Slayer – God Hates Us All (2001)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEGod Hates Us All (2001), nono album degli Slayer, è un lavoro fin troppo sottovalutato dai fan.
GENEREUn ibrido tra il classico thrash della band e influssi groove e persino nu metal, peraltro mescolati a dovere, di norma.
PUNTI DI FORZAUn suono che, nonostante gli influssi moderni, riesce a evocare bene la ferocia tipica degli Slayer, seppur in maniera diversa. È un’aggressività più dolora e nichilista che in passato, ma rende la musica spesso rggivsvr all’interno di una scaletta con più alti che bassi.
PUNTI DEBOLIUn po’ di confusione e di discontinuità stilistica, all’origine di un disco dall’ispirazione ondivaga.
CANZONI MIGLIORIDisciple (ascolta), Payback (ascolta), New Faith (ascolta)
CONCLUSIONISeppur sia sconsigliato ai fan più tradizionalisti, God Hates Us All è un buonissimo album, più che degno di stare in una discografia di una band come gli Slayer.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
82
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Se non sei capitato qui su Heavy Metal Heaven per un puro caso, di sicuro non devo essere io a raccontarti chi siano gli Slayer. Leggenda del metal e in particolare di quello estremo, ne hanno scritto alcune tra le pagine più importanti e più belle. Eppure, la band californiana non è rimasta sempre sulla cresta dell’onda: anch’essa ha avuto i suoi periodi di annebbiamento, specie dopo la fine degli anni ottanta. Ma nonostante ciò, a volte gli Slayer sono stati capaci di tirar fuori qualcosa di degno anche nei periodi di maggiore confusione. Così è, per quanto mi riguarda, God Hates Us All: disco disprezzatissimo dai fan, che lo considerano quasi un tradimento (insieme al precedente Diabolus in Musica), a un ascolto attento e libero da pregiudizi è però un lavoro che ha molto da dire. Se è vero che, da un lato, fa strano sentire gli statunitensi ibridare il loro canonico, violento thrash metal con influssi groove e persino nu metal, dall’altra il risultato non è disprezzabile.

Di sicuro, questa svolta stilistica non è stata una scelta dettata da motivi commerciali. Si sente, anzi, che gli Slayer sanno cosa stanno facendo: la loro ferocia esplode alla grande anche se racchiusa nella forma più moderna di God Hates Us All. Lo fa in maniera diversa, è vero: più dolorosa e nichilista che in passato, sa però incidere alla grande. Merito anche della solita classe dei californiani, solo a tratti appannata: di norma invece la musica funziona bene. È pur vero che in certi frangenti il gruppo appare confuso, come se la band non sapesse dove andare a parare in fatto di stile, il che rende discontinuo l’album. Ne risulta una scaletta dall’ispirazione ondivaga: in God Hates Us All ci sono diversi pezzi ottimi o anche più, ma altri lasciano un po’ a desiderare. Per fortuna, sono pochi: di solito, gli Slayer svolgono bene il loro lavoro. E, in generale, parliamo di un album molto sottovalutato e pieno di sostanza, se uno è in grado di trovarla.

