Decoherence – Unitarity (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEUnitarity (2020) è il secondo album dei britannici Decoherence.
GENERERiprende lo stesso black metal atmosferico della branca più nichilista e alienante che animava l’esordio Ekpyrosis (2019) e lo porta oltre. Non gli aggiunge solo qualche influsso industrial e venature death nei riff, ma soprattutto un’anima ancor più caotica.
PUNTI DI FORZAUno stile ancora una volta vincente per la sua oscurità nichilista, più maturo che in passato e più vario, specie in fatto di atmosfere. Una scaletta di nuovo di alto livello medio.
PUNTI DEBOLIL’evoluzione più caotica del gruppo a tratti rende il tutto più difficile da penetrare e meno memorabile. In più, la stessa lieve tendenza di Ekpyrosis a perdersi.
CANZONI MIGLIORIEquilibrium Unreached (ascolta), Unitarity Violation (ascolta)
CONCLUSIONINonostante i suoi difetti, Unitarity è inferiore solo di un pelo al suo predecessore. Si tratta di un album che mette ancora in mostra le capacità dei Decoherence, e può farsi apprezzare da chi ama il black atmosferico più malato e oscuro!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
87
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Lo ammetto: di solito quando scopro che una band è troppo prolifica e pubblica più di un disco all’anno, ne rimango perplesso. Per esperienza, so che spesso questa frenesia è dovuta più alla foga di pubblicare a tutti i costi che a una vera ispirazione: per fortuna però non è sempre così. Lo dimostrano i Decoherence: avevo già avuto modo di occuparmi di questa band nata nel Regno Unito nel 2016 giusto lo scorso aprile. Il loro primo full-length Ekpyrosis, uscito a fine 2019, mi aveva fatto un’ottima impressione. Tuttavia, quando ho saputo che neppure nove mesi dopo il gruppo aveva pubblicato un secondo disco, qualche dubbio mi è venuto. Dubbi che però sono stati spazzati via, quando ho scoperto che anche Unitarity, come Ekpyrosis, ha un suo motivo di esistere. Uscito lo scorso 14 agosto sempre grazie alla sempre ottima etichetta Sentient Ruin Laboratories, conferma quanto di buono i Decoherence avevano già proposto nel loro esordio. A partire dal genere.

Parliamo dello stesso black metal atmosferico, nichilista e alienante all’estremo, che animava Ekpyrosis. Stavolta però i britannici lo spingono ancor più in là: merito non solo di qualche influsso più industrial, dalla branca più espansa e allucinata del genere, e persino di venature death nel riffage. Soprattutto, il disco ha una forma più caotica del precedente. Il che, da un certo punto di vista, può essere visto anche come il suo punto debole: rende Unitarity meno memorabile dell’esordio e più difficile da penetrare. Ma se ci si riesce, si scopre un lavoro davvero di ottimo livello, con cui i Decoherence mostrano una buona maturazione. Lo si sente per esempio in un songwriting più variegata di Ekpyrosis, non solo in fatto di musica ma anche di atmosfere, che a tratti deviano dal freddo sentito in passato, in maniera peraltro efficace. E se ogni tanto il gruppo tende a perdersi come nell’esordio, in fondo non importa. Bilanciando i (molti) pregi e i (pochi) difetti, parliamo di un album del tutto all’altezza del suo illustre predecessore.

Final Boundary State non si fa pregare: senza il minimo intro, entra in scena subito estrema, col blast di Stroda e un riff davvero macinante, su cui Tahazu, comincia a usare subito il suo scream. È una mazzata pazzesca, ma non dura: presto i britannici cominciano a rallentare, fino ad aprirsi in breve a un momento pieno di vortici di chitarra, ma espanso, ritmato in maniera persino scomposta. Unito all’altra parte, che poi torna alla carica, ha il giusto effetto, una grande oscurità che pervade tutto. Merito non solo delle dissonanze ma soprattutto degli accordi di base dei riff, profondi e spaventosi. In ogni caso, poco prima di metà l’anima più dilatata e lenta ha il sopravvento sull’altra. Tra momenti aperti, di chiaro influsso ambient con anche le venature sintetiche di Prior, e altri invece più black, arcigni ma sempre allucinati ed espansissimi, abbiamo un momento quasi preoccupato. Un po’ di calore filtra in effetti nell’aura ineffabile della traccia, ma è solo un tocco. Un tocco peraltro molto riuscito nel freddo cosmico impostato dai Decoherence: arricchisce un brano di livello molto alto, senza dubbio un’apertura valida per Unitarity.

