Dethlehem – Maelstrom of the Emerald Dragon (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEMaelstrom of the Emerald Dragon (2020) è il quarto album degli americani Dethlehem.
GENEREUn melodic death metal evocativo e vario come negli album precedenti del gruppo, con in più una forte tendenza progressive e diverse influenze.
PUNTI DI FORZATantissime sfaccettature, un buon impatto, diverse idee musicali valide, alcuni pezzi di ottima caratura.
PUNTI DEBOLIPochi sforzi per personalizzare il proprio genere, un estro tecnico troppo elevato a tratti che fa perdere alle canzoni di musicalità. Ma soprattutto, una grande mancanza di originalità, causata da un filo di omogeneità e dall’assenza di spunti davvero vincenti.
CANZONI MIGLIORIEscape from Wolf Mountain (ascolta), On the Backs of Giants (ascolta),  Return to the Halls of Madness (ascolta)
CONCLUSIONIMaelstrom of the Emerald Dragon è un album più che discreto, ma i Dethlehem devono lavorare di più se vogliono produrre qualcosa di significativo e che rimanga in mente.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
75
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Fantasy: un genere letterario che si è sempre sposato bene col metal, e non solo col power. Se è vero che quest’ultimo è lo stile più di tutti associato con la letteratura fantastica, ci sono band che hanno flirtato col suo immaginario quasi in ogni altra suddivisione del nostro genere preferito. Non fa eccezione il death: seppur spesso si concentri più sull’horror, non manca chi predilige un approccio lirico fantasy, specie nelle branche più melodiche. È quanto fanno per esempio i Dethlehem: band di Pittsburgh, Pennsylvania, sin dalla nascita nel 2008 si è segnalata per testi centrati su Dungeons and Dragons e dintorni. È una regola a cui Maelstrom of the Emerald Dragon non fa eccezione: quarto album del gruppo, uscito lo scorso 17 luglio prosegue la tradizione dei precedenti e ne evolve il suono. Se da un lato i Dethlehem conservano il death metal melodico con cui hanno iniziato, dall’altra parte Maelstrom of the Emerald Dragon lo rende molto sfaccettato. Con strutture complesse e continui cambiamenti, gli statunitensi si avvicinano al progressive; anche le atmosfere, pur non trasformandosi tantissimo, hanno una varietà decente. A tratti cercano un’epicità mutuata dagli Amon Amarth (riletti in chiave più ricercata e meno brutale), ma sono presenti anche momenti più disimpegnati, o intensi a livello emotivo. E ce ne sono di persino tamarri, in linea con l’immagine dei Dethlehem – ben visibile anche dalla copertina di Maelstrom of the Emerald Dragon.

Il complesso può contare su un buon impatto e su diverse idee musicali valide. Aiutano a stemperare in parte l’effetto già sentito: in fondo, non c’è molto di davvero originale in ciò che suonano gli americani, che non si sono dati troppa pena allo scopo di personalizzarlo. Ma non è il difetto peggiore del disco, come non lo è il tipico errore del prog in cui il gruppo cade a tratti, ossia la perdita della musicalità per concentrarsi sull’estro tecnico senza un perché. Soprattutto, Maelstrom of the Emerald Dragon non è granché memorabile, se non in certi frangenti. Colpa di un po’ di omogeneità, ma in special modo del fatto che i Dethlehem solo di rado riescono a trovare spunti davvero vincenti. Non è un difetto così castrante, è vero: anche così, parliamo di un lavoro di media più che discreto, e con qualche squillo ottimo; sono presenti però anche diversi punti bassi, in una scaletta molto ondivaga. In generale, Maelstrom of the Emerald Dragon dà l’idea di non essere del tutto ispirato. Che sia perché i Dethlehem si devono abituare al nuovo suono più progressivo o perché, semplicemente, non sono riusciti a proporre di meglio, è un problema che in futuro andrà aggiustato.

