Shivers Addiction – Artificial Paradise (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEArtificial Paradise (2020) è il secondo album dei lombardi Shivers Addiction.
GENERELo stesso mix di heavy e progressive metal presente già nell’esordio Choose Your Prison (2015), seppur più spostato verso il secondo. Anche l’eclettismo è lo stesso, con varie influenze (soprattutto thrash e hard rock, in questo caso).
PUNTI DI FORZAUno stile che rimane personale, una buona scrittura con alcuni spunti eccellenti, diverse canzoni che spiccano. In generale, un album quasi sempre piacevole.
PUNTI DEBOLIUna scaletta ondivaga e abbastanza dispersiva, un songwriting non sempre ben studiato con a tratti gli eccessi tecnici tipici del prog, una registrazione piuttosto piatta.
CANZONI MIGLIORIWarmachines (ascolta), Chicago (ascolta), Nobody’s Land (ascolta)
CONCLUSIONIArtificial Paradise è un disco a due facce. È discreto e molto piacevole, ma per le qualità che gli Shivers Addiction mostrano qui ci si poteva aspettare di più.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
74
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Era l’ormai lontano 2016 quando mi occupavo di Choose Your Prison, primo album degli Shivers Addiction uscito alla fine dell’anno precedente. Seppur con pochi pezzi che brillavano davvero, lo avevo trovato buonissimo: come ho scritto anche nella recensione, faceva ben sperare per il futuro di questa band di Saronno (Varese). È anche per questo che, in tempi molto più recenti, è stato naturale per me accettare di recensire Artificial Paradise, il secondo full-length degli Shivers Addiction. Pubblicato autoprodotto lo scorso 18 settembre, è un album che però, dopo molti ascolti, mi ha lasciato abbastanza spiazzato. Se non altro per aver rovesciato il paradigma: se l’esordio era solido ma senza hit, questo seguito ha molti più pezzi che spiccano. Ma non lo fanno sempre in positivo: si muovono in una scaletta molto più ondivaga. Colpa in primis del fatto che la musica degli Shivers Addiction suona abbastanza dispersiva. Non è solo la lunghezza e la presenza di tante tracce (forse troppe) in Artificial Paradise: a tratti anche le stesse canzoni tendono a perdersi. Colpa di un songwriting non sempre ben studiato: a tratti i lombardi cadono nel tipico difetto del prog, un eccesso tecnico che va a scapito della musicalità del complesso.

Unendo a tutto ciò anche una registrazione piuttosto sporca, rimbombante, piatta, c’erano i prodromi per un disastro. Ma per fortuna gli Shivers Addiction lo scongiurano: possono contare anche su diversi lati positivi, che rendono i difetti di Artificial Paradise, per quanto non leggeri, neppure troppo castranti. In primis, la band mette in campo uno stile che rimane eclettico e personale, nella sua unione di heavy e progressive metal. Seppur spostato più sul secondo, il che lo rende spigoloso, è ancora efficace: merito anche delle tante influenze presenti, uno dei piatti forti degli Shivers Addiction. Alcune rispetto a Choose Your Prison sono sparite in Artificial Paradise, ma altre sono rimaste, come quella thrash, a cui stavolta i lombardi associano una tendenza verso l’hard rock. Se a questo si unisce una scrittura che a parte i difetti già citati per il resto si rivela buona, e con alcuni spunti eccellenti, il risultato è tutt’altro che scadente. Non sarà il disco della vita, né si rivela all’altezza dell’esordio, ma Artificial Paradise rimane comunque piacevole.

L’iniziale Remote Control mostra fin dalle prime battute la maggior preminenza del prog nello stile degli Shivers Addiction. Spezzettato e pieno di controtempi, ricorda i Dream Theater anche per l’atmosfera, che alterna in maniera repentina tratti più malinconici e altri più sereni, potenza e calma. Quest’ultimo dualismo si ritrova poi anche nella canzone, che arriva dopo circa un minuto di (valide) contorsioni strumentali. Se le strofe sono preoccupate ma al tempo stesso oscure e pesanti, grazie alle chitarre di Marco Panizzo e Gino Pecoraro, i ritornelli cambiano strada. All’inizio espansi, quasi ambient, si pongono poi sempre malinconici, grazie anche al nuovo cantante Davide Prestigiacomo. Il suo timbro più da metal classico rispetto al predecessore Marco Cantoni non si sposa male con la svolta prog del gruppo: lo dimostra un una melodia non catturantissima ma valida. In ogni caso, a tratti c’è spazio anche per qualche momento più allegro e vitale, brevi pennellate che i lombardi piazzano a dovere. Lo stesso vale per la sfaccettata fase centrale, ancora all’insegna del prog più spinto. Meno buona è invece l’idea di troncare il pezzo dopo un’altra strofa: dà quasi un senso di incompiuto. Tra pregi e difetti, abbiamo una opener più che discreta, non eccelsa ma tutto sommato all’altezza del compito. Va però meglio da Eve, che inizia quasi minacciosa, con un riff pesante e oscuro. Ma tempo pochi secondi e si apre, all’inizio con un semplice assolo melodico, preludio tuttavia a una virata netta verso l’hard rock tipico degli anni ottanta. Al netto di qualche ritorno dell’inizio, a questo genere si rifanno sia le strofe, scomposte ma al tempo stesso orecchiabili, sia soprattutto i ritornelli. Nonostante il riff grasso e potente, la melodia è catchy e possiede la malinconia tipica di quel decennio: nel complesso, ne risulta un ibrido strano che tuttavia rimane in mente. Ottimo anche l’assolo centrale, classico anche se su una base grassa e moderna proprio come i ritornelli, prima che quest’ultima prenda il sopravvento in una fase più tortuosa. A parte il ritornello finale con una tonalità diversa è l’unica vera variazione di un pezzo lineare ma di buonissima qualità!

