Cain’s Dinasty – Legacy of Blood (2008)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONELegacy of Blood (2008) è l’esordio degli spagnoli Cain’s Dinasty.
GENEREUn power metal dei più tradizionali: si rifà soprattutto al classico suono tedesco, seppur non manchi qualche melodia più moderna.
PUNTI DI FORZAQualche bel lampo di classe e doti discrete in fatto di songwriting: rendono l’album quasi tutto piacevole.
PUNTI DEBOLIUno stile che manca di originalità, una registrazione un filo sporca (ma è il meno), una certa ingenuità. Il difetto maggiore è però nella scaletta, ondivaga e quasi priva di hit.
CANZONI MIGLIORILegacy of Blood (ascolta)
CONCLUSIONIUno stile che manca di originalità, una registrazione un filo sporca (ma è il meno), una certa ingenuità. Il difetto maggiore è però nella scaletta, ondivaga e quasi priva di hit.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
64
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A livello di metal mondiale, la Spagna non è una nazione proprio di punta. Sono molto rare le band che hanno raggiunto la fama (Mägo de Oz, Dark Moor, Angelus Apatrida); ciò però non significa che nel paese iberico non ci sia nessun altro. Al contrario, per il poco che mi è dato vedere dall’Italia, la Spagna può contare su un fitto sottobosco di gruppi: vi appartengono per esempio i Cain’s Dinasty. Scoperti per caso circa un anno fa, all’inizio li avevo trovati interessanti. Ma dopo ripetuti ascolti del loro esordio Legacy of Blood, uscito nel 2008, mi sono reso conto che c’è un motivo per cui questa band di Alicante, nella Comunità Valenciana, non ha raggiunto mai un maggior successo. E non è né sfortuna né la poca capacità nel valorizzarsi, come per tante band valide che rimangono nell’underground: nel caso dei Cain’s Dinasty il motivo è l’assenza di personalità. O almeno, è quanto emerge da Legacy of Blood.

Non che sia un album così malvagio, anzi: a tratti riesce a dire la propria. Ma di norma, non ha grandi scossoni: colpa in primis di un power metal che rimane sempre nel pieno dei canoni del genere. In special modo, si rifà al classico suono tedesco, seppur non gli manchi qualche melodia più moderna. Il tutto è condito da qualche lampo di classe e dalle doti discrete in fatto di songwriting dei Cain’s Dinasty. Fanno sì che quasi tutto in Legacy of Blood sia piacevole; dall’altra parte, però, al suo interno c’è davvero poco che impressioni davvero. Non è solo la mancanza di originalità, che pure ha un buon peso, né la registrazione sporca, che è il male minore: colpa anche di una certa ingenuità, dovuta forse alla giovane età del gruppo all’epoca. A tratti gli spagnoli sembrano un po’ confusi sulla direzione da prendere, il che si esplica in alcune sbavature. Sbavature che contribuiscono a rendere ondivaga una scaletta con già di suo poche hit. In generale, Legacy of Blood è tutt’altro che grandioso. Se i Cain’s Dinasty riescono a renderlo sufficiente, non vanno oltre, il che non consente loro di galleggiare nel mare magno del power metal medio.

Con l’iniziale Legacy of Blood, i Cain’s Dinasty si presentano alla grande. Una breve rullata di Marcos E. De Juana, poi ci ritroviamo subito in una cavalcata rapida e incalzante. Retta dalla doppia cassa, presenta un riff classico ma esaltante: ancor di più fanno poi le strofe. Con Rubén Picazo (cantante, leader e unico membro fisso degli spagnoli) che mostra subito la sua bravura, si crea un senso anche più battagliero, quasi epico. È un’aura che poi si mantiene anche nei bridge, rocciosi ma espansi, grazie ai cori sintetici: sono più lenti, prima che i refrain tornino a correre. Epicissimi, con una melodia davvero splendida a livello vocale, colpiscono benissimo e si rivelano da subito uno dei momenti topici dell’intero disco. Da citare è poi la prestazione della chitarra: Roberto Garcia accompagna sia i chorus che alcuni tratti strumentali con degli abbellimenti. Il momento di gloria è però al centro, quando J.J. Ruiz (che aveva abbandonato il gruppo poco prima della registrazione del disco) propone un assolo che si distingue, non solo per tecnica ma anche per gusto. È la ciliegina sulla torta di una vera gemma, per distacco il picco assoluto dell’intero album a cui dà il nome! Con Two Seconds to Forget Your Name, i ritmi scendono abbastanza. L’ambiente stavolta è cupo ma dilatato: anche quando accelera non sfora dal mid tempo, almeno di solito. Ne sono un buon esempio sia la fase iniziale, possente ma non senza melodia, sia le strofe. Più dure, anche grazie a Picazo che mostra un tono roco, grintoso, si pongono più cupe. Anche al loro interno però ci sono elementi più aperti: una componente che poi si svilupperà nei ritornelli. Semplici, più aperti e malinconici, cercano di evocare qualcosa di mogio: un tentativo che però riesce solo in parte. Colpa di una melodia vocale non riuscitissima, che frena un po’ la sua resa; non aiuta poi la presenza di alcuni growl, non molto in linea col resto. Buona è invece la presenza dell’ospite Lupe Moreno: la sua voce femminile arricchisce bene alcuni tratti. Un buon assolo ancora di Ruiz e una chiusura che si diparte dalla calma del resto per accelerare in maniera imperiosa sono il resto che i Cain’s Dinasty hanno inserito qui dentro. Ne risulta una traccia piacevole, ma che in confronto col precedente scompare. E anche in un album non proprio eccezionale Legacy of Blood spicca ben poco!