Equilibrium Unreached prende vita ancora lenta, oltre che angosciosa: un’impostazione che in parte rimane anche quando il ritmo comincia a crescere. All’inizio lo fa piano, ma col tempo il tutto si rafforza di più, con la batteria su ritmi quasi da rock o da metal classico. Al di sopra però il riffage è distortissimo, seppur possieda una guida melodica stavolta sempre presente. Lo è sia nei momenti più vorticosi che appaiono qua e là, pieni di fraseggi stridenti ma con una loro musicalità, sia soprattutto nelle fasi più lente. Il lead della chitarra di Stroda la fa allora da padrone, disegnando un panorama davvero splendido, desolato eppure ricco, vitale nella sua freddezza alienata. È un paesaggio complesso, pieno di svolte, ma tutte di altissimo livello: il songwriting dei Decoherence qui è ai massimi livelli. Lo dimostra per esempio il finale, che dopo un momento più morbido ma inquietantissimo, nero come la notte, svolta poi all’improvviso su una nuova fuga. Serratissima, all’inizio tagliente e basta, vede poi emergere una melodia abissale, davvero allucinante, ma di impatto assoluto. È il giusto sigillo su una traccia quasi perfetta, memorabile addirittura: di sicuro, è il punto più alto di Unitarity!

Metastable Phase Transition se la prende piuttosto con calma a entrare nel vivo. All’inizio è permeata solo da un ambient fatto di rumori, anche piuttosto inquietanti, e anche quando comincia a crescere, dopo oltre un minuto, non si allontana mai. Ci ritroviamo in un ambiente industrial lieve ma dissonante, nero come la notte: mantiene la sua natura lenta, strisciante, anche quando più influssi black entrano in scena. Assume però anche un buon tocco di pathos: ben evocato da una musicalità decadente, rende l’aura ancor più intensa ed efficace. È un lungo crescendo ipnotico, all’inizio molto lento, ma che poco prima di metà raggiunge il suo apice. Persa man mano l’intensità, ci ritroviamo allora in un macinare sempre più tempestoso e allucinato, uno sfogo di grandissima cattiveria. Ma il suo impeto dura pochissimo, prima che il panorama si distenda: repentina come era salita, la tensione torna a scendere. È un’apertura ancor più desolata di prima, con melodie simili ma anche venature di vago retrogusto post-rock da parte della chitarra di Stroda. Il risultato è una lunga coda ripetitiva ma ipnotica, avvolgente anche quando si spegne, svoltando su toni morbidi. Le loro melodie proseguono anche poi, quando il brano torna per un attimo alla potenza, ma anche in maniera in qualche modo ricercata, persino speranzosa nella sua oscurità. È un finale strano ma splendido per una traccia eccelsa, a giusto poca distanza dalla precedente!

Dopo quella che per Unitarity sembrava quasi una pausa, con Torsion Formed i Decoherence tornano a correre. È un inizio davvero scomodo, asfissiante col blast beat di Stroda su cui si staglia un florilegio di chitarre stridenti, persino più del solito. È caos quasi puro, ma poi il tutto trova una forma maggiore: una brevissima pausa, poi la band scatena l’impatto, con tanti riff allucinati a inseguirsi. È una fuga turbinosa e convulsa che però non dura molto, prima di e stemperarsi. Sembra quasi l’inizio di un’altra sezione lenta, come quella del pezzo precedente, ma dopo un interludio ancora di vago tono “post” i britannici tornano su lidi duri. È però un metal lento, ipnotico, la perfetta colonna sonora di un bad trip, tra i suoi lead distanti e i toni davvero malati. Questa impostazione si mantiene anche quando, verso metà, la musica torna a correre: ci troviamo allora in un nuovo vortice, di gran impatto. Merito non solo delle solite dissonanze, ma anche del riff di Stroda che a tratti si avvicina (seppur non troppo) al death, per un effetto persino più abissale. Anche ciò tuttavia non dura molto, prima che a dominare arrivi qualcosa di simile alla stanchezza, ma non in senso negativo. La musica diventa soltanto aperta, lenta, in una maniera però ancora molto incisiva. La sua aura sfiduciata sembra quasi precorrere uno spegnimento nel nulla, che poi avviene: non è però la fine. C’è rimasto spazio per un ultimo assalto finale, all’inizio persino angosciato, profondo, per poi però crescere e mostrare una depressione universale, infinita. Ma c’è anche una bella aggressività, prima del finale che la perde e mostra un inedito ibrido tra black e sonorità spaziali, ben evocata da Prior. Termina così in maniera glaciale un pezzo forse non tra i migliori del disco, ma neppure troppo lontano!

