Aerosmith – Toys in the Attic (1975)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEToys in the Attic (1975) è il terzo storico album dei celebri Aerosmith.
GENEREUn hard rock misto ad altri influssi (soprattutto blues), per un risultato personale ed eclettico.
PUNTI DI FORZAUna grande efficacia sia nei momenti più energici che in quelli più atmosferici, che si esplica in tantissimi spunti degni di nota. Un’ottima abilità da parte della band nel gestire strutture più complesse della media, uno stile non solo personale ma che a tratti ha del visionario.
PUNTI DEBOLIAlcuni momenti morti, ma niente di preoccupante.
CANZONI MIGLIORIUncle Salty (ascolta), Walk This Way (ascolta), Sweet Emotion (ascolta), Toys in the Attic (ascolta), Round and Round (ascolta)
CONCLUSIONIToys in the Attic non è solo l’album della maturità degli Aerosmith ma una pietra miliare dell’hard e del rock in generale, che ogni fan dovrebbe possedere!
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VOTO FINALE
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95
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Esistono album che non hanno bisogno di presentazioni. Album che, se proprio li si vuole recensire, lo si fa per puro sport, piuttosto che per dire la propria: il numero di opinioni che già sono state prodotte su questo genere di dischi è tale che un’altra non serve poi a molto. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di lavori famosissimi, molto amati e celebrati ormai da decenni: per esempio, Toys in the Attic ne è un ottimo esempio. Si tratta dell’album degli Aerosmith più venduto negli Stati Uniti, e uno dei più iconici della band. Parte del merito può essere ricondotto ad alcune scelte felici come singoli – una, in particolare – che chiunque, anche non amante del rock, conosce. Ma non è solo questo: Toys in the Attic è anche un lavoro molto importante, se non altro per gli Aerosmith stessi. Che, dopo l’esordio omonimo del 1973 e Get Your Wings dell’anno successiva, arrivarono a pubblicare il disco della maturità.

Non che i due album precedenti siano acerbi; con Toys in the Attic, però, gli Aerosmith sviluppano ancor di più l’eclettismo degli esordi. La componente blues presente da sempre viene sviluppata meglio, e inoltre vengono assorbiti nuovi influssi: il risultato è personalissimo, ma di gran presa. Non punta sempre sulla potenza, ma anche nei momenti atmosferici la celebre band di Boston sa dire la propri a. Anche nei frangenti più duri però gli Aerosmith lasciano il segno: merito anche della visionarietà di Toys in the Attic. Si tratta senza dubbio di un disco legato al suono degli anni settanta, ma alcuni dei suoi elementi verranno poi ripresi nell’hard rock della decade successiva. Il suo vero punto di forza è però la bravura del gruppo: le consente, per esempio, di gestire al meglio strutture un po’ più complesse del classico rock del periodo. Ma si esplica in maniera maggiore nelle tante idee vincenti di cui gli Aerosmith costellano Toys in the Attic. Parliamo di un disco, è vero, con qualche momento morto, ma anche un grande spessore. E che, in ultima analisi, merita in pieno la fama e i riconoscimenti che nel tempo ha conseguito!

Senza alcun intro, ci ritroviamo subito in Toys in the Attic, in cui gli Aerosmith ci mostrano subito il loro lato più scatenato. Il ritmo tenuto dal drummer è velocissimo per l’hard rock dell’epoca, e anche il riff di Brad Whitford e Joe Perry non è da meno. Spesso ti spinge solo a muoverti, ma ci sono anche accordi di pura potenza. Gli stessi che poi dominano nelle strofe, meno dinamiche ma di ottimo impatto sia nei tratti più aperti sia in quelli che si spingono in senso più vorticoso. Una tendenza che poi culmina nei chorus: riprendono la norma iniziale e con la voce di Steven Tyler, un po’ in falsetto ma tutto sommato adatta, sono divertentissimi. Un breve assolo di Perry, molto classico ma adatto alla situazione, è tutto il resto in una scheggia brevissima ma fulminante. L’album si apre insomma con un botto assoluto: il bello è però che non è neppure tra i pezzi migliori della scaletta – seppur sia poco distante da quel livello! Gli americani fanno però ancor meglio con Uncle Salty, che vira più sul loro lato blues sin dall’inizio, dominato dallo shuffle della sezione ritmica. Dominerà poi gran parte del pezzo, in accoppiata con abbellimenti di chitarra dall’influsso bluesy, melodiche ma a modo loro con qualcosa di cupo e inquieto. Una sensazione che cresce nelle strofe, insieme a una sottile malinconia: il tutto esplode poi nei ritornelli, l’unico momento davvero hard del pezzo, e anche per questo di grandissimo impatto. Nel senso opposto vanno invece le due frazioni presenti in breve al centro (seguita poi da un assolo vitale) e in maniera più estesa nel finale. Espanse, quasi da rock psichedelico, riescono ad avvolgere con la loro essenza serena ma anche con un tocco preoccupato, che le avvicina abbastanza al rock progressivo. Sono un tocco di classe per un episodio splendido, uno dei picchi assoluti di Toys in the Attic.

