Helloween – Master of the Rings (1994)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEMaster of the Rings (1994), sesto album degli Helloween, rappresenta l’inizio della rinascita per la band tedesca.
GENERESegue in parte il precedente Chameleon (1993) nell’essere puntato più sull’heavy metal. È però tornata una componente power che vi si intreccia in un connubio niente male.
PUNTI DI FORZAUno stile che per quanto senza un focus ben preciso sa avere una buona energia. Diversi buoni spunti, una buona capacità di impattare anche a livello emotivo; in generale, un disco in cui la band torna a mostrare la propria classe.
PUNTI DEBOLIUn po’ di appannamento in fatto di idee, una scaletta ondivaga e con poche vere hit, una registrazione piatta. In generale, l’ispirazione non sempre è al top.
CANZONI MIGLIORITake Me Home (ascolta), Perfect Gentleman (ascolta), In the Middle of a Heartbeat (ascolta)
CONCLUSIONIMaster of the Rings non sarà il miglior album degli Helloween, ma è un lavoro importante: segna la fine del periodo difficile per i tedeschi. E, in più, è un album solido e molto buono, che può farsi apprezzare dai fan delle Zucche di Amburgo e del power metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
81
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Come per molte band esplose negli anni ottanta, l’inizio del nuovo decennio rappresentò un periodo di crisi per gli Helloween. Il successo dei due Keeper of the Seven Keys, con cui la band aveva di fatto inventato il power metal moderno, non era durato molto. L’uscita quasi immediata, dopo la pubblicazione del secondo, di Kai Hansen, il principale motore compositivo del gruppo, era stata una bella mazzata. Per gli Helloween era iniziato un periodo fosco: i successivi Pink Bubbles Goes Ape (1991) e soprattutto l’esperimento hard ‘n’ heavy di Chameleon (1993) misero in luce una band destabilizzata e in crisi. Crisi che si aggravò proprio l’anno di quest’ultimo album, quando il gruppo perse altri due membri cardine come il batterista Ingo Schwichtenberg e soprattutto lo storico cantante Michael Kiske. Poteva essere il colpo del K.O., ma gli Helloween non si arresero: trovati i sostituti in Uli Kusch e Andi Deris, la band ripartì. E così, poco più di un anno dopo Chameleon, il sesto album Master of the Rings mise in mostra una band desiderosa di rinascere.

È un desiderio che in quest’album non si compie del tutto: i tedeschi non avevano ancora le idee del tutto chiare. Lo dimostra un genere che rimane molto puntato sull’heavy metal, in parte classico, in parte più moderno, con persino influssi dall’hard rock e dal metal melodico anni ottanta. È presente però anche una componente che guarda indietro al passato della band, al suo power metal primigenio: precorre il ritorno più convinto degli album successivi. E poi, anche senza una preciso focus stilistico, è un connubio niente male: merito del fatto che la classe degli Helloween ricomincia a disappannarsi rispetto ai dischi precedenti. E così, Master of the Rings presenta diversi buoni spunti, nonché la giusta capacità di impattare anche a livello emotivo, in modo più serio che in passato. DI sicuro non è un album happy metal, anzi: i pezzi più allegri sparsi qua e là non sempre funzionano bene quanto gli altri. I problemi principali degli Helloween qui sono però altri: per esempio, Master of the Rings ha una scaletta ondivaga, e con poche vere hit. A parte un paio di pezzi, gli altri per quanto buoni non fanno gridare al miracolo; in più, la registrazione si rivela un po’ piatta. Sono difetti incisivi, ma in fondo non troppo: anche così parliamo di un lavoro con diverse cose da dire. E di un passo importante per la successiva ricostruzione di una band storica come i tedeschi!

Irritation non è nulla più del classico intro delle zucche di Amburgo, come quelli dei due Keeper of the Seven Keys. Parte su toni compassati, ma poi esplode orchestrale, pomposa, volutamente manieristica. Anche questo gli consente, nel suo minuto abbondante di rivelarsi spassoso al punto giusto, prima di dare il la a Sole Survivor, che poi comincia esplosiva. All’inizio sembra speranzosa e aperta, ma poi la band devia verso toni un po’ più ombrosi, tristi: sono quelli che animano alcuni momenti strumentali e soprattutto le strofe. Moderne, con il riff macinante e spezzettato di Michael Weikath e Roland Grapow, hanno però ancora un tocco di speranza, dato dalla buona prestazione di Deris È quello che viene fuori con più forza nei bei bridge, melodici il giusto, per poi convivere nei ritornelli più heavy con una sensazione ancora crepuscolare. Non male neppure la sezione centrale, molto classica al di là di qualche raro suono elettronico. È lo stesso destino del pezzo, che a tratti arriva persino a essere banale. Ma in fondo non lo è troppo, non in senso negativo almeno: anche così, il risultato è una opener buona, adatta allo scopo di aprire Master of the Rings. Va però meglio con Where the Rain Grows, che pure è molto classica. Se il ritmo tenuto da Kusch è power, il riffage è molto orientato ancora verso l’heavy: lo si sente bene nella norma di base, tipica se non fosse per il basso di Markus Grosskopf, che disegna melodie oblique. Più power sono i bridge: con la loro base di doppia cassa sono sottotraccia, ma introducono refrain davvero catchy, di buon impatto. Ottimi anche i tratti preoccupati che appaiono qua e là, con un bel florilegio di chitarre. Di norma sono brevi, tranne nella fase centrale, che inizia quasi timida ma poi si fa davvero vorticosa, senza perdere di musicalità, che anzi esplode alla fine in una breve coda cantata da Deris. Insomma, un passaggio non male a completare un episodio forse non esaltante ma di buonissimo livello.

