Paradise Lost – In Requiem (2007)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEIn Requiem (2007), undicesimo album nella carriera dei Paradise Lost, rappresenta per la band inglese un ritorno al passato.
GENEREUn gothic metal che riprende in parte alcuni esperimenti degli album precedenti, ma anche forti venature doom dall’inizio della carriera degli album precedenti.
PUNTI DI FORZAUn ritorno al passato sincero, non fatto per sole logiche commerciali: lo si sente nella sua buona potenza e soprattutto nel buon livello di ispirazione, all’origine di alcuni pezzi davvero splendidi.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un filo omogenea e soprattutto ondivaga, con alcuni pezzi che si potevano tagliare.
CANZONI MIGLIORIThe Enemy (ascolta), Praise Lamented Shade (ascolta), Sedative God (ascolta), Ash & Debris (ascolta)
CONCLUSIONIIn Requiem è un album solido e di buonissima qualità. Non sarà il migliore della nuova fase della carriera dei Paradise Lost, ma può rendere felici tutti i fan del gothic metal e della sua unione col doom!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
81
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Parlare della carriera dei Paradise Lost è parlare di un movimento (quasi) continuo. È celebre, per esempio, la transizione dai toni death/doom iniziali, il suono di cui la band di Halifax divenne uno dei nomi di punta, a qualcosa di più melodico. Qualcosa che (in contemporanea con i Type O Negative, dall’altro lato dell’Oceano) col tempo sarebbe stato riconosciuto come l’inizio del gothic/doom metal. Almeno due album della band, Icon del 1993 e Draconian Times due anni dopo, sono dischi influentissimi in questo ambito, e ancor oggi ispirano decine di band. Ma i Paradise Lost non si fermarono lì: la loro volontà di sperimentare li portò presto verso altri lidi. Tra la fine degli anni novanta e l’inizio del decennio successivo, seppur rimanendo legati a gothic rock e metal, sono stati diversi i loro flirt con l’alternative e addirittura con la musica elettronica. Eppure, il loro errare non ha avuto una durata illimitata: la sua fine – o almeno l’inizio della fine – ha una data precisa, il 2007. Quando i Paradise Lost pubblicarono In Requiem.

Undicesimo album degli inglesi, mostra la loro volontà di tornare verso il doom: una volontà di cui c’erano già segnali nel precedente, omonimo album. Qui però la band punta sul genere in maniera molto più convinta di quanto fosse mai stato fin dagli anni novanta. Il gothic rimane tuttavia lo stile principale, almeno per ora: la lezione già sentita in Paradise Lost viene più che altro indurita da In Requiem, che è un album di ottima energia. Non mancano anche venatura che riportano agli esperimenti passati, ma il gruppo inglese riesce a integrarli bene nella propria musica. Il punto di forza del disco è però la sua ispirazione: nei momenti migliori di In Requiem, si sente tutta la classe dei Paradise Lost, degna dei momenti migliori della loro carriera. È anche vero che, dall’altro, lato, è un’ispirazione un po’ ondivaga: in certi frangenti, il disco non incide come nei momenti migliori, e di certo si potevano tagliare un paio dei pezzi meno. In generale, L’idea è che il gruppo britannico fosse ancora alla ricerca della perfetta quadratura del cerchio: è il problema principale di In Requiem insieme a un filo di omogeneità. Ma nulla di troppo castrante: anche così parliamo di un buonissimo lavoro, più che degno di un nome importante come i Paradise Lost!

Le danze partono con un intro espanso, quasi psichedelico coi suoi echi lontani di chitarra, percussioni e tastiere. Dopo poco però la musica comincia ad addensarsi: all’inizio è ancora espansa, con in evidenza l’assolo di Greg Mackintosh, ma poi la vera Never for the Damned mostra più potenza. Una potenza da puro doom: lo dimostra il riff basso di Aaron Aedy, lento e cupo, aiutato dalle dissonanze dell’altra chitarra e dalla voce aggressiva di Nick Holmes. A tratti però i britannici virano su coordinate più dinamiche, seppur di influsso doomy. Ma non da gothic classico: al contrario, anch’essi sono pesanti e piuttosto aggressivi, con un riffage quasi thrash, graffiante e di buon impatto. Si sposano bene, in ogni caso, con l’altra anima; lo stesso vale per il lungo finale, che cambia strada verso lidi molto dilatati, prima di tornare via via all’energia, fino a confluire nell’emotivo assolo in chiusura. È un altro elemento valido per un pezzo non eccezionale, ma piuttosto buono: come apertura per un album simile non sfigura. Va però meglio con Ash & Debris, con cui i Paradise Lost mostrano il lato gothic di In Requiem. Comincia a fluire dopo il breve intro pseudo-sinfonico: le strofe sono quasi stereotipi del genere, seppur abbiano uno spirito strano, con qualcosa di inquietante, dato anche dai cori. Ciò si sviluppa ancor di più nei ritornelli, pieni di suoni di tastiera e di dettagli obliqui, ma in cui esce fuori un buon pathos, col giusto impatto. Tra di esse, nella prima metà c’è spazio anche per un tratto più lento e doom, in questo caso sofferto e avvolgente. Se tutto ciò è carino, la seconda parte si rivela ben migliore. Più lenta, espansa, quasi atmosferica per impostazione, ha persino una sua solennità, che però non limita la sua capacità di suonare dimessa, con una depressione calda, il suono dell’accettazione di un lutto. Tra i momenti cantati da Holmes, un assolo ottimo e un breve ritorno della norma iniziale, abbiamo uno dei passaggi migliori di tutto il disco. Valorizza un brano non tutto eccelso, ma che anche con la prima parte risulta a un passo dal capolavoro e non troppo distante dal meglio del disco!