A Tale that Time Forgot inizia in una maniera che, a parte per le venature di tastiera, ricalca il melodeath più classico. Manca però la tradizionale tensione emotiva: gli statunitensi puntano più sull’impatto e su una lieve preoccupazione. Il pathos vero e proprio emerge solo nella falsariga con cui la alternano: Più lenta, melodica, dimessa, non è male pur soffrendo un pelo troppo di staticità. In ogni caso, questa situazione non dura troppo: presto, gli americani deviano in un senso molto più progressivo. Tra i classici controtempi del genere, che a volte reggono momenti più soffici, altrove invece frazioni più metalliche, rallentamenti malinconici e tratti più lineari quasi di influsso power metal (anche grazie a Brutalitus the BloodBeard, che passa dal growl al pulito), ne vien fuori qualcosa di avvolgente. È il momento migliore del pezzo grazie alla sua aura speranzosa, che però tende a sparire nella coda di questa fase, molto morbida (e anche un filo troppo lunga), per poi essere spazzata via nel finale. Tra nuovi stacchi espansi (mosci ed evitabili) si trovano così tratti truci, a volte di influsso metalcore. Niente male per concludere un pezzo discreto nonostante i difetti: come apertura per Maelstrom of the Emerald Dragon poteva esserci di meglio, ma anche di peggio! Tuttavia, i Dethelehem vanno ben oltre con Return to the Halls of Madness, che all’inizio può sembrare lineare. Ma il suo attacco a tinte quasi thrash inizia presto a farsi più tortuoso, con passaggi obliqui e altri ancora di influsso “core” che si alternano in maniera repentina. E, col tempo, il brano diventa sempre più labirintico, quasi ai limiti con la schizofrenia. Da momenti di gran impatto ad altri di melodia, anche profondi, da alcuni (pochi) semplici ad altri vorticosi all’estremo, si può trovare quasi di tutto in questa evoluzione. Ma il bello è che nonostante questa abbondanza di materiale, il tutto rimane sempre coerente. Ne è un buon esempio la parte poco dopo metà, che a una fase calma ne fa seguire una intensa, da puro melodeath, e poi uno in cui Bovice scandisce un riff da death metal classico, cupo all’estremo. È solo un esempio di tutto ciò che gli americani infilano qua dentro: spesso inoltre si tratta di momenti che si stampano bene nella memoria. Lo dimostra, uno su tutti, la sezione finale, di grande melodia: il momento più distintivo di un episodio però ottimo in toto, per poco alle spalle del meglio del disco!

Mind Flayer è stata scelta come singolo di lancio per di Maelstrom of the Emerald Dragon: una scelta piuttosto efficace per lo scopo. Dopo un brevissimo attacco martellante, vira con decisione sul lato melodico della musica dei Dethlehem. È quasi disimpegnato all’inizio, con gli intrecci maideniani del chitarrista: non si limitano a un riff solo ma si evolvono man mano. Questo lato così progressivo col tempo porta la linea della canzone a lidi più negativi. A tratti sono soltanto cupi, altrove molto aggressivi, in altri tratti ancora uniscono le due anime in qualcosa di vago influsso black. In ogni caso, quasi sempre il pezzo le alterna in maniera competente, creando una bella atmosfera, dalle molte sfumature. Ottimo anche il ritorno, a tratti, di qualcosa di meno oppressivo. Succede al centro, che poi però sfocia in qualcosa di addirittura drammatico ma ben fatto, grazie alla buona prestazione di Brutalitus e alle tastiere. E se ogni tanto il pezzo tende a perdersi, questo non le impedisce di essere almeno buono! Ancor meglio però fa Escape from Wolf Mountain, traccia breve e fulminante. Qualche coro come intro, poi ci troviamo subito nel suo avvio iper-melodioso, di influsso power metal neoclassico, seppur a velocità massima. È quasi stordente, ma poi la musica si fa più lineare: con un retrogusto ancora power, macina molto di più, almeno nel riff di Bovice. È una tendenza che col tempo, si fa più pesante: tolti alcuni ritorni di melodia, per il resto i Dethlehem tornano presto alla potenza. Tra momenti di nuovo orientati al thrash, altri anche al groove, e un finale tutto rallentato, con influssi deathcore, c’è molta durezza. In ogni caso, il tutto si unisce bene al lato più melodico, in un contrasto vincente. Forse non sarà memorabile al massimo, ma se ascoltato con attenzione si rivela un gioiellino, uno dei picchi di Maelstrom of the Emerald Dragon.