A questo punto, gli Aerosmith tornano all’hard rock più classico con Adam’s Apple, brano che sin dall’inizio mostra uno spirito giocoso. E col tempo, lo diventa anche di più: merito non solo del testo, ironico e pieno di doppi sensi, ma anche di una componente musicale che lo supporta a dovere. Vanno in questo senso sia le strofe, sguaiate in una maniera però voluta e accompagnate in sottofondo da quelle che sembrano trombe leziose, sia i ritornelli, non troppo catchy ma efficaci al punto giusto. Ottimo anche l’assolo centrale, ancora una volta tipico ma appassionante, anche nella sua lunghezza piuttosto spinta. Quanto basta per un pezzo godibile ma regolare, o almeno così sembra nell’album. Un’altra dimostrazione del suo livello, visto che presa a sé stante abbiamo un piccolo diamante! È però un’altra storia con Walk This Way, forse il pezzo più famoso degli Aerosmith. Non saprei dire se il merito è della canzone in sé, nella versione qui in Toys in the Attic oppure della celeberrima trasposizione rap realizzata coi Run-DMC. Sta di fatto che è una celebrità meritata: parliamo di un pezzo leggendario sin dall’attacco, con la batteria di Joey Kramer e poi il riff di chitarra, una vera e propria icona nella musica in generale. E il resto non è da meno: incidono bene sia le strofe, ritmate e già quasi rappate da Tyler, in maniera incalzante, sia i ritorni dell’inizio. Ma ottimi si rivelano anche i refrain: semplici, scanditi da dei cori in falsetto, si lasciano cantare così bene che completano il tutto al meglio. Niente male anche il finale, tutto solistico: senza grandi fuochi d’artificio da parte di Joe Perry, chiude però alla grande il cerchio bene un episodio breve ma eccezionale. Non c’è dubbio che sia tra i punti più alti della scaletta!

Big Ten Inch Records è la cover di un pezzo scritto da Fred Weismantel e registrato la prima volta dal bluesman Bull Moose Jackson. E si sente: sin dall’inizio, è permeato da sonorità che suonavano vintage già all’epoca di Toys in the Attic. Gli Aerosmith non personalizzano molto il tutto, ma in fondo come numero blues non è male: sia il testo, col suo gioco di parole allusivo, sia il ritmo incalzante e rock ‘n’ roll, accompagnato da trombe e pianoforte, suonano divertenti. Qualche spruzzata di hard rock qua e là fa il resto: non sarà il pezzo più incredibile del disco, ma a livello di intrattenimento svolge il suo compito! La storia è diversa però con Sweet Emotion, che inizia espansa: pur prendendo un po’ di corpo in seguito, il ritornello che appare subito è ancora etereo, atmosferico, persino dolce. Sembra l’inizio di una ballata o qualcosa di simile, ma poi le strofe virano su qualcosa di più esplosivo. Animate, sanno ispirare la giusta energia: ancor di più lo fanno i bridge, quasi a là Led Zeppelin ma con più grinta degli inglesi. Il risultato è uno scambio strano, che però funziona bene. Ottima anche la struttura, non del tutto lineare, pur alternando di solito queste due anime; fa eccezione il finale, con un bell’assolo su una base energica. Non serve altro a una traccia splendida, un altro picco per il disco! Purtroppo, non si può dire lo stesso di No More No More: parte da un intro calmo che poi presto si trasforma nel più classico dei pezzi, a metà tra hard e rock classico. Proprio questo, forse, la rende un po’ scontata: nonostante l’aura simpatica e divertente svolga il suo compito, stavolta il tutto non esalta. Colpa forse anche dei piccoli stacchi nelle strofe che, al contrario del resto che almeno si difende, non hanno grande carisma, coi loro coretti a ripetere il titolo. Migliori si rivelano sia il resto delle strofe, sia i chorus, calmi e solari: nonostante la semplicità, sanno il fatto loro. Ma non basta per risollevare il tutto, come non basta una parte centrale bella energica: in generale abbiamo un brano sì buono, ma non eccezionale. Il che la rende l’indubbio punto più basso di Toys in the Attic.

