Acacia – Resurrection (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEResurrection (2019) è il secondo album dei siciliani Acacia, il primo dopo 23 anni dall’esordio Deeper Secret (1996) a cui sono seguiti uno scioglimento e una recente reunion.
GENEREUn heavy metal tra classico e moderno, con in più forti influssi progressive.
PUNTI DI FORZAUn suono oscuro ma al tempo stesso molto elegante, raffinato, ben curato specie dal punto di vista della musicalità, con melodie che si stampano bene in mente. Sono tutti fattori all’origine di una scaletta piena di grandi spunti e con pochissimi momenti morti.
PUNTI DEBOLIUna lieve flessione nella seconda metà, che però non pregiudica granché la qualità generale.
CANZONI MIGLIORILight in Shadows (ascolta), Gone Away (ascolta), The Age of Glory (ascolta), Revelation Day (ascolta)
CONCLUSIONIQuella degli Acacia non è stata certo una reunion poco ispirata: Resurrection è un album che raggiunge il capolavoro, ed è consigliato con calore a chi ama l’heavy e il progressive metal!
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VOTO FINALE
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1996: dopo la canonica serie di demo che si usava all’epoca, una giovane band palermitana di nome Acacia pubblica il suo esordio, Deeper Secret. Nonostante quanto fosse difficile suonare metal in Italia all’epoca, l’album ricevette ottime recensioni, e diede al gruppo un suo seguito. Un successo che però non bastò: conflitti interni alla band ne decretarono la fine appena due anni dopo, nel 1998. Sugli Acacia scese così l’oblio: un oblio durato fino a tempi recenti, quando il fondatore, chitarrista e mastermind Martino Lo Cascio ha deciso di rimettere insieme il gruppo. Per registrare le canzoni che aveva continuato a comporre nel corso degli anni, ha messo insieme una formazione con nuovi musicisti da band anche conosciute (Heimdall, Thy Majestie, Crimson Wind, Trinakrius). Ed è così che, a distanza di ben 23 anni da Deeper Secret, gli Acacia sono tornati a pubblicare un album, Resurrection, uscito alla fine del 2019.

In diverse situazioni simili, si parla di reunion con ben poco da dire, fatte solo per sfruttare almeno un angolino della popolarità che il metal ha oggi. Non è però il caso dei siciliani, anzi: parliamo di un album ispirato a partire dal lato stilistico. Non è nostalgico come potrebbe sembrare: al contrario, in Resurrection gli Acacia modernizzano la lezione dell’esordio. Di base, è un heavy metal a metà tra i gruppi più eleganti della scena americana degli anni ottanta e una pulsione più oscura attuale. In più, i palermitani le aggiungono un forte influsso progressive: conferisce ancor più ricercatezza a un suono che lo è già di suo. Il risultato è uno stile raffinato, ma che non per questo si guarda troppo allo specchio, né cerca di puntare solo sulle atmosfere. Al contrario, gli Acacia sanno bene come dare musicalità al proprio stile: Resurrection brilla per le tantissime ottime melodie di cui è costellato. Arricchiscono diverse canzoni che anche per questo si stampano bene in mente: merito anche di un lato emotivo reale, palpabile, spesso triste ma con tante sfumature diverse. In effetti, anche la varietà è un punto di forza per un lavoro che, come scoprirai nel corso della recensione, ha giusto una manciata di punti morti. E, per il resto, tantissima sostanza.

Le danze partono da Obsession, lieve intro che comincia con la voce di Gandolfo Ferro in solitaria sopra a una chitarra acustica lieve, a cui nel corso del tempo si affianca anche un violino. L’effetto generale ricorda un po’ quello dell’intro di Seventh Son of a Seventh Son dei Maiden, seppur in una chiave un po’ più mogia. E anche più oscura, come diventa alla distanza: il finale è ombroso. E dà perciò bene il là a Light in Shadows, che poi mostra da subito la sua grande espressività. Su una base potente ma non troppo, con quasi un piglio rock, una chitarra disegna un fraseggio: lo stesso che poi ricomparirà in seguito negli efficacissimi ritornelli. Non ci sono solo le sei corde: una sua evoluzione viene cantata dal frontman, che rende il tutto grintoso, disperato in maniera lancinante. Si alternano con strofe invece di basso voltaggio, dimesse ma calde e persino sognanti, seppur in una maniera triste. Il risultato è un bellissimo saliscendi di emozioni, che colpisce molto bene: merito anche di pochi dettagli di contorno, ma ben studiati. Che sia l’assolo centrale, molto ben fatto, o quello che si sovrappone al ritornello alla fine, tutto funziona in un episodio meraviglioso, subito tra i picchi di Resurrection! Nella successiva Chains of Memory, gli Acacia mettono quindi in mostra il loro lato più progressivo. È evidente sin dal principio, con una norma neppure troppo complessa ma dall’aspetto intricato, nella sua scansione ritmica e melodica rapida e nel tempo in levare che lo regge. È la base che regge anche i ritornelli: Ferro dà loro un tocco di passione in più, rendendoli drammatici ma senza perdere nulla in eleganza. Di nuovo, molto più morbide sono le strofe, prog rock stavolta calmo: potrebbero sembrare persino serene a un ascolto distratto, ma nascondono una grande malinconia. Che viene poi fuori nei bridge: semplici, heavy, risultano però preoccupati il giusto per raccordare le due anime. Ottimo anche l’assolo centrale, raffinatissimo sin dall’inizio con l’assolo su un pianoforte, prima di un breve stacco in cui si mette in mostra il bassista Massimo Provenzano. Arricchisce un pezzo forse non tra i migliori del disco, ma non è un problema: parliamo lo stesso di una vera perla!

