Dalriada – Ígéret (2011)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEÍgéret (2011) è il sesto album degli ungheresi Dalriada.
GENEREUn folk metal non troppo lontane dai canoni ma tutt’altro che banale, viste le suggestioni dalla musica ungherese, alcuni eclettismi e soprattutto un’impostazione né troppo estrema né troppo melodica.
PUNTI DI FORZAUna buona personalità, dovuta soprattutto alla grande capacità del gruppo di variare in maniera convincente tra diverse impostazioni. Una grande abilità nel trovare melodie vincenti e memorabili, sia degli strumentisti che della brava cantante Laura Binder. Ma soprattutto, una grande passione, palpabile in gran parte del disco.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ ondivaga e con alcuni punti bassi, una certa tendenza a ripetersi.
CANZONI MIGLIORIHajdútánc (ascolta), Ígéret (ascolta), Leszek a Hold (ascolta)
CONCLUSIONISeppur in questo caso i Dalriada manchino il capolavoro, Ígéret arriva comunque a sfiorare quel livello. Il che lo rende straconsigliato per chi ama il folk metal puro nella sua accezione melodica!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
89
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Una delle cose più belle, forse la più bella in assoluto, del folk metal sono le infinite modalità con cui si può personalizzare. Mentre altri generi hanno limiti stilistici molto più stretti, con questo genere si può andare avanti all’infinito o quasi, prendendo tradizioni musicali di ogni paese del mondo, testi in ogni lingua e suggestioni da ogni mitologia. È un intento che non tutti mettono in atto: molti anzi si limitano a imitare i grandi nomi, a volte fino alla copia spudorata. Di sicuro però è più apprezzabile chi cerca una via personale: è il sentiero scelto dai Dalriada. Band ungherese attiva dal 1998, pur senza raggiungere una grande fama nel corso del tempo si è scavata la sua piccola nicchia. E ad ascoltare dischi come Ígéret (“maggio” in antico ungherese – seguendo la tradizione dei primi album del gruppo i cui titoli seguivano tutti il calendario), sesto album del gruppo risalente a quasi dieci anni fa, capire perché non è molto difficile. Al suo interno, la band mostra una buona personalità: parliamo di un folk metal non lontano dai tipici canoni, ma non per questo banale, anzi. Per realizzarlo, i Dalriada in primis utilizzano suggestioni dalla musica ungherese, come anche la lingua del loro paese, che ha un bel suono musicale. In più, Ígéret può contare su qualche influsso power e spunti eclettici: entrambi non presentissimi, aiutano però alcuni pezzi nella loro buona riuscita.

Soprattutto, però, l’elemento maggiore di personalità per gli ungheresi è l’impostazione stilistica, non troppo melodica ma neppure molto estrema, se non per rari tratti. Il suo punto di forza assoluto è la grande capacità dei Dalriada di alternare (e farlo bene) diversi registri: per esempio, se spesso Ígéret è brillante, allegro, sa essere convincente anche quando vira su toni oscuri o malinconici. Soprattutto, però, il gruppo brilla per la grande passione: il lato sentimentale del disco è sempre ricco, pieno, penetrante. Merito della bravura degli ungheresi a livello strumentale, con un’abilità davvero eccellente nel trovare melodie vincenti e memorabili. Contribuisce anche la cantante Laura Binder: pur non producendosi in acuti incredibili o chissà quale artificio tecnico, possiede una voce splendida, capace ogni volta di esprimere emozioni. Anche questo elemento contribuisce a dare a Ígéret una marcia in più: poteva essere un vero capolavoro, non fosse stato per le lievi sbavature in cui purtroppo i Dalriada cadono. Il problema principale è una scaletta un po’ ondivaga: alcuni pezzi sono splendidi, ma altri meno belli abbassano la media. In più, a volte l’album tende un po’ a ripetersi: entrambi però non sono difetti troppo incisivi. Tolgono ai Dalriada la possibilità di incidere un capolavoro, questo è vero: Ígéret però vola appena al si sotto di quel livello!