God Hates Us All parte con Darkness of Christ, esteso intro che è un marasma caotico, in cui però emergono sprazzi di ordine. La base, seppur molto ovattata, è il più classico dei riff degli Slayer su un ritmo altrettanto tipico. Si intreccia con campionamenti scanditi da una voce altrettanto distorta di donna, a cui verso la fine si sovrappongono anche le urla di Tom Araya. Ne risulta una bella aura malata: potrebbe essere quasi la colonna sonora di un evento tragico e allucinante come l’undici settembre 2001 – per un caso inquietante, proprio il giorno in cui il disco è uscito. Anche per questo, è adattissima a introdurre Disciple, che poi entra in scena sprigionando da subito un impatto pauroso. Se all’inizio il ritmo di Paul Bostaph è martellante ma non troppo veloce, presto la frenesia comincia a crescere. La prima metà è davvero rabbiosa, grazie al cantante ma soprattutto a un riff macinante, thrash di influsso groove con una potenza assoluta, sia quando è più lento che nei momenti di accelerazione. Lascia spazio a qualcosa di più aperto nei ritornelli, però di altissima ferocia. Con Araya che urla il titolo dell’album in maniera ancor più spinta del solito, potenza assoluta e dissonanze di chitarra, ne risulta un mood squilibrato, oltre a essere un vero schiaffo in faccia. Ma il meglio deve ancora arrivare: lo fa quando, dopo poco più di un minuto, quest’alternanza lascia spazio a un’evoluzione travolgente. Tra classiche fughe slayeriane, incalzanti al massimo, momenti in cui si ibridano con qualcosa di profondo, abissale, spaventoso, e il solito frontman, che tira fuori una prestazione maiuscola, ne risulta una parte centrale da urlo. Colpisce al cuore per la sua meravigliosa violenza sonora e la sua velocità, che martella per qualche minuto, prima di fermarsi quasi per stanchezza. Ma il pezzo non è ancora finito: c’è spazio anche per una coda più rallentata ma fangosa, marcia, in cui gli americani virano su lato nu metal del disco ma in maniera efficace. Il risultato è malvagità assoluta, un altro schiaffo in faccia a chiudere un pezzo meraviglioso. Non è solo il picco assoluto, inarrivabile, di God Hates Us All, ma per quanto mi riguarda anche uno dei punti più alti nella carriera degli Slayer!

Dopo un macigno del genere, era difficile non sfigurare, ma God Send Death riesce almeno a farlo poco. Comincia lenta, con un avvio di retrogusto quasi black metal, e anche quando prende una via più macinante il ritmo non sale troppo, almeno all’inizio. Le strofe sono infatti contenute, puntano sull’oscurità, e ci riescono anche piuttosto bene. Ancor meglio va però coi bridge, veloci ma ancora “melodici”, con i fraseggi dissonanti di influsso black già sentiti in precedenza. Introducono ritornelli meno veloci ma più densi a livello ritmico: soprattutto, suonano malefici, con le loro melodie sinistre che ben stanno insieme alla voce di Araya. Ottima anche la fase centrale, un po’ più alternativa all’inizio per poi spostarsi su un groove/nu metal, anche in questo caso riuscito, e quindi nella classico macinare a là Slayer. Chiude il quadro di un pezzo forse non da urlo, ma non importa: anche così, è solido e di ottima qualità, e in God Hates Us All non stona! Va però ancora meglio con New Faith, che comincia subito arrembante, e quando entra nel vivo lo diventa ancor di più. La base di partenza è un thrash/groove dal vago retrogusto punk, macinante il giusto. Dura poco, prima di confluire in bridge più grassi, e quindi in ritornelli pieni e vorticosi: tra oscurità e impatto, col loro tempo cadenzato colpiscono bene. Tuttavia, il vero spettacolo è al centro, dove tra bordate da puro groove metal della coppia Jeff Hanneman/Kerry King e il ritmo stoppato e cadenzato, Araya crea qualcosa di davvero angosciante e d’impatto con le sue urla. Da citare anche la coda che termina il brano dopo tanta violenza, lenta e quasi doom ma strisciante e oscura il giusto. Il perfetto sigillo di un piccolo gioiellino, non tra il meglio del disco ma neppure troppo lontano!

Cast Down mostra un altro lato dell’ibrido stilistico degli Slayer di God Hates Us All sin dall’inizio. Si parte con un riff grasso, thrash imbastardito nel groove che poi prenderà il sopravvento insieme al nu metal, da cui certi momenti prendono la loro cadenza. Ma più spesso il ritmo è dinamico, anche se non ai classici livelli della band californiana. Al contrario, le strofe si mantengono su un tempo medio-alto: tra l’altro, con il riff espanso che regge, suonano un po’ anonime. Per fortuna, il resto è molto migliore: i bridge, seppur siano molto nu, suonano nichilisti il giusto, e lo stesso vale per i più rumorosi chorus. Qualche altro influsso nello stesso senso “alternativo” dà un colore ancor più moderno al pezzo, che ne beneficia. Il suo vero difetto è invece la poca efficacia di alcune soluzioni, che ostacolano la buona resa del tutto. Anche per questo, il risultato finale non spicca troppo, nonostante sia almeno discreto. La successiva Threshold è famigerata, e capire perché non è difficile. Sin dalle venature iniziali di chitarra guarda molto più al nu metal del resto del disco, qualcosa di confermato dal riff di King e Hanneman, che ricordano il tipico genere degli anni ’90. Qualcosa del genere, seppur con più potenza, si ripete anche nelle strofe, ritmate e cantate addirittura rappando da Araya, che pure non abbandona il suo tono urlato. Più aperti sono invece i lunghi ritornelli, arrabbiati e con venature groove che si inseriscono bene nel complesso. In pratica non c’è altro in un pezzo piuttosto ripetitivo: in effetti, nei suoi due minuti e mezzo scarsi, non ha molto da dire. Questo la relega a punto più basso di God Hates Us All, anche se non la ritengo orrenda come molti fan degli Slayer. Al contrario, come esperimento alla fine si rivela almeno gradevole, per quanto mi riguarda.