Why? lascia ogni componente power metal sentita finora per lidi addirittura da heavy melodico. Un breve intro col ritmo di Kusch, poi ci ritroviamo subito nella sua falsariga di base, espansa e malinconica, sognante in maniera mogia. Una sensazione che si spegne poi nei bridge, leggeri e delicati con le chitarre pulite: sono accoglienti, ma non dura. Presto infatti i ritornelli tornano con forza al pathos, che esplode quasi lancinante, grazie all’ottima melodia impostata dal frontman. Ottimo anche l’assolo centrale, in pratica l’unica variazione di rilievo di un pezzo breve e anche molto lineare. Ma non è un problema: anche così, parliamo di un episodio ottimo, non tra i migliori di Master of the Rings ma neppure troppo distante! Gli Helloween tornano quindi a toni più disimpegnati e duri con Mr. Ego (Take Me Down). Non che il ritmo sia molto più alto, in realtà, anzi: sin dall’inizio, con anche le tastiere dell’ospite Jörn Ellerbrock, il tutto è molto espanso, placido. E anche le strofe, pur crescendo di potenza man mano, non vanno mai troppo oltre: la loro atmosfera è sempre di relax. Nel finale però la loro energia aumenta, e anche l’aura diventa più preoccupata: è il prologo all’esplosione dei ritornelli. Molto più intensi dal punto di vista emotivo, si rivelano dimessi, ma al tempo stesso piuttosto catchy, coi loro cori ben pensati. Se essi sono validi, come anche il resto del pezzo, l’unione in realtà non è proprio ben amalgamata: colpa anche di una certa leziosità da parte dei tedeschi. La si sente soprattutto nell’eccessivo dilungarsi della parte principale (specie al centro e nel finale), che dà all’intera traccia una lunghezza superiore ai sette minuti. Una lunghezza peraltro non supportata da abbastanza idee: di sicuro, tagliando almeno un paio di minuti il tutto sarebbe stato più efficace. Anche così però il risultato non è disprezzabile, pur non essendo tra i picchi di Master of the Rings!

Perfect Gentleman è una canzone che gli Helloween suonano ancor oggi nei propri concerti, e capire il perché non è difficile. Qui infatti i tedeschi mostrano di essere ancora capaci di coniugare divertimento e melodie carine, orecchiabili. Lo si sente sin dall’inizio, con la sua base power sottotraccia su cui si staglia una melodia davvero catchy di tastiera. È la base anche dei refrain, corredati da Deris che canta qualcosa di semplice ma catturante, che si stampa subito in mente per non uscirne più. Più calme sono invece le strofe, espanse e metal solo in maniera vaga; ancor di più fanno i bridge, che invece di salire in potenza si rilassano per lasciare da sola, sullo sfondo, la sezione ritmica. Bella anche la parte centrale, con un assolo valido e una coda corale pensata apposta per essere cantata dal vivo. Insieme a un finale che si spegne ma poi la riprende, correda bene un brano brevissimo ma efficace al massimo, a poca distanza dal meglio del disco! Purtroppo, ciò si ribalta ora con The Game Is On con cui i tedeschi cercano di tornare all’happy metal spensierato di pezzi come Future World e soprattutto Rise and Fall. Proprio a quest’ultima si ispira la presenza di tanti suoni campionati, presi stavolta dai videogiochi arcade. È un’idea interessante, come interessante sono i vortici di chitarra che a tratti si uniscono a questi rumori, un ibrido davvero divertente. Purtroppo, se si eccettua la buona parte centrale, il resto non lo è altrettanto: le strofe sono heavy metal davvero banale, e i suoni che gli Helloween ci impostano sopra suonano forzati. Ancor peggio va coi chorus, con davvero poco mordente: di sicuro non valorizzano il pezzo. Che rimane decente, ma con la sua idea poteva essere molto meglio: così si rivela invece il punto più basso in assoluto di Master of the Rings!

