Helion Prime – Question Everything (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEQuestion Everything (2020) è il terzo album degli americani Helion Prime.
GENEREUn power metal ancor più originale che nell’esordio omonimo (2016), oltre che più melodico e ricco di suoni diversi.
PUNTI DI FORZAUno stile ancor più personale e maturo che in passato. Un songwritring grandioso, che brilla soprattutto per l’abilità fuori dal comune della band nel trovare le giuste melodie, anche da parte della nuova cantante Mary Zimmer. Sono queste caratteristiche a rendere il lavoro pieno di canzoni memorabili.
PUNTI DEBOLIQualche pezzo minore tagliabile, specie nella prima metà, ma niente di granché fastidioso.
CANZONI MIGLIORIE Pur Si Muove (ascolta), Question Everything (ascolta), Words of the Abbot (ascolta), The Final Theory (ascolta)
CONCLUSIONIQuestion Everything conferma gli Helion Prime come una band notevolissima. Si tratta di un album grandioso, una delle uscite più interessanti del 2020 per qualità e personalità!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
92
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Ho già avuto a che fare, in passato, con gli Helion Prime. Era l’ormai lontano 2016, quando mi sono occupato del loro esordio omonimo: un lavoro che all’epoca apprezzai moltissimo. Il personale stile a metà tra power metal europeo e americano, ma soprattutto l’alto livello compositivo mi avevano conquistato, tanto da spingermi addirittura a intervistare il chitarrista Jason Ashcraft, una delle mie rarissime interviste in inglese. Da allora, tuttavia, avevo un po’ perso di vista questa band di Sacramento, in California. Per esempio, non ho avuto il privilegio di recensire il secondo album Terror of the Cybernetic Space Monster (2018). Qualche mese fa, tuttavia, mi è stato dato quello di occuparmi del terzo disco degli Helion Prime, Question Everything: un’occasione che ho accettato, sia pur con diversi dubbi. Quello che mi preoccupava di più era la mancanza di uno dei cardini che rendevano grande l’esordio, ossia la cantante Heather Michele Smith. Ma all’ascolto, ho scoperto che erano timori infondati: anche Mary Zimmer (la terza cantante cambiata in tre album) sa il fatto suo. Pur avendo un timbro meno personale e più classico, non lo fa pesare: la sua bravura è notevole, e si adatta bene alla musica degli Helion Prime. Che, peraltro, anche in Question Everything rimane di altissimo livello.

Se il genere di base è lo stesso sentito nell’esordio, nel tempo la band americana lo ha reso molto più ricco. Sono presenti tanti suoni, tanti influssi (prog e heavy principalmente, ma non solo) tante melodie specie di tastiera, oltre che di chitarra: ne risulta qualcosa di più pieno, ma mai fuori luogo o esagerato. Merito in primis di una personalità ancora più forte: rispetto a Helion Prime, il power metal di Question Everything ha meno influssi dalla scena europeo e una tendenza più melodica. È un suono ancora più originale, ma il punto di forza assoluto della band statunitense è sempre il songwriting. Anche qui, brilla la loro abilità fuori dal comune nel trovare le giuste melodie, anche più catturanti che in passato. In generale, parliamo di un lavoro che forse ha perso un po’ della spontaneità giovanile di Helion Prime; Question Everything però compensa con una grandissima maturità e una consapevolezza grandiosa. E così, poco importa se si tratta di un album un filo lungo, con qualche (raro) pezzo minore che si poteva tagliare. È un difetto che non incide granché su un disco che riesce persino (di poco) a superare l’esordio in qualità!