Uno dei problemi di No More No More è che gli Aerosmith la piazzano tra due dei pezzi più clamorosi del disco. Ora infatti è il turno di Round and Round: dopo qualche sussurro, si avvia cupa, con un riffage dagli echi addirittura dai Black Sabbath, seppur senza la stessa pesantezza. Il senso che si sprigiona è però simile: lungo tutta la canzone, si respira un’aria seriosa, preoccupata, persino oscuro. È già presente nelle strofe, un po’ sottotraccia, ma poi si accentua nei ritornelli, in cui Tyler alza davvero la voce, mentre Perry e Whitford lo seguono al di sotto. Ancor meglio va con le variazioni: già le lievi venature soliste presenti a tratti, specie nella lunga progressione centrale – per poi svilupparsi a pieno sulla trequarti – sanno il fatto loro. Il meglio però è il finale, ossessivo e quasi alienante, in una maniera però di gran impatto. Il risultato è un episodio sottovalutato in maniera incredibile – anche dalla band, che solo di rado l’ha suonata dal vivo. Il livello qui non sarà pari al meglio del disco, ma gira appena sotto! A questo punto, siamo agli sgoccioli: per l’occasione, gli Aerosmith scelgono You See Me Crying. Nonostante i tanti brani melodici sentiti finora, è l’unica vera ballad di Toys in the Attic: una ballad, peraltro, all’altezza della situazione. Le sue melodie sono quanto di più classico in questo ambito, ma nonostante tutto funzionano bene. Sia i momenti un pelo più densi e vitali, sia quelli intimisti, con la voce del frontman retta dal pianoforte dell’ospite Scott Cushnie e occasionalmente dal basso di Tom Hamilton incidono bene. Merito soprattutto dell’aura, che varia da una serenità solare a una forte malinconia, intensa e avvolgente. Ottimi, in ogni caso, tutti gli arrangiamenti, da quelli più da rock anni ’70 fino agli influssi sinfonici, che addirittura al centro e sulla trequarti esplodono in primo piano. Sono tantissimi gli elementi che gli americani mettono in scena: tutti però si mescolano a dovere, il songwriting è curatissimo. Ne è un perfetto esempio la sezione poco dopo metà, ricchissima di suoni eppure incisiva al massimo. In generale, ne deriva una traccia che pur non essendo tra i picchi del disco, mantiene altissimo il livello, e rappresenta una chiusura adeguata!

Per concludere, Toys in the Attic non sarà il miglior album nella storia dell’hard rock, ma nessuno può negare che sia una pietra miliare del genere, nonché della carriera degli Aerosmith. E al di là del discorso storico, è un album di altissimo livello: come detto all’inizio, merita la sua fama e i suoi riconoscimento. Per tutti questi motivi, si tratta di un prodotto almeno da scoprire, se non da amare, per ogni fan dell’hard e del rock in generale. Ecco perché, se non ti è mai capitato in passato, il consiglio è di rimediare!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Toys in the Attic03:05
2Uncle Salty04:08
3Adam’s Apple04:34
4Walk This Way03:39
5Big Ten Inch Record (Fred Weismantel cover)02:10
6Sweet Emotion04:34
7No More No More04:35
8Round and Round05:02
9You See Me Crying05:12
Durata totale: 36:59
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Steven Tylervoce, tastiere, armonica, percussioni
Joe Perrychitarra solista, ritmica, acustica e slide, cori, percussioni
Brad Whitfordchitarra ritmica e solista
Tom Hamiltonbasso, chitarra ritmica (traccia 2)
Joey Kramerbatteria
OSPITI
Michael Mainieriarrangiamento e conduttore orchestra
Scott Cushniepianoforte (tracce 5 e 7)
Jay Messinamarimba (traccia 6)
ETICHETTA/E:Columbia Records
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