Under the City Lights comincia col macinare del basso di Paco Castillo, poi seguito dal riff di base di Garcia. Accompagnato sin da subito da inedite orchestrazioni e a tratti da svolazzi della tastiera di Jose A. Quiles, ha un tono serioso, crepuscolare. Poi però gli spagnoli svoltano: le strofe all’improvviso irrompono in scena potenti ma vitali. Un po’ di oscurità torna in scena coi bridge, ma dura poco prima di spezzarsi nei refrain: con la melodia di Picazo da puro power classico, hanno quel mix di allegria e nostalgia altrettanto tradizionale per il genere. La sua aderenza ai cliché è un po’ un difetto, ma non castra troppo la resa dei chorus: anche così, svolgono il loro lavoro. Buona anche la parte centrale, che oltre al classico assolo vorticoso – molto bello stavolta – presenta anche una parte iniziale ritmica di buona potenza e una chiusura invece calma, espansa, soffice. Pur non essendo chissà cosa, si tratta di un elemento valido per un brano che anche col suo difetto in fondo si rivela discreto e godibile. A questo punto, per Legacy of Blood è arrivato il turno della prima ballad: per l’occasione, i Cain’s Dinasty optano per Remember the Tragedy. Comincia aperta, con suoni semi-sinfonici, ma poi cambia direzione verso toni da ballad rock più classica, con la chitarra acustica. Sembra l’inizio di qualcosa di intimista, ma poi gli spagnoli virano ancora, stavolta su toni maestosi: si possono sentire sia nei ritornelli, più pieni e quasi angosciosi, sia nelle sezioni che seguono, che cercano di tornare all’intimismo a tratti, pur avendo un po’ di potenza. Fanno lo stesso anche le strofe, che rimangono abbastanza leggere; tuttavia, questo continuo cambio di toni non permette loro di incidere a dovere. Se alcuni passaggi sono validi a livello di emozioni (come i citati ritornelli, o anche il breve ma possente stacco di centro), il tutto è troppo frastagliato per poter avvolgere nella propria atmosfera. Aggiungiamoci anche che diverse melodie sono dei puri cliché per quanto riguarda le ballad, e la frittata è fatta. Nel complesso, abbiamo un pezzo sufficiente e nulla più, uno dei punti bassi del disco.

Per fortuna, a questo punto Legacy of Blood si ritira su con The Journey, con cui i Cain’s Dinasty tornano al metal propriamente detto. E lo fanno con cattiveria: sin dall’inizio la voce di Picazo è aggressiva, e in seguito il cantante userà sempre toni rochi o addirittura acuti imperiosi. Ma anche il resto lo asseconda, con un riffage molto duro di Garcia, speed power con venature addirittura thrash, solo a tratti mitigato dalle vaghe orchestrazioni. Poi però la musica cambia direzione, verso bridge invece ansiosi, tristi, cupi e molto più aperti. Durano pochi secondi, poi danno il là a chorus invece allegri, vivaci, con peraltro una melodia di base e ritmiche che incalzano bene. Nonostante la differenza, le tre parti si alternano bene: merito stavolta di una scrittura non eccezionale ma che sa il fatto suo. Il solito assolo al centro, sempre valido, è l’unica variazione di un brano lineare ma godibile e di buona qualità. Purtroppo, lo stesso non si può per Tears of Pain: parte in maniera molto interessante, con un fraseggio di chitarra veloce e dal vago sapore folk. È il meglio che la traccia abbia da offrire: le strofe, che vanno dalla morbidezza al ritmo spinto, pur avendo dei riff interessanti non dicono molto. Ma il momento peggiore sono i ritornelli: in pratica un unico, grande stereotipo power metal, sanno di già sentito da un miglio, e la loro melodia graffia quanto un gattino appena nato. Carino invece l’assolo centrale, ma è troppo poco per risollevare la canzone, che arriva alla sufficienza e non va oltre. Sempre meglio, tuttavia, di Infancia Eterna: l’organo iniziale di Quiles fa pensare a qualcosa di oscuro. Anche la base più malinconica che parte poi non è male: con la sua buona energia, sa incidere. Il problema è che viene tenuta fissa tanto, troppo a lungo, con poche variazioni troppo poco lontane dal punto di partenza per evitare la noia. Non aiutano poi alcuni stacchi scolastici, specie da parte di De Juana, e il cantante ospite Héctor Cervera che gigioneggia fin troppo, finendo per stonare sulla staticità della base. Il peggio sono però gli stacchi, velocissimi e con influssi estremi: col power atmosferico del resto non c’entrano davvero nulla. In generale, forse i Cain’s Dinasty si sono concentrati sul testo, che non per nulla è in spagnolo, ma hanno tralasciato del tutto la musicalità. E il risultato si vede: ben lontano dalla sufficienza, abbiamo il punto più basso di tutto Legacy of Blood!