Quando può sembrare che Resurrection possa fossilizzarsi su una certa impostazione e finire per ripetersi, gli Acacia stupiscono ora con The Age of Glory. Il suo mogio arpeggio iniziale le dà un tono progressive, ma poi la musica comincia a crescere. All’inizio lo fa sulla stessa linea, ma nel giro di pochi secondi i siciliani virano su qualcosa di più lineare, heavy metal melodico di una ricercatezza da fare quasi invidia ai Crimson Glory, grazie anche a lievi orchestrazioni. Ancora una volta, è la falsariga anche dei ritornelli: accanto a lievi cori in falsetto adatti al contesto, la voce di Ferro vi disegna sopra una melodia davvero catchy. Ma al tempo stesso ha persino un vago tocco epico: si accoppia bene con lo spirito elegante del gruppo, rendendo il tutto anche più maestoso. Ottime anche le strofe: all’inizio ancora di indirizzo morbido, col tempo anch’esse deviano verso l’heavy, col riffage di Lo Cascio e Simone Campione al tempo stesso energico e ricercato, pur mantenendo una certa solennità. Di nuovo, validissimi sono anche i particolari di contorno, dai bridge che tornano verso il prog al breve ma robusto finale, passando per il tratto di centro. Con un altro bell’assolo in accoppiata con nuove venature sinfoniche dopo un preludio con la voce di Martin Luther King, anch’essa svolge bene il suo ruolo. Ne risulta un pezzo davvero grandioso, non tra i migliori del disco ma neppure troppo lontana da quel livello! Con Alone, è ora venuto il momento della prima ballad del disco. Di base molto fedele ai canoni degli anni ottanta, viene costellata dalla band di influssi prog, presenti nelle chitarre lievi e a tratti anche nelle atmosfere, per esempio nei bridge. Più semplici e classiche sono le nostalgiche strofe; lo stesso si può dire dei ritornelli, più elettriche ma sempre lente e mogie. Quest’ultimo caso però è anche il problema del brano: per la prima e unica volta in Resurrection, la melodia cantata da Ferro non incide moltissimo, appare anonima, persino banale. Anche il resto, peraltro, non esplode tantissimo: in generale, per quanto la loro classe si senta anche qui, gli Acacia sono meno ispirati che altrove. Il risultato è piacevole e buono, ma non basta per evitare di rendere il complesso il punto più basso di un album in cui quasi scompare.

Per fortuna, ora i siciliani si ritirano su con Revelation Day, brano che sin dall’inizio tradisce la sua natura progressiva. All’inizio molto espanso, quasi a livelli ambient, si mette in mostra subito per delicatezza, ben esplorata dal frontman e dalla sezione ritmica ombrosa, mentre le chitarre sono solo piccole venature, almeno all’inizio. Ma le cose cambiano all’esplosione dei ritornelli: sempre spezzettati alla maniera del prog, hanno una bellissima malinconia, ma anche qualcosa di vitale. Merito non solo del cantante, ma anche del riff azzeccatissimo di Lo Cascio e Campione, nonché delle nuove orchestrazioni che le accompagnano. I due chitarristi si mettono poi in mostra anche nel resto della canzone: la loro presenza aumenta quasi ovunque, sia nelle tante venature che arrivano nelle strofe, sia nel tratto centrale. Progressive eclettico che mi ha ricordato addirittura gli Angra, è riuscitissimo sia nei momenti corali, più intimisti e sereni, sia in quelli intensi, come l’assolo finale. Anch’essa arricchisce un brano neppure troppo distante dai migliori di Resurrection! La successiva My Dark Side all’inizio dà quasi l’idea di essere un’altra ballata, coi suoi toni dolci e melodiosi al massimo. Poi però gli Acacia virano su qualcosa di più energico: tra momenti ancora leggeri, pieni di armonizzazioni e di melodia, e tratti invece duri, di potenza moderna, la falsariga di base è dura. Ma senza rinunciare a un buon lato emotivo: un po’ nascosto, avvolge però a dovere. I siculi tornano quindi su lidi soffici coi bridge, di gran armonia, ma non dura: presto è il turno di ritornelli di potenza anche maggiore. Con ritmiche che ricordano il power e perfino il thrash melodico, hanno una bella drammaticità, ben sottolineata anche dagli acuti altissimi di Ferro. A parte il solito assolo ben riuscito, c’è poco altro in una traccia forse non all’altezza del meglio del disco che però rimane ottima!