Exile continua sulla stessa strada delle precedenti, ma in una chiave più thrash/groove, almeno di solito. Se al primo si rifanno le macinanti strofe, i bridge abbracciano il secondo con anche una chiave nu, per poi macinarlo puro nei ritornelli, urlati e rabbiosi. Il tutto è condito, ancora una volta, da una bella rabbia, graffiante al punto giusto: non farà gridare al miracolo, ma viene evocata nella giusta maniera. A parte la sezione centrale, obliqua e dissonante col ritmo cadenzato e l’assolo sbilenco (in maniera voluta) che vi si posa sopra, non c’è molto altro da dire di un pezzo piuttosto semplice, ma efficace. Di sicuro non è tra il meglio del disco, ma intrattiene a dovere e si rivela almeno buono. È però un’altra storia con Seven Faces, che sin dall’inizio mostra una natura più lenta. Ma ovviamente, visto che è degli Slayer che parliamo, non significa calma: sin dall’inizio anzi l’aura è fosca, forse persino più che nel resto di God Hates Us All. Un intro di chitarre pulite lugubri, che creano desolazione, poi il pezzo inizia fangoso, di nuovo alternativo. Sembra che tutto debba essere così, ma poi il brano si sposa su qualcosa di più grasso e circolare, quasi di retrogusto metalcore. Il riff di King e Hanneman è semplice ma ha una cattiveria assoluta, anche grazie ad Araya, che per una volta non urla ma quasi ringhia, un effetto davvero efficace. Ancor più distruttivo è il resto: i bridge sono già angoscianti, ma sfociano in ritornelli davvero allucinanti per rabbia, in questo caso però quasi sofferta, dolorosa. Ottima anche la fase centrale, che torna all’inizio e lo rende ancor più strisciante. A parte un finale torvo e pestato, è l’unica variazione importante di un episodio lineare ma d’impatto, tanto da risultare ottimo!

Bloodline segue la precedente sul ritmo medio: si sente sin dall’inizio, nel lento fraseggio dei due chitarristi, avvero sinistro. È lo stesso che, in forma potenziata, regge chorus minacciosissimi, in cui Araya canta persino una melodia: è però malefica anch’essa, per un risultato allucinato, di gran impatto. Più piene e potenti sono le strofe: sempre lente, si rivelano però incalzanti al massimo, grazie anche alla prestazione truce del cantante, che col tempo alza la voce e il livello della rabbia. Forse il momento migliore è però al centro, in cui l’aggressività sale ancora e si sentono gli Slayer più classici, seppur con una nota crossover ben inserita. Anch’essa contribuisce a un’ottima canzone che in un disco come God Hates Us All non stona! Purtroppo, con Deviance torna la confusione sentita al centro del disco: già dall’inizio, si prefigura una traccia lenta, la terza in fila – mescolarle meglio sarebbe stato meglio. Ma soprattutto, qui gli americani non incidono: dopo un intro stonato e oscuro, parte un pezzo groove/nu potente, che fa ben sperare. Ma il resto è meno valido: sia le strofe, quasi grunge per depressione e morbidezza, sia le strofe, che tornano alla partenza ma senza renderla più interessante, hanno poco da dire. Il peggio però è la mancanza di varietà: seppur ci siano diversi piccoli dettagli, a livello macroscopico è tutto piuttosto ridondante. Lo dimostra il finale, che cerca la cattiveria ma senza riuscirci: il perfetto riassunto di un pezzo anche piacevole, ma nulla più, il punto più basso del disco con Threshold! Per fortuna, ora i californiani si ritirano su con War Zone, che scuote il disco dal torpore e mostra una notevole carica bellicosa. Carica che non verrà mai meno: che siano thrash, groove o di influsso alternativo, i riff di Hanneman e King sono sempre vorticosi e graffianti. Reggono bene sia le agguerrite strofe, sia i bridge, di poco più sottotraccia, sia i ritornelli. Più lenti ma resi terremotanti da Paul Bostaph all’inizio, si fanno anche più cattivi: il merito è di Araya, che urla tantissimo sempre. Il tutto inframezzato da giusto piccoli stacchi di potenza: non serve altro a una scheggia breve e di gran impatto, che ricorda i migliori Slayer. Non sarà tra i picchi di God Hates Us Hall, ma intrattiene il giusto!