Anche The Enemy comincia espansa, con un solitario riff doom accompagnato da una voce lontana di donna. Poi però la musica si fa subito più movimentata, all’inizio con le ritmiche circolari di Aedy che poi diventano debordanti. C’è una nota quasi alternativa che però ci sta molto bene: aiuta se non altro il complesso a evocare un senso fangoso e abbattuto. È lo stesso scopo a cui lavorano i ritornelli, anche più disperati del resto con la loro melodia semplice, catchy, ma molto espressiva. Un po’ di speranza si intravede solo nei momenti che tornano, almeno in parte, all’espansione iniziale, sognanti seppur con ancora molta cupezza. In pratica, non c’è altro a parte un momento centrale strano, corale, dilatatissimo che si trasforma poi in qualcosa di macinante e confluisce quindi in un assolo sofferente. E non serve: per quanto semplice, abbiamo una canzone splendida, il picco assoluto di In Requiem! Ma non va peggio con Praise Lamented Shade, in cui sin dall’inizio i Paradise Lost mostra un’anima molto più calma e atmosferica. Dopo un intro melodico e ombroso, la musica comincia ad alternare tratti più potenti, ma spesso con melodie in sottofondo della tastiera di Mackintosh, e altri invece spogli. Anch’essi mostrano influenze dal periodo più elettronico degli inglesi: usate come strofe, creano la giusta aspettativa per i ritornelli. Più pieni, sono eterei ma hanno un’oscurità e una tristezza notevole, per quanto calma, che consente loro di incidere molto. Il tutto inoltre ha una durata molto breve, con poche variazioni: l’unica maggiore è al centro che ricalca lo spirito del resto e lo correda con un riff un filo più pesante e poi col classico assolo ben fatto. Sono due elementi riusciti per un brano semplice ma grande, appena alle spalle del precedente per qualità!

Dopo un inizio così efficace, da Requiem i Paradise Lost perdono in fatto di ispirazione. Lo fanno, peraltro, in maniera notevole: se l’intro corale preannuncia qualcosa di ancora depresso e d’impatto, col tempo comincia a svilupparsi un pezzo con poco appeal. Se i ritornelli, melodici e disperati, si rivelano almeno carini, il resto lascia un po’ a desiderare. Lo fa per esempio nei frangenti con un riff quasi groove metal e Holmes che sfodera quasi il growl: a tratti sfociano in momenti persino thrash. Risultano estranianti in un disco così, e soprattutto non si sposano bene ai passaggi con cui si alternano, dove un riff cadenzato si scontra con gli stessi cori iniziali, in un contrasto però non ben riuscito. Lo stesso si può dire della sezione centrale: pur essendo ottima, con le sue melodie e la sua ansia da tipico gothic, non si inserisce granché bene nel complesso. Che, in generale, sembra un’accozzaglia senza capo né coda di elementi. Se molti di essi funzionano, ciò non toglie che l’insieme perde molto: ne risulta insomma un pezzo mediocre, in assoluto il punto più basso del disco a cui dà (più o meno) il nome. Per fortuna, ora i britannici si rialzano con Unreachable, classico brano di indirizzo gotico. Se a tratti il riffage è pesante, più spesso a dominare è una certa espansione: lo si sente bene nelle strofe, gothic rock giusto sporcato di metal, comunque in sottofondo alla melodia di tastiera e alla voce di Holmes. Più pesanti, ma sempre sulla stessa linea armoniosa, si muovono i chorus: ancor più malinconici del resto, colpiscono bene con la loro impostazione elementare ma incisiva. Lo stesso vale, per la traccia stessa che nella sua semplicità non impressionerà troppo, specie al confronto con altri nella scaletta, ma sa avvolgere a dovere grazie alla classe dei Paradise Lost. Anche questo gli consente di essere buonissima, e di non sfigurare all’interno di In Requiem!