Intro è il classico preludio senza nulla di metal, seppur in questo caso sia un po’ diverso dalla norma. Invece del pezzo folk già maestoso oppure veloce e pieno, abbiamo qualcosa di quasi intimista, forse una canzone tradizionale ungherese. Lo fanno pensare non solo l’assenza di altro che non una voce, un violino e percussioni, ma anche la registrazione, da vecchio vinile. L’idea che dà è di un pezzo registrato decenni fa in qualche campagna sperduta: nonostante sia un po’ stonato e non troppo a tempo, perciò, come inizio è suggestivo. È però un’altra storia con Hajdútánc (“danza di Hajdú”, ossia di un’antica provincia ungherese ), che poi svolta sul metal con un’ottima potenza, ma anche con tanta melodia, data subito dagli strumenti tradizionali, già subito a evocare un ambiente fantasioso e colorato. È un’impostazione presente sia in parte delle strofe, sia nei raccordi veloci e aperti ma con un filo di pathos in sottofondo che spuntano qua e là, sia soprattutto nei ritornelli. Solari ma al tempo stesso con una malinconia palpabile, colpiscono alla grandissima. Ottimi però anche i momenti i basso voltaggio, come per esempio l’altra metà delle strofe o l’avvio della sezione centrale, che rimane medievaleggiante anche quando il metal torna a farsi strada. Lo fa con potenza, tra ritmiche cattive e le onnipresenti melodie, di strumenti folk ma anche della chitarra di Mátyás Németh Szabó (con un bell’assolo, raro nel genere dei Dalriada ma non in Ígéret) che lo rendono ben riuscito. Del resto, lo stesso si può dire del pezzo: quasi ogni particolare è ben al suo posto e funziona al meglio. L’unica eccezione è il growl che spunta a tratti, e sembra quasi forzato in un pezzo così melodico. Ma è giusto una piccola sbavatura: per il resto abbiamo una traccia meravigliosa, poco lontana dal meglio del disco, che si apre perciò col botto!

Hozd el, Isten (“Portalo, Dio”) comincia con lievi lead di chitarra che già anticipano una delle sue melodie principali. Quella, in particolare, che poi lo stesso Szabó continuerà a scandire su una base più potente, che ricorda quasi il power metal. Più o meno simile è anche quella che regge i ritornelli, corali e con una bella melodiosità, non solo cantabile ma di spessore sul lato emotivo, pur non troppo intenso. La stessa aura si respira anche nelle strofe: ritmate, lente e con il predominio del folk – mentre il riff, pur presente, rimane in secondo piano – sono rese speciali dalla bella voce di Binder. Ottimo anche il tratto di centro: inizia oscura, quasi doomy, ma poi svolta su toni giocosi e allegri. È la chiusura perfetta di un cerchio che non brilla tantissimo in Ígéret. Il che però la dice lunga sul lavoro dei Dalriada, visto che il suo livello le consente di sfiorare comunque il capolavoro! Lo stesso vale anche per la seguente Mennyei Harang (“la campana del cielo”), che sin dall’inizio col pianoforte di Barnabás Ungár mostra un’anima più triste, dimessa rispetto a quanto sentito finora. È un’essenza che poi il tutto mantiene a lungo: lo si sente soprattutto nei bridge strumentali, quasi evocativi e di gran intensità col violino dell’ospite Attila Fajkusz, sia in quelli considerabili i ritornelli alla lontana (si assomigliano, ma non si ripetono). Sono melodici e accoglienti ma presentano anche una nota dura, data da ritmiche di vago retrogusto black. Più leggere, a livello musicale ma anche di atmosfera, sono invece le strofe: Binder le rende calde, seppur una nostalgia sottile sia presente anche lì. Il momento più pregno di sentimento sono però gli intermezzo: quello prima di metà si rivela quasi drammatico. Ancor meglio fa la lunga fase centrale, con un ottimo assolo di Szabó; da citare è anche il finale, un pelo più aperto e con inedite sonorità elettroniche. Corredano tutte un pezzo non lineare, ma non è un problema: anche così il risultato è valido. Certo, parliamo anche di uno dei punti bassi della scaletta: l’idea è però che in un qualsiasi altro disco, un pezzo del genere avrebbe brillato molto di più!