Per fortuna, a questo punto la scaletta si ritira su con Come to Me: seconda ballad del disco, è molto migliore della precedente. Sin dall’inizio, col pianoforte a cui poi si uniscono lievi orchestrazioni, si pone delicata e sognante: caratteristiche che non perderà mai. Neppure quando entra la voce di Picazo: a tratti compassato, altrove alza di più la voce, ma senza spezzare l’incantesimo. Che anzi fluisce senza argini in tutte le strofe, per poi accentuarsi nei chorus: più vuoti ma sempre avvolgenti, presentano una melodia vocale che è un po’ uno stereotipo. Ma che nonostante ciò, risulta molto efficace per il suo pathos. Ottima anche la fase centrale, che abbandona il piano per un breve momento metal: stavolta però non stona. Come non stona che la sezione ritmica rimanga poi in scena quando la base precedente ritorna, o il riff espanso di Garcia che fa da sfondo al ritornello da ora in poi. Qualche altro piccolo cambio di arrangiamento fa il resto: nel complesso, abbiamo una ballad tipica ma di ottimo livello. Nonché l’unico pezzo di Legacy of Blood capace, sia pure alla lontana, di potersi paragonare senza paura con la title-track! A questo punto, siamo agli sgoccioli: per l’occasione, i Cain’s Dinasty scelgono Taking a Look. Comincia con un ritorno fragoroso del power metal, ma sin da subito mostra un’impostazione più teatrale. La si può sentire sin nel crepuscolare avvio che, soprattutto, in parte delle strofe: ritmata e dall’aura alienante, evoca qualcosa di misterioso. Mistero che si trasforma ancora in oscurità in seguito, quando spunta un riffage granitico, col giusto impatto. È un’ottima impostazione, ma poi la musica un po’ si perde, prima con bridge un po’ anonimi, che cercano l’impatto senza trovarlo. Meglio, ma solo di poco, fanno i ritornelli: anch’essi non raggiungono l’epicità prefissa, se non per brevi tratti. Per il resto, catturano be poco; per fortuna, il resto fa un po’ meglio. Da citare è la fase centrale, varia ma tutta concentrata a evocare oscurità, anche nell’ultimo, ottimo assolo di Garcia, che suona angosciato. È un valore aggiunto per un pezzo riuscito a metà: nonostante i buoni spunti, il risultato è soltanto più che discreto. Il che comunque lo rende adatto a concludere un album in cui si pone lo stesso sopra alla media!

Non giriamoci intorno: Legacy of Blood è tutto fuorché un album memorabile. Può essere godibile se ascoltato ogni tanto, magari in maniera distratta, e a un’analisi attenta risulta al di sopra della sufficienza. Ma se cerchi un capolavoro o anche solo qualcosa che ti rimanga in mente, allora il consiglio è di guardare altrove. Come mi ha insegnato in questi anni Heavy Metal Heaven, nell’underground power metal spagnolo ci sono diverse band che hanno più da dare dei Cain’s Dinasty. Se poi allarghi lo sguardo, non sarà difficile trovare di meglio nel genere, che non un disco anonimo e nella media!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Legacy of Blood04:41
2Two Seconds to Forget Your Name05:24
3Under the City Lights05:04
4Remember the Tragedy04:42
5The Journey03:34
6Tears of Pain03:58
7Infancia Eterna03:29
8Come to Me06:27
9Taking a Look04:39
Durata totale: 41:58
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Rubén Picazovoce
Roberto Garciachitarra
Jose A. Quilestastiera
Paco Castillobasso
Marcos E. De Juanabatteria
OSPITI
J.J. Ruizchitarra solista (tracce 1 e 2)
Lupe Morenovoce (traccia 2)
Héctor “Bandarra” Cerveravoce (traccia 7)
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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