Un attacco quasi da epic doom (ricorda persino i Solstice), poi Prelude to Descent vira su coordinate depresse, gothic/doom da manuale. È la norma che regge anche i refrain: sognanti in senso ombroso, sanno essere catturanti al punto giusto. Più spoglie sono invece le strofe: lente, col riff cadenzato di Aedy a disegnare panorami vuoti e desolati, sono il perfetto contraltare dell’altra frazione. Non male neppure la fase centrale, molto particolare visto che il drummer Jeff Singer la conduce su ritmi veloci, dinamici, ma senza che si perda il lato crepuscolare del resto, anzi accentuato e quasi drammatico. Nonostante la differenza, non si sposa male con un pezzo forse non eccezionale, ma ancora una volta valido! La successiva Fallen Children inizia con le orchestrazioni dell’ospite Chris Elliott: qualcosa che tornerò poi nella traccia. È presente soprattutto nei ritornelli: cercano di essere intensi e catchy, ma non riescono in nessuno dei due compiti. Meglio sono invece le strofe: più spoglie, ossessive ma in maniera riuscita, vedono il contrasto tra una pulsione aggressiva e una forte infelicità, ben evocate da Holmes e dal pianoforte a tratti. Buona anche il semplice, spoglio passaggio di trequarti: è di buona tensione emotiva, pur senza grandi fuochi d’artificio. Arricchisce un pezzo con cui i Paradise Lost non danno proprio il massimo: il livello è buono, ma in un album come In Requiem non spicca granché. Certo, sempre meglio di Beneath Black Skies, che dopo un intro di pianoforte si assesta su una norma che sin da subito sa di già sentito. È una sensazione che ammanta soprattutto i bridge, ansiosi il giusto, e i chorus, di indirizzo invece triste: entrambi sono carini, ma vengono castrati da questa caratteristica. Va un po’ meglio con le strofe, più leggere e quasi da gothic rock: non sono niente di speciale, ma a modo loro funzionano. Lo stesso si può dire della fase centrale, che svolta in maniera decisa verso il doom: non è abbastanza, tuttavia, per risollevare del tutto il livello. Il risultato finale è discreto, ma rispetto al meglio del disco scompare!

Per fortuna, a questo punto la scaletta si ritira su alla grande con Sedative God, che dopo un intro quasi solenne vira su coordinate molto gothic. È il genere che abbraccia sia i momenti strumentali, cupi al punto giusto, sia le strofe, che lo sono anche di più, con un riff anche piuttosto potente. È una situazione che poi si fa ancor più drammatica nei bridge, allucinati e fangosi; la calma torna però coi ritornelli. Ancora gotici, crepuscolari, hanno però un tocco magico, che si unisce bene alla loro nostalgia in qualcosa che ricorda i migliori momenti di Draconian Times. Il passaggio migliore è però il finale: variazione più grande del pezzo insieme al classico assolo ben riuscito, ha un che di speciale. Malinconico nel ripetere il titolo della canzone, sviluppa ancor meglio la norma dei refrain. È il momento topico di un episodio però tutto grandioso, a poca distanza dal meglio di In Requiem. Quest’ultimo è alle battute finali: per l’occasione, i Paradise Lost scelgono Your Own Reality. Tra la voce un po’ effettata di Holmes e le orchestrazioni di Elliott, ha un avvio molto teatrale, da cui però già spira un’aura desolata. È la stessa che poi si accentua quando la musica entra nel vivo: è forte sia nelle strofe, doom e cupe, sia soprattutto nei refrain. Sia che vengano scanditi in maniera spoglia, dal solo cantante come all’inizio, sia col supporto del riff, suonano avviliti al massimo, almeno all’inizio. Hanno anche una coda un pelo più animata, ma che non rinuncia all’afflizione. A parte un paio di assoli, sentiti e molto lacrimevoli di Mackintosh, non c’è altro in una traccia lineare e senza scossoni. Ma che anche così risulta di ottimo livello, una chiusura appropriata per questi tre quarti d’ora!

Forse è inutile sottolinearlo, ma In Requiem è un album solido e molto buono, di sicuro tutt’altro rispetto al classico ritorno al passato poco convinto solo per accontentare i fan. Certo, senza la flessione nella parte centrale poteva essere ottimo, o forse persino un capolavoro. Ma non è un buon motivo per sottovalutarlo, come non lo è il fatto che alcuni degli album successivi dei Paradise Lost si rivelino ancor meglio. Anche questo è un disco da scoprire, se ti piace il gothic metal e la sua unione originaria col doom!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Never for the Damned05:02
2Ash & Debris04:16
3The Enemy03:39
4Praise Lamented Shade04:02
5Requiem04:25
6Unreachable03:38
7Prelude to Descent04:11
8Fallen Children03:38
9Beneath Black Skies04:12
10Sedative God03:59
11Your Own Reality04:02
Durata totale: 45:04
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Nick Holmesvoce
Greg Mackintoshchitarra solista e tastiera
Aaron Aedychitarra ritmica e acustica
Steve Edmondsonbasso
Jeff Singerbatteria
OSPITI
Chris Elliottarrangiamenti degli archi
Leah Randivoce addizionale (tracce 3 e 4)
Heather Thompsonvoce addizionale (traccia 3)
ETICHETTA/E:Century Media Records
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