L’esordio di Here Comes the Pain sembra annunciare un pezzo di nuovo lento e strisciante, peraltro incisivo visto l’ottimo riff, già tagliente. Poi però gli americani partono per qualcosa di ombroso, veloce ma non troppo: è incalzante e ha la giusta energia distruttiva. Nella prima parte, queste due anime si alternano, ma verso metà l’evoluzione cambia strada. Al centro c’è così spazio per un momento di origine nu/groove, ma riottoso, di ottima cattiveria grazie alla voce raddoppiata del cantante e al riff al di sotto. Sembra quasi che poi la musica debba tornare indietro, ma nel finale c’è spazio per qualcosa di più rallentato. È però così minaccioso da dare quasi i brividi per l’atmosfera nera come la notte che ne esce fuori, e che pervade anche il nuovo ritornello, in chiusura. Si tratta del momento migliore di un pezzo tutto di buona qualità, anche a dispetto del fatto che in certi (brevi) tratti si perda. Il che lo rende forse il perfetto manifesto, per qualità e per caratteristiche, di God Hates Us All. Quest’ultimo ormai è alla fine: per l’occasione gli Slayer scelgono Payback, che spezza l’aura precedente e torna ai soliti standard del gruppo. Persi così i ritmi lenti, ci ritroviamo nel classico pezzo slayeriano, tutto giocato in velocità sin dall’inizio roboante, che si trasforma poi in una tempesta assoluta. I riff di Hanneman e King hanno il giusto smalto, grazie a influssi groove e a echi persino death metal, che li rendono più malati. Succede soprattutto nelle strofe, di gran cupezza nonostante tutto, e poi nei bridge, dove il retrogusto death è al massimo, con un riff a motosega classico. Non da meno si rivelano però i ritornelli: di orientamento più thrashy, sono però un bel macigno, grazie alla ferocia davvero estrema di Araya. Da citare è anche la fase centrale, l’unica in cui tirare un po’ il fiato: i riff rimangono taglienti come un rasoio e graffiano bene, prima di introdurre il breve, sguaiato assolo tipico per il gruppo. Nel complesso, abbiamo una scheggia davvero estrema e potente, non al livello della opener ma poco sotto: chiude il disco col botto!

In conclusione, da un lato è ovvio che senza la flessione al centro God Hates Us All poteva essere ottimo, o forse addirittura di più. Ma dall’altro, parliamo comunque di un album valido, più che degno di un ascolto: non sarà il migliore degli Slayer, ma non è neppure indegno di un nome così importante. Certo, se poi il nu o persino il groove metal ti fanno venire l’orticaria, forse sono altri i dischi dei californiani più adatti a te. Ma se ti piacciono anche commistioni non proprio “canoniche”, allora sono sicuro che lo apprezzerai tantissimo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Darkness of Christ01:30
2Disciple03:37
3God Send Death03:46
4New Faith03:05
5Cast Down03:28
6Threshold02:29
7Exile03:57
8Seven Faces03:42
9Bloodline03:36
10Deviance03:09
11War Zone02:46
12Here Comes the Pain04:31
13Payback03:05
Durata totale: 42:41
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Tom Arayavoce, basso
Jeff Hannemanchitarra
Kerry Kingchitarra
Paul Bostaphbatteria
ETICHETTA/E:American Recordings
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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