Seppur forse non considerabile un lento tout court, Seasons End si avvicina parecchio a quel concetto. Lo si può sentire all’inizio, quando gli Acacia indugiano a lungo in qualcosa di espanso e lieve. E anche quando il metal entra in scena, non è dinamico come in altri casi in Resurrection: stavolta anzi la band siciliana punta sull’atmosfera. Un tentativo che peraltro riesce bene: sia le strofe, espanse, avvolgenti e col frontman che arriva quasi a imitare Geoff Tate, sia i chorus, più concentrati e intensi al punto giusto, funzionano a dovere. Ottima anche la sezione centrale: di nuovo calma, ispira un gran intimismo. Certo, c’è da dire che rispetto ad altri il brano non esalta più di tanto; tuttavia, è abbastanza valido da riuscire almeno nel compito di non sfigurare in una scaletta del genere! È però un’altra storia con Gone Away: anch’essa sin dall’inizio richiama i Queensrÿche, con la sua aura depressa. È uno spunto poi sviluppato al massimo nei refrain: tanto disperati da colpire al cuore, possono contare però su una melodia facile da stamparsi in mente. Anche le strofe sono altrettanto incisive: a metà tra una mogia dimensione progressive e piccoli arrangiamenti apprezzabili, tra metal e persino hard rock, rappresentano la calma prima della tempesta. A parte un breve assolo lieve, dal vago retrogusto spagnoleggiante al centro, non c’è altro in un pezzo brevissimo ma eccelso. Per quanto mi riguarda, è addirittura il picco di Resurrection con Light in Shadows! In chiusura, gli Acacia optano quindi per The Man: seconda (o terza, a seconda di come uno conta) ballad, è anche la migliore. Merito del senso di sconfitta che si respira sin dall’inizio, evocato dal pianoforte e una chitarra effettata su cui Ferro canta intenso. Non mancano però venature dalla ricercatezza tipica degli Acacia, incarnata in alcune delle pseudo-orchestrazioni già sentite in passate e dalle melodie di Lo Cascio e Campione che spuntano più avanti, di chiaro indirizzo prog. Ottimi anche i ritornelli: il primo è soffice come il resto, ma poi i siciliani riprendono la stessa melodia in chiave metal. Ma senza grande energia: a dominare è ancora lo stesso sento di depressione calda. Vanno nella stessa direzione sia il tratto centrale, con l’ennesimo assolo in linea col mood generale, sia soprattutto il raffinato passaggio finale, con una bella melodia cantata da una voce femminile. Sono arricchimenti per un brano lungo ma sempre incisivo con la sua atmosfera: seppur non sia eccezionale rimane ottimo, solido, una chiusura appropriata per un album di questo livello!

In definitiva, l’unico appunto che si può fare a Resurrection è la sua lieve flessione nella seconda metà. Fosse stata al livello della prima, parleremmo di un album ancora più bello. Ma non è un buon motivo per sottovalutarlo: anche così, si tratta di un piccolo capolavoro nel suo genere, pieno di grandi canzoni che valgono da sole un ascolto e magari un acquisto. Se perciò ti piace l’heavy metal più elegante oppure il progressive, non posso far altro che consigliarti gli Acacia!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Obsession01:14
2Light in Shadows04:08
3Chains of Memory05:13
4The Age of Glory05:09
5Alone05:17
6Revelation Day04:14
7My Dark Side05:54
8Seasons End04:54
9Gone Away03:38
10The Man06:26
Durata totale: 46:17
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Gandolfo Ferrovoce
Simone Campionechitarra
Martino Lo Casciochitarra
Massimo Provenzanobasso
Claudio Floriobatteria
ETICHETTA/E:Underground Symphony
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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