Ígéret si apre in maniera movimentata, con un folk saltellante a cui presto si unisce anche il metal, in qualcosa che può sembrare la classica incarnazione “allegra”. Ma è solo l’intro: la sua anima torna soltanto a tratti, per esempio al centro, brillante e molto ballabile. Di norma invece la musica dei Dalriada è più calma: lo sono per esempio le strofe, espanse e rilassate. In parte presentano già l’anima sognante che poi esploderà in maniera meravigliosa nei ritornelli, luminosi e avvolgenti coi loro cori. C’è spazio anche per momenti più potenti: tra stacchi in cui gli ungheresi mostrano le loro influenze power e altri più emotivi, il brano è variegato. E lo è in maniera eccellente: ogni elemento è bene al suo posto, mentre l’unica cosa a mancare è qualsiasi tipo di noia. Abbiamo perciò un pezzo splendido, una delle punte di diamante nel disco a cui dà il nome! Ma non vai poi tanto peggio con Igazi Tűz (“vero fuoco”), che segue e ci riporta in un ambito più infelice e malinconico. È quanto evocano sia le ritmiche di András Ficzek, sia le venature di violino, sia la voce di Binder (e quella del chitarrista, che le dà manforte a tratto): tre elementi che in pratica costituiscono una prima parte piuttosto “basilari”. Sono carine ma un po’ strane, e si fatica dove la band voglia andare a parare: poi però, coi ritornelli, i Dalriada ce lo fanno capire bene! Con un’altra delle loro melodie deliziose, scandita da un coro che la rende sognante, dolce, elegantissima, colpiscono benissimo. Ottima anche la parte centrale, che inizia da partiture barocche scandite dal violino e poi svolta su qualcosa di più duro, puro metal melodico con la chitarra solista ancora in vista. Sono elementi ben riusciti per una traccia non tra le migliori di Ígéret, ma non importa: rimane pur sempre un piccolo gioiellino!

Kinizsi mulatsága (“Il banchetto di Kinizsi”; Pál Kinizsi è stato un generale ungherese vissuto nel quattrocento) mostra sin da subito la sua anima mutevole. Il suo preludio è maestoso, solenne, ma poi parte in maniera brillante, uno dei momenti più power metal dell’intero disco. Ma le sorprese non sono finite: presto tutto si spegne, in quella che sembra essere una ballata con un filo di malinconia. Una sensazione che si accentua in un raccordo di nuovo di influsso power, ma poi si spezza di fronte ai chorus. Ritmati, allegri seppur con un filo di nostalgia, colpiscono ancora una volta per un’armonia meravigliosa, da brividi per quanto è catchy. Aiuta in questo anche Binder: a tratti interrompe tutto con vocalizzi che aggiungono al tutto una bella dote di pathos, e al centro è protagonista di una frazione rocciosa, evocativa. Ottima anche la fase finale, scatenata ma con un tocco d’oscurità, data dal blast usato a tratti da Tadeusz Rieckmann e dal growl dello stesso batterista. Anch’essa però si integra bene in un pezzo pieno di dettagli, ma tutti ben piazzati, e che risulta perciò eccellente! A Hadak Útja (“la via delle armate”, un riferimento a una leggenda transilvana sulla formazione della Via Lattea) parte quindi ombrosa, con chitarre quasi doom rette da un drumming battente. Poi però il pezzo prende più dinamismo, tornando a lidi di influsso power, seppur più crepuscolare e lento della media del genere. È un’alternanza che poi si ripropone più avanti nel pezzo, tra momenti un po’ più veloci e intensi e altri più lenti, col growl di Rieckmann a renderlo ancor più arcigni. Questa lunga parte un po’ spiazza, vista la distanza dal resto. Gli strumenti folk invece restano un po’ in sordina, nei rari momenti in cui sono presenti: è un inizio che un po’ spiazza, vista la distanza dal resto di Ígéret. Poco prima di metà però i Dalriada tornano al loro genere almeno in parte, con un refrain denotato da un coro ottimo. Non è però un ritorno totale: il pezzo rimane su toni più cupi e meno ricchi rispetto a quanto sentito finora. Lo fa peraltro con classe: anche in questo scenario diverso, gli ungheresi mostrano la loro bravura. Tuttavia, la differenza stilistica si sente: per quanto molto apprezzabile se preso a sé stante, in un disco così un po’ stona. E si rivela perciò il punto più basso dell’intera scaletta.