Senza il minimo intro, The Final Theory entra in scena col suo riff di base, al tempo stesso potente e melodico. Poi però la musica perde di energia: la prima strofa è espansa, mogia, e solo in seguito assume elementi metal. Pure quelle dopo, seppur più pesanti, sono abbastanza espanse, anche quando il drummer Alex Bosson le porta su velocità sostenute. Hanno sempre una pulsione atmosferica, a tratti sostenuta anche da elementi prog, che la band statunitense integra bene. Il vero spettacolo del pezzo è però la sua progressione, che comincia a crescere con bridge già animati per poi confluire in ritornelli non solo catchy all’estremo, ma passionali in maniera palpabile. È il picco del brano, ma anche il resto si difende: sia l’alternanza di base che le sue variazioni funzionano. Che siano piccole variazioni strumentali o la lunga e variopinta fase centrale, tutto è ben costruito. Il risultato è davvero splendido: apre alla grande Question Everything e si pone neppure troppo lontano dai suoi picchi! Madame Mercury, che segue, è un tributo degli Helion Prime a Katherine Johnson, la scienziata afroamericana immortalata anche dal film “Il diritto di contare”, il cui lavoro ha aiutato il progresso della NASA fino all’allunaggio dell’Apollo. Gli americani la onorano non solo col testo ma anche a livello musicale, ancora valido. Lo si sente già dall’esordio, quando rivela la sua anima, una progressione che inizia in maniera un po’ dura e spoglia ma poi si colora molto di melodie. È la stessa linea seguita dalle strofe: quasi compassate all’inizio, vengono poi animate non solo da chitarre e tastiere, ma anche dall’ottima armonia vocale di Zimmer. Ancora una volta, il momento migliore sono però i bridge e i refrain: i primi sono espansi, melodiosi, incidono tanto da sembrare essi stessi i ritornelli. Quelli veri invece sono più animati, sognanti, e seppur non orecchiabili al massimo svolgono bene il loro lavoro. Lo stesso si può dire degli assoli centrali di Chad Anderson, veloci ed efficaci, inframmezzati da un’altra bella sezione espansa e cantata. Quanto basta, insomma, alla traccia per essere ottima: non spiccherà troppo in un album del genere, ma non è un buon motivo per sottovalutarla!

Sin dall’inizio, Prof ha un che di epico: lo si sente nel riff iniziale di Ashcraft e Anderson, che ricorda da lontano addirittura il melodeath per durezza, ma è più incalzante. Regge sia i momenti strumentali che, in forma modificata di poco, le strofe: anche più evocative, colpiscono con gran forza. Poi però la linea varia: brevi bridge di raccordo, piuttosto macinanti, e arrivano ritornelli di alto livello emotivo. Ancora di vago influsso epico, brillano soprattutto per l’elevato pathos, quasi drammatico per intensità, che insieme alla melodia li rende molto efficaci. Ottima anche la fase centrale: oltre agli assoli, brillano soprattutto i tratti cantati, espansi ma ancora di grande espressività. In pratica non c’è altro in una canzone piuttosto breve, ma di livello assoluto: non sarà tra le migliori di Question Everything, ma merita lo stesso molto! È quindi il turno di The Gadfly: inizia lieve, con chitarre pulite che danno quasi l’idea di trovarci in una ballata. Poi però gli Helion Prime virano su coordinate metalliche, seppur all’inizio sia ancora armonioso all’estremo. Le strofe in fondo non cambiano molto: le ritmiche sono più concentrate, ma il tutto rimane espanso, grazie anche a Zimmer, che insieme ai cori tira fuori una bella prestazione, tra il grintoso e la melodia. Il complesso evoca un senso preoccupato, quasi ombroso, ma poi la linea cambia coi bridge e soprattutto coi refrain. Più aperti, quasi allegri, hanno un’altra di quelle melodie facili da stamparsi in mente. Se entrambe le anime sono valide, stavolta il gruppo americano non riesce a unirle molto bene. Il risultato è uno scalino che un po’ incide sulla resa del brano; non aiuta, poi, la parte centrale. L’assolo di Anderson è interessante, ma poi la musica si ammorbidisce man mano fino a perdersi in uno stacco soffice. Sotto a un campionamento, il suo arpeggio non è niente di che; soprattutto, però, l’intera parte non si colloca benissimo in un contesto così dinamico. È anche vero che questi difetti non castrano troppo un episodio che anche così si difende, e resta buono; in un disco come questo tuttavia non può che rappresentare il punto più basso.