Remnants se la prende davvero con calma nel suo ingresso in scena, un intro ambient lunghissimo e di gran desolazione. Va avanti a lungo con pochissima evoluzione, facendo quasi pensare che l’intero brano sia quasi un interludio cupo ma calmo. Circa un minuto, però, e all’improvviso la musica deflagra in un’altra delle valanghe caotiche e di gran impatto che i Decoherence ci hanno già fatto sentire lungo Unitarity. Stavolta però non è incisiva come al solito: un po’ forse è colpa del senso di già sentito. Per fortuna, la band del Regno Unito non ci si fossilizza troppo: nel pezzo trovano spazio anche un buon numero di momenti più lenti, che mostrano un bel lato oscuro, strisciante. Ma in fondo anche quelli più rapidi a tratti sanno il fatto loro: tra nuovi influssi death e momenti trascendentali, pur nella loro oscurità, anche qui gli inglesi mostrano bene cosa sanno fare. Ne è un esempio la bella fase sulla trequarti, resa martellante dal solito Stroda ma che sa comunque evocare qualcosa di spaziale, con le sue melodie distorte. Ottimo anche ciò che segue, un crescendo che parte piano per poi diventare caotico e ancor più allucinato rispetto al resto del disco. Sono due tra gli elementi topici della canzone forse meno bella del disco. Ma non è un problema: anche così, il livello rimane piuttosto buono!

Come da norma dei Decoherence, Unitarity Violation si avvia sempre misteriosa, un altro preludio ambient di circa un minuto. Ma poi, quando esplode, il ritmo rimane lento. A dominare stavolta non è il caos, ma un ordine lugubre, truce, ansiogeno. Tra momenti asfissianti, con un lead ossessivo e dissonante in bella vista, e altri fangosi e nichilisti, con influssi death e persino da certo sludge, è un avvio che colpisce molto. Ma anche quando il pezzo torna più nell’ombra, abbassando il livello di rumore, riesce a graffiare bene con la sua aura cupa, malefica. È una lenta discesa nel più profondo nero, che culmina in un momento alienante, puro industrial del tipo più acido. Tra echi dello scream di Tahazu e gli effetti di Prior, è una sezione lunga ma d’impatto. Ottimo anche ciò che segue, quando il black torna a fluire con forza, in una maniera tanto stridente e allucinata da dare i brividi. Tra echi di cori così distorti da sembrare venire da un film dell’orrore, le urla del cantante e il solito pestare terremotante, è una fuga che stordisce. E ci conduce, in una spirale discendente, di nuovo in un abisso di orrore cosmico, che lascia respiro solo quando l’incubo finisce. Un incubo splendido, peraltro: parliamo del brano migliore del disco che chiude con Equilibrium Unreached!

Volendo fare una classifica precisa, Unitarity alla fine si rivela meno bello di Ekpyrosis. Ma lo è solo di un pelo: parliamo sempre di un ottimo album, pieno di sostanza, che può piacere a tutti i fan del black atmosferico più nichilista e allucinante. Se lo sei, perciò, il mio consiglio è di recuperare entrambi gli album. E, perché no, seguire con attenzione i Decoherence, che se continueranno su questa strada potranno di sicuro regalarci tante altre perle simili!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Final Boundary State05:59
2Equilibrium Unreached06:04
3Metastable Phase Transitin09:35
4Torsion Formed07:54
5Remnants08:14
6Unitarity Violation06:45
Durata totale: 44:31
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Tahazuvoce
Strodachitarra, basso, batteria
Priorrumori, elettronica
ETICHETTA/E:Sentient Ruin Laboratories
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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