna con forza verso le suggestioni iniziali. Ci ritroviamo in un ambiente che ricorda il viking metal (come del resto potrebbe indicare il titolo) più spoglio, tra il ritmo lento e solenne e le ritmiche alle spalle di Demoss, di influsso black – e con svolazzi ancora di sapore folk. C’è però spazio anche per l’anima più classica degli americani, per esempio nelle strofe, non velocissime ma rocciose e aggressive, seppur neppure a loro manchi qualcosa di solenne. Anche la parte centrale abbraccia quest’anima, con la sua potenza unita a un assolo ancora molto evocativo. Solo il finale è davvero cupo e pesante, quando la musica svolta sul metalcore, ma senza che questo stoni. Ne risulta un ibrido particolare ma ben riuscito: non è solo tra il meglio di Prisoners, ma è un esperimento che fa sperare benissimo per il futuro degli WoR! Sirens si avvia quindi strana, melodica e quasi esitante. Siamo però nell’intro: il pezzo vero e proprio parte a ruota in maniera potente, groove metal graffiante e pesante il giusto. Più orientati sul metalcore sono invece i ritornelli: rallentati, non mancano però del giusto impatto, oltre che di un mood davvero sinistro, ben evocata dalle dissonanze di Kaiser e Nisoff. Ma c’è spazio anche per un tratto centrale più melodico, espanso, che riprende la norma dei refrain in maniera più rilassata e la contorna di melodie. Arricchisce una traccia in fondo semplice ma di ottima qualità, neppure troppo lontana dal meglio del disco.

Anche A Place to Die, come VI Kings, cerca una strada battagliera, seppur rimanga di più in ambito thrash/groove. La sua falsariga, retta dal ritmo oscillante di Crews, è potente ma ha un velo epico, ben evocato anche dalle melodie di chitarra, ancora di retrogusto folk. In parte è la stessa falsariga seguita dai ritornelli, pure più puntati sulla potenza e anche su un’aura oscura, peraltro ben evocata. Corredano il tutto alcuni rallentamenti interessanti: di solito sono di marca doom, molto cupi, ma al centro l’atmosfera è più ariosa, quasi da hard rock/metal classico. In ogni caso, non si integra male in un altro episodio eclettico e di ottimo livello, che conclude al meglio la prima parte della scaletta. Sì, perché se finora gli WoR hanno tenuto alto il livello, da Predator Prisoners comincia a perdere un po’ di smalto. Il suo avvio è anche di discreta potenza, con un bel riff thrash/groove, non originalissimo ma carino. Poi però il pezzo tende a perdersi in un macinare che solo a tratti cattura l’attenzione. Né la norma di base, né i momenti più rallentati e groovy ci riescono, mentre soltanto i ritorni di fiamma dell’inizio riescono un po’ a incidere. Per fortuna, a metà la band cambia direzione verso qualcosa di più interessante. All’inizio le ritmiche di Nisoff e Kaiser sono ancora di vago sentore epico, seppur rimangano rocciose. Poi però il tutto si spegne in un florilegio di assoli: all’inizio sono calmi ma crepuscolari, per diventare col tempo più oscuri. È un finale carino per un brano però riuscito a metà, non all’altezza di quanto abbiamo potuto sentire finora.

A questo punto è il turno di T.G.S.O.A.T., niente più che un frammento metalcore con influssi groove. Per tutta la sua (brevissima) durata si muove sul ritmo cadenzato di Crews, mentre Demoss urla con cattiveria. L’unica variazione è nel finale, col più classico dei rallentamenti del genere. Nel suo, la musica che contiene non è neppure male: tuttavia, il suo minuto e mezzo e l’assenza di altri grandi variazioni la rendono senza capo né coda. Ne risulta insomma una traccia senza senso, evitabilisima: senza dubbio, si rivela punto più basso in assoluto di Prisoners. Per fortuna, ora gli WoR si rialzano con Come Out and Play, cover dei The Offspring che rappresenta un altro esperimento però riuscito molto meglio. L’originale viene seguita in maniera pedissequa dagli americani, che tuttavia la personalizzano nella giusta maniera. Il punk originario si trasforma così in un crossover thrash venato di groove, molto energico. È un’energia vitale, quasi scanzonata a modo suo, come del resto era l’originale: un po’ di oscurità torna solo al centro, dove si rivede l’anima metalcore del quintetto americano. Se da un lato ciò è positivo, dall’altro questa atmosfera la allontana dall’oscurità del resto del disco. Ma in fondo non è un dettaglio così fondamentale: a dispetto dello scalino, come rilettura nel genere del gruppo non è male, anzi!

Hiraeth prende vita lenta ma strisciante, ombrosa. Dopo un attimo sembra volerlo diventare ancora di più, ma poi la musica prende una strada meno opprimente e più melodica. Al suo interno si sente ancora l’intento più atmosferico ed evocativo del gruppo, seppur stavolta sia più sottile, inserito com’è in una base sì melodica ma al tempo stesso grintosa. E col tempo, quest’ultima caratteristica si accentua, deviando verso sezioni più possenti, da groove classico, o a tratti in maniera più cadenzata. Se a livello di riff il tutto non è male, in generale il pezzo non è del tutto significativo: un po’ è perché a tratti la musica del gruppo sa di già sentito, un po’ perché in generale niente nella canzone brilla troppo. In generale, abbiamo un episodio un po’ anonimo: di suo è discreto e piacevole, ma in Prisoners non spicca. Per fortuna, gli WoR danno un finale come si deve al loro album con Freedom Suicide: inizia lenta e minacciosa, tanto da sembrare uno dei pezzi più lenti degli Slayer. Gli statunitensi impiegano circa un minuto, prima di voltare pagina in maniera non velocissima, ma molto incalzante. Merito del riff di Kaiser e Nisoff, tagliente come un rasoio, specie nei momenti più dinamici, in cui risulta magmatico. Anche i passaggi più lenti e cupi hanno però un loro perché: in particolare i ritornelli, alienati e fangosi, colpiscono bene pur non mettendosi troppo in mostra. Ottima anche la fase centrale, breve ma carina col breve assolo di Philip Funderburk alle quattro corde. Pone fine a un pezzo semplice ma valido, sia di per sé che come chiusura del disco.

Come per tutti gli album riusciti a metà, anche per Prisoners rimane un po’ di rammarico: se la seconda parte fosse stata al livello della prima, si poteva parlare di un lavoro almeno ottimo, se non di più. Anche così, però, il risultato finale è un buon lavoro, con la giusta energia e spunti di una grande personalità, anche nel suo suono tutto sommato “ispirato”. Se gli WoR sapranno puntare su questo lato e riusciranno a rendersi ancor più indipendenti dalla loro principale influenza, in futuro potranno fare cose ben superiori. Intanto di scoprire cosa riserva loro il futuro, comunque, un ascolto a questo esordio te lo consiglio lo stesso. Non sarà l’album migliore sullo stesso genere, ma potrai trovare comunque molto di piacevole nella sua mezz’ora abbondante!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Kill You02:44
2Caged05:13
3VI Kings04:37
4Sirens04:20
5A Place to Die03:07
6Predator03:46
7T.G.S.O.A.T.01:35
8Come Out and Play (The Offspring cover)03:12
9Hiraeth04:36
10Freedom Suicide03:57
Durata totale: 37:07
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Bobby Demossvoce
Ben Kaiserchitarra
David Nisoffchitarra
Phillip Funderburkbasso
Hunter Crewsbatteria
ETICHETTA/E:Bungalo Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Asher Media Relations

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