Se finora Question Everything si è mosso su un livello già molto valido, da Photo 51 gli Helion Prime dimostrano davvero di che pasta sono fatti. Intitolata a un altro caposaldo della scienza come la foto 51, quella che ha rivelato agli scienziati la struttura del DNA, mostra sin da subito una grande urgenza. Il ritmo di Bosson è sempre veloce, a tratti cavalcante in accoppiata con un riffage di retrogusto Iron Maiden. Spesso però il ritmo è più lineare, come nelle strofe, semplici ma incalzanti al massimo. Ci conducono dritti in ritornelli catturanti, con una di quelle melodie vocali tipiche degli americani. Ottimo anche l’assolo centrale, non solo di chitarra ma anche di tastiera, e la parte centrale, che stacca dalla potenza per la voce di Zimmer in solitaria su delle percussioni. Entrambe arricchiscono a dovere un piccolo gioiellino nel suo genere. Va però ancora meglio con E Pur Si Muove: dedicata, è ovvio, a Galileo Galilei, inizia in una maniera che sembra preludere a uno scatto imperioso, col suo rapidissimo intreccio di chitarre. Poi però il ritmo si assesta su un mid-tempo preoccupato, ombroso, dal vago retrogusto progressive. È anche la base di strofe malinconiche, avvolgenti, calde nella loro tristezza: alla base potente suonata da Ashcraft, la frontwoman contrappone una melodia deliziosa. Il ritmo sale in occasione dei bridge, ma è solo un momento, prima che i ritornelli tornino ad aprirsi. Armoniosi, di nostalgia ancor più forte, hanno una parte vocale da urlo. Unita alle melodie in sottofondo e al finale, in cui la grinta all’improvviso si accende, crea uno dei momenti più memorabili dell’intero album. Ma il resto non è da meno: ognuno dei tantissimi piccoli e grandi dettagli funziona alla grande. Un esempio sono le variazioni nei chorus oppure l’assolo centrale, con giusto qualche svolazzo più concentrato e per il resto una grande orientamento verso l’atmosfera, il che lo rende adattissimo al pezzo. Il risultato finale è eccelso: parliamo di uno dei picchi assoluti di Question Everything!

Sin dal rullo iniziale di Bosson, in Words of the Abbot gli Helion Prime dimostrano un anima power più classica. Ma non è un problema: anche qui gli americani si dimostrano ispirati, come dimostra già la parte principale. Veloce, ha però anche una bella passionalità, calda e malinconica, che avvolge bene. La stessa sensazione si accentua poi nei ritornelli: un filo crepuscolari, hanno però un’intensità splendida, oltre a essere di nuovo catturanti al massimo con la loro splendida melodia. Completa un quadro in fondo semplice una parte centrale invece complessa. Tra i tipici assoli, divisi tra shred e melodico, un momento maestoso e cupo cantato dall’ospite John Yelland e una ripartenza in cui si fa sentire anche il bassista Jeremy Steinhouse, tutto è ben congegnato. È l’ennesimo momento grandioso di una canzone che non arriva tra i migliori del disco, ma solo per poco! La successiva Forbidden Zone si mostra preoccupata sin dall’esordio, ancora orientato verso il power più puro e stavolta persino con echi neoclassici. Poco tempo e il pezzo stacca, per un ambiente in cui Zimmer canta avvolta di orchestrazioni: quest’ultima componente rimane anche quando la musica riparte. Sono strofe melodiche e calme, in cui però domina una certa tristezza. Sottotraccia, si fa però lancinante e di gran presa nei ritornelli: disperati in una maniera però composta, oltre che catchy, sono la solita bomba. C’è però spazio anche per momenti quasi allegri, brillanti: seguono di solito i chorus ma ci si integrano molto bene, il lavoro di sfumature qui è notevole. Unendo a questo parti strumentali sempre adeguate, tra cui brilla quella al centro, abbiamo l’ennesimo brano eccelso. Non sarà tra i migliori, stavolta, ma sa benissimo il fatto suo!