Leszek a Csillag (“sarò la stella”) comincia quasi fosse una ballad, col pianoforte di Ungár a disegnare una melodia evocativa. La stessa che poi riprenderà il violino, in un pezzo che si pone subito classico, quasi al limite con la banalità, ma con un piglio vitale apprezzabile. Ciò che segue, poi, è pure meglio: la struttura di base alterna strofe sognanti e orecchiabili all’estremo, da metal melodico ai limiti col pop, e i ritornelli. Altrettanto morbidi a tratti, con una chitarra folk accanto al riff di quella distorta, altrove sono più potenti: a dominarli è un’altra delle armonie che gli ungheresi sono così bravi a creare. Validi si rivelano anche i passaggi che si distaccano da questa falsariga: lo è di sicuro la parte centrale, quasi progressiva con l’intenso pianoforte e il duetto tra Szabó e la tastiera di Ungár. Da citare è anche il finale, che dopo un ritornello ancor più intenso del resto si chiude in una breve coda ambient, giusto termine dell’ennesimo pezzo ottimo del disco. È però un’altra storia con Leszek a Hold (“sarò la luna”), con cui i Dalriada chiudono Ígéret: stavolta la melodia vincente viene sparata in faccia all’ascoltatore sin dall’inizio. E che melodia! Ariosa, di vaga malinconia, colpisce alla grandissima sia in questo inizio, scandito solo dal coro, sia in modo più ricco nei ritornelli, da veri brividi. Ma anche il resto non è da meno: coinvolgono benissimo sia i passaggi pieni di strumenti folk, che siano lenti e atmosferici o più animati, sia le strofe, più aperte, con Binder all’ennesima bella prestazione. Lo stesso vale per quelli più ritmati e allegri con la voce di un ospite di livello come Jonne Järvelä e una base animata come quella dei suoi Korpiklaani. Sono strani, ma sono una variazione ben inserita in un pezzo di norma più serioso ed espanso come questo. Lo stesso vale, a maggior ragione, per il breve stacco centrale, all’inizio gestito ancora dal cantante finlandese in uno dei momenti mistici già sentiti nella sua band. Poi però si trasforma in qualcosa di oscuro, col pianoforte e lo scream: uno stacco ricercato ma particolare, che ricorda quasi certo black sinfonico. È un altro dettaglio splendido per un pezzo che lo è altrettanto, e rappresenta il picco assoluto del disco insieme alla title-track. Oltre che una chiusura in grande stile – per quanto quella vera sia Outro, cinquanta secondi che riprendono la fase “mistica” già sentita nella traccia precedente. Niente di che, ma come finale non è male!

Nonostante il suo altissimo valore, alla fine per Ígéret resta un po’ di rammarico: senza quei pochi pezzi meno belli, poteva essere un masterpiece assoluto, forse anche perfetto. Anche così, però, i Dalriada sfiorano il capolavoro: parliamo di un album davvero ricco di sostanza e di spunti memorabili. Un album che, se ti piace il folk metal nella sua accezione più pura e in particolare quello più melodico, ti è straconsigliato. Non lasciarti scoraggiare dalla lingua ostica né dalla sua “esoticità” rispetto alle scene più famose e dagli almeno una possibilità!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Intro02:43
2Hajdútánc04:59
3Hozd El, Isten04:33
4Mennyei Harang06:17
5Ígéret04:37
6Igazi tűz04:42
7Kinizsi mulatsága04:19
8A Hadak Útja06:41
9Leszek a Csillag05:50
10Leszek a Hold06:14
11Outro00:50
Durata totale: 51:45
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Laura Bindervoce, cori
András Ficzekvoce, chitarra ritmica, cori
Tadeusz Rieckmannvoce harsh, backing vocals, batteria
Mátyás Németh Szabóchitarra solista
Barnabás Ungártastiera e cori
István Molnárbasso
OSPITI
Péter Kohlmannvoce e cori
Gergely Szőkechitarra acustica, viola, liuto, armonica
Attila Fajkuszviolino, percussioni, cori
Ernő Szőkevioloncello, contrabbasso, cori
Jonne Järvelävoce (tracce 10 e 11)
ETICHETTA/E:AFM Records
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