Beware the Mimic comincia quasi solenne, ma poi sfocia nel drammatico. Ma siamo sempre nel preludio: presto gli statunitensi svoltano su una fuga melodeath non troppo cupa o oppressiva, se non nei bridge, che si fanno ombrosi e pestati, grazie al riff e anche al martellare di Overlord Brom. C’è spazio però anche per ritornelli calmi, in cui Brutalitus sfodera ancora un pulito profondo: purtroppo però la loro melodia non ha molta grinta, e smorza un po’ l’effetto di queste parti. Il problema principale del pezzo è tuttavia la seconda metà, che vira su un cadenzato pattern ritmico, ripetuto ancora e ancora. Non è male in sé, come male non sono le varie melodie che vi si posano, di tastiera o di chitarra. Neppure il suo andare avanti a lungo è un problema, di suo: il fatto è che un passaggio così ipnotico non si inserisce benissimo in un disco sempre in movimento come questo. Il risultato finale di tutto ciò è buono, ma forse poteva essere studiato un po’ meglio in sinergia con gli altri della scaletta. Per fortuna, a questo punto i Dethlehem cambiano direzione con On the Back of Giants. Anch’essa lenta, contiene però un bel pathos, inedito per Maelstrom of the Emerald Dragon. Sembra quasi una ballata, seppur sotto anfetamine: le ritmiche sono sin dall’inizio molto frenetiche. A volte, questa caratteristica si esaspera anche di più: accade in certi momenti, melodic death del tipo più aggressivo. C’è però spazio anche per momenti più aperti, in cui il cantante scambia pulito e growl: hanno un bell’effetto crepuscolare. Belli anche i frangenti ancor più distesi: a tratti sono minacciosi, con dissonanze di retrogusto black, altrove invece sono armonici e preoccupati. Buona anche la frazione centrale, riflessiva e melodica grazie ai bei incroci della chitarra di Bovice, heavy/power di fatto ma con una bella urgenza, prima di confluire in una chiusura grassa, a tinte groove. Il pezzo si conclude quindi tornando all’origine: nel complesso, è meno tortuosa della media del disco. Ma riesce comunque a incidere: si tratta del suo indubbio picco insieme a Escape from the Wolf Mountain!

Gelatinous Cube Labyrinth prende vita arcana coi suoi cori iniziali su una base espansa. Come da norma del gruppo americano, però, questo non dura: va avanti un po’ a lungo, per poi spostarsi però sul death/prog complicato già sentito finora. La struttura in questo caso è anche più mutevole che in precedenza: l’unica costante è il ritmo di Brom, in movimento quasi costante. Su di essa si stende di tutto, da momenti più oppressivi da altri sempre graffianti, fino ad arrivare a quelli più aperti e di carattere melodico. C’è però spazio anche per qualche rallentamento: particolarmente cupo e truce, si integra però bene nella canzone. Il suo difetto è però che, a parte qualche raro spunto, stavolta poco riesce a brillare: per la maggior parte il tutto si muove su un livello buono, ma senza esaltare o stamparsi troppo in mente. Abbiamo insomma un pezzo godibile ma non esaltante: forse anche per questo, però, rappresenta bene la miglior panoramica dei pregi e dei difetti di Maelstrom of the Emerald Dragon! Quest’ultimo è ormai alla fine: per chiudere i Dethlehem optano per The Emerald Dragon, brano più lungo del disco a cui (quasi) dà il nome. Comincia in maniera vorticosa ma melodica: un’essenza che poi le rimane incollata addosso anche quando il tutto entra nel vivo. Ma, pian piano, la tendenza la porta a incupirsi, con momenti davvero pressanti, a tratti col blast beat di Brom e un florilegio di tastiere a dare più profondità. Ma a tratti invece è quest’ultima al centro, per fasi aperte e nostalgiche, di buona presa. Certo, c’è anche da dire che non tutto all’interno del brano incide: a tratti risulta contorto all’eccesso, e perde un pochino di effetto. Di norma però la sua linea musicale regge, anche nei tanti momenti davvero tecnici e progressivi. Ne sono un esempio i tanti svolazzi al centro; degno di nota anche il finale, invece soddisfatto e solare. Molto semplice col suo riff metal melodico, che poi termina in una frazione da musica da videogioco vintage, è però efficace il giusto. Se non altro, porta a termine una canzone lunga ma di buonissimo livello, una chiusura non male per un disco simile!

A questo punto, sono un po’ combattuto su come valutare Maelstrom of the Emerald Dragon. Da un lato, è vero che la sua media è più discreta, con spunti di alto livello. Dall’altro però è difficile capire a chi consigliarlo: è troppo estremo per chi ama il progressive puro e davvero troppo bizzarro per chi ama il death, anche nella sua incarnazione melodica. Certo, se ti piacciono entrambi i mondi, magari la sua complessità potrà fare al caso tuo. Tuttavia, penso che la prossima volta i Dethlehem dovranno lavorare meglio, se vorranno produrre qualcosa di più significativo. Per quanto, a un’analisi approfondita, sia un disco coi suoi buoni pregi, difficile non dimenticare questo dopo soli pochi giorni che non lo si ascolta più!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1A Tale That Time Forgot06:00
2Return to the Halls of Madness05:01
3Mind Flayer05:04
4Escape from Wolf Mountain04:00
5Beware the Mimic05:52
6On the Backs of Giants04:54
7Gelatinous Cube Labyrnith05:06
8The Emerald Dragon07:36
Durata totale: 43:33
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Brutalitus the BloodBeardvoce
Bovicechitarra
Grimshaw Longfellowbasso
Overlord Brombatteria
  
OSPITI
Lord Bonecrushbacking vocals
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:12 Inch PR

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