Question Everything si rivela clamorosa fin dall’inizio, col suo coro principale. Cantato non solo da Zimmer ma anche dai precedenti frontman degli Helion Prime, Heather Michele e Sozos Michael, ha una melodia che si stampa all’istante in mente per vitalità estrema. È l’anima di meravigliosi chorus, che si alternano con strofe più sottotraccia e lineari, ma quasi con lo stesso impatto. Ognuna con un cantante diverso, grazie alla doppia cassa di Bosson, al riff di Ashcraft e alle tante melodie colpiscono alla grande. Come grande è la fase centrale, ricchissima di suoni, con le onnipresenti orchestrazioni della prima metà che lasciano spazio al veloce assolo di Anderson. Fino a concludersi poi in un tratto corale, maestoso: l’ennesima componente di spicco di una traccia meravigliosa, il picco assoluto dell’album omonimo con E Pur Si Muove! È arrivato quindi il turno dell’unica vera semi-ballad della scaletta, Reawakening… e anche stavolta, gli americani mostrano una classe superiore! Sin dall’inizio, la musica ha una grande delicatezza, con la chitarra pulita e una tastiera ancora di orientamento semi-sinfonico. È la base su cui si posa la voce della cantante, dolce in maniera inedita finora. Per buona parte, il pezzo si muove su queste coordinate: fanno eccezione i ritornelli, che invece tornano alla potenza. Ma è una potenza espansa, notturna: reggono l’ennesima melodia riuscita di Zimmer, dolce e disperata in una maniera efficacissima. Ottimi anche i fraseggi solisti che appaiono qua e là: di norma sono brevi, ma anche quello classico al centro funziona, coi suoi passaggi virtuosi immersi in lunghe sezioni solenni, malinconiche. Non serve altro a un pezzo in fondo semplice, ma grandioso: riesce a dire la propria anche in un disco così! Question Everything è ormai agli sgoccioli: per l’occasione, gli Helion Prime sorprendono con una cover un po’ spiazzante, quella di Kong at the Gates/Forbidden Zone dei Misfits. Nonostante la distanza stilistica, gli americani riprendono in buona parte le coordinate originali, ma senza snaturarsi. Ne risulta un ibrido punk/power metal bizzarro ma che intrattiene davvero: merito in primis della cantante, che si sente come si stia divertendo. Anche la base però merita, tra i riff basilare originario e le tante tastiere. Ne risulta una rilettura molto ben riuscita: un po’ strana, forse, rispetto al resto, ma come chiusura per un album così può andare bene!

A questo punto, forse si può persino parlare di rammarico: se Question Everything fosse stato tutto della qualità della seconda parte, poteva raggiungere addirittura la perfezione. Ma magari ci si dovesse sempre accontentare di dischi di questa qualità! Parliamo di un album che per livello e per personalità rappresenta uno dei più interessanti usciti nell’anno appena passato, in ambito power metal. Se ti piace il genere, perciò, non posso che consigliarti di scoprirlo. E, perché no, di dare un ascolto anche al resto della discografia di una band che ormai si è dimostrata grande al di là di ogni dubbio, come gli Helion Prime!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Final Theory04:20
2Madame Mercury04:20
3Prof03:56
4The Gadfly06:36
5Photo 5105:14
6E Pur Si Muove05:47
7Words of the Abbot04:55
8The Forbidden Zone04:32
9Question Everything05:57
10Reawakening06:55
11Kong at the Gates/Forbidden Zone (Misfits cover)03:39
Durata totale: 56:12
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Mary Zimmervoce
Chad Andersonchitarra solista
Jason Ashcraftchitarra ritmica
Jeremy Steinhousebasso
Alex Bossonbatteria
OSPITI
John Yellandvoce (traccia 7)
Sozos Michaelvoce (traccia 9)
Heather Michelevoce (traccia 9)
ETICHETTA/E:Saibot Reigns
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Asher Media Relations

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