Per fortuna, a questo punto l’album si rialza con Secret Alibi, pezzo ancora più puntato sull’heavy, ma con melodie che ricordano il power, anche quello melodico più moderno – che allora esisteva a malapena. È una sensazione che comincia sin dall’inizio, semplice ma con una preoccupazione sottintesa. Sembra quasi sparire nelle strofe, dall’aspetto quasi solare, ma sotto sotto continua ad ardere, fino a che nei bridge Deris la riporta alla luce con forza. Efficacissimi nell’evocare infelicità, confluiscono poi in ritornelli che possono sembrare quasi allegri, ma nascondono un’anima drammatica, che colpisce al cuore. Valida anche la fase centrale, espansa e crepuscolare all’inizio, per poi diventare il classico shred. È un buon contraltare per una traccia non eccelsa, ma godibile e valida al punto giusto, il che le consente di spiccare anche in un disco simile. È però un’altra storia con Take Me Home, che parte da un intro di Kusch, poi seguito dal macinare di Grosskopf. Già da qui si sente uno spirito quasi teatrale che poi esploderà col riff di Weikath e Grapow, da puro heavy/speed metal ma ritmato in una maniera quasi swing. È un’impostazione che fa già la sua ottima impressione nelle strofe, ma i bridge lo portano anche oltre, con cori manieristici in alternanza col frontman che sono di grande impatto. Lo stesso scambio avviene anche nei chorus, però più d’impatto e liberatori: anch’essi hanno un gran impatto. Ottimo inoltre il gioco di variazioni, che porta la traccia verso lidi più cadenzati o in alternativa verso momenti shred. Da citare anche la frazione centrale, in cui gli Helloween mescolano tutte le varie suggestioni del pezzo in qualcosa di efficace. Entrambe le componenti aiutano la buona riuscita di una traccia tanto sottovalutata quanto grandiosa, un piccolo gioiellino che rappresenta il punto più alto di Master of the Rings!

Unica ballad della scaletta, In the Middle of a Heartbeat ricalca il canovaccio dei tipici lenti degli anni ottanta. Lo fa però con gran classe, il che la rende splendida: buona parte del merito di ciò è dei ritornelli. Con una melodia che colpisce davvero al cuore, scandita da Deris e da lievi cori, emoziona in una maniera unica, che non si sente spesso in pezzi simili. Ma anche la parte principale, lenta e mogia, non è da meno: coi suoi arpeggi, la sezione ritmica e qualche venatura della tastiera di Ellerbrock a tratti, sono il giusto contraltare dei refrain. Splendido anche l’assolo, anch’esso di chitarra pulita: l’ennesimo punto a favore di un pezzo grandioso, il migliore del lavoro insieme al precedente! Dopo un uno-due del genere, nel finale di Master of the Rings gli Helloween propongono quindi Still We Go, traccia non all’altezza ma che si difende bene. Un breve intro, poi ci ritroviamo in un pezzo dinamico, in cui si risente il lato power della band tedesca. O almeno, lo fa all’inizio: le strofe infatti rallentano e si pongono pesanti, da heavy moderno. Poi però gli amburghesi accelerano di nuovo, per bridge tipici che introducono poi ritornelli nervosi, preoccupati, un piglio che li rende efficaci soprattutto a livello di profondità sentimentale. Sullo stesso beneficio può contare anche la solita fase centrale: anch’essa incide bene in un episodio piuttosto buono, che chiude a dovere un album della stessa qualità!

Per concludere, Master of the Rings è un lavoro importante, per gli Helloween. Non è tra i più riusciti della loro discografia, ma ha il merito di cominciare a risollevare una carriera che poteva perdersi per sempre. E che invece è decollata di nuovo, e ha portato grandi dischi come Better than Raw e il sottovalutato (ma validissimo, a mio avviso) The Dark Ride. Per questo, oltre che per il fatto che di suo si rivela solido e presenta diversi ottimi squilli, si tratta di un album consigliato. Specie per i fan del gruppo e per quelli che amano l’heavy/power metal prima maniera.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Irritation01:15
2Sole Survivor04:33
3Where the Rain Grows04:47
4Why?04:12
5Mr. Ego (Take Me Down)07:03
6Perfect Gentleman03:53
7The Game Is On04:41
8Secret Alibi05:49
9Take Me Home04:26
10In the Middle of a Heartbeat04:30
11Still We Go05:10
Durata totale: 50:19
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Andi Derisvoce
Roland Grapowchitarra
Michael Weikathchitarra
Markus Grosskopfbasso
Uli Kuschbatteria
OSPITI
Jörn Ellerbrocktastiera, programming
Tommy Hansenprogramming
ETICHETTA/E:Sanctuary Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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