Con Artificial Paradise, gli Shivers Addiction mostrano un altro lato ancora di sé. Lo si sente già dall’attacco, con l’assalto nervoso a tinte thrash a cui Panizzo e Pecoraro sottopongono da subito l’ascoltatore. Tra la fuga guidata dal drummer Angelo De Polignol e qualche bel lancio del basso di Tony Colella, sembra una traccia tutta giocata su impatto, oscurità e velocità. Poi però i lombardi virano su lidi più orientati verso l’heavy, meno tempestoso e con una certa ironia. Anch’esso non è male, ma dopo la potenza precedente quasi stona; lo stesso vale quando poi la musica torna all’oscurità. I ritornelli sono anche più carini, con la loro melodia dimessa, ma lo scalino al loro inizio è troppo percepibile per far finta di niente. Buona invece la sezione centrale, in cui l’anima del chorus e quella di base si mescolano, stavolta in maniera più abile e amalgamata. Dimostra che il gruppo poteva fare meglio anche nella canzone in generale: il risultato invece, per quanto discreto e piacevole, risulta discontinuo. Per fortuna, nonostante la complessità, Chicago lo è molto meno: al suo interno, il gruppo pende parecchio sul suo lato più progressivo. Un lungo intro con forse qualche frammento di un film, poi inizia un pezzo che ricorda ancora il prog metal più classico e i Dream Theater. Una situazione che dura poco, prima che tutto si trasformi in senso più morbido: una base all’inizio calma e depressa, ma che poi risale. Bridge dolci e delicati, con dei cori quasi da musical, poi ci ritroviamo in un primo ritornello: melodico, con la chitarra pulita che rimane, è però intenso, di gran pathos. Sembra l’inizio di una semi-ballad, ma poi la band lombarda abbracciano una dimensione più metal. La norma sentita finora si potenzia di molto, compresi i bridge. La metamorfosi maggiore la compiono però i refrain, che con potenza e velocità diventano heavy metal preoccupato con persino un tocco epic. La fase migliore è però quello al centro, che torna ai controtempi del prog tra momenti più estroversi e altri più ombrosi. Questi ultimi prendono poi il sopravvento, in un tratto soffice e cupo con un altro campionamento, prima di ricollegarsi alla norma. Da citare è anche il finale, un breve sprazzo di allegria che dà un’altra pennellata a un quadro di alto livello, tanto da finire a poca distanza dal meglio del disco!

Con This Song Has No Lyrics, gli Shivers Addiction si muovono su terreni, è ovvio, strumentali, il che dà loro l’occasione di mostrare tutto il loro estro, più che altrove in Artificial Paradise. Forse anche troppo a tratti, però: se molti passaggi, anche scomposti, funzionano bene, quelli che si spingono all’estremo la tecnica suonano un po’ finti. Mi riferisco in particolare ai momenti stravaganti, pieni di cambi tempo: sembrano più uno sfoggio di tecnica che altro. Molto meglio va invece quando la band cerca un approccio più melodico, e soprattutto nei lidi più crepuscolari. Che siano potenti oppure espansi, come al centro, incidono bene a livello emotivo. La parte migliore è però sulla trequarti, quando i lombardi imbastiscono un ambiente dilatato e misterioso, davvero avvolgente. Peccato, insomma, per i tratti più arzigogolati e per lo scalino che creano nella canzone: senza, invece che più che discreta, poteva essere eccezionale. Per fortuna, ora i lombardi tirano su con forza l’asticella con Nobody’s Land. Title-track del demo da cui sono ripresi altri brani del disco (Remote Control, Warmachines, Forsaken Son), inizia in maniera ancora soffice, eterea, dimessa. Poi però la sezione ritmica entra in scena: comincia così una crescita che porta all’esplosione subito della norma dei refrain. Preoccupata, a metà tra hard rock e heavy metal, con l’aggiunta dei bei vocalizzi del cantante funziona a meraviglia, sia a livello emotivo che per capacità di incalzare. Ma anche il resto non è da meno: le strofe ancora espanse e i bridge quasi drammatici sono un ottimo contraltare per l’altra anima. Il tutto inoltre vive di diverse variazioni: alcuni sono piccoli stacchi, o persino cambi di arrangiamento, importanti ma poco appariscenti. Fa eccezione l’estesissima fase centrale, che contiene un po’ di tutto. Da tratti che corredano la norma base di un assolo ad altri più scomposti, passando per le diverse aperture più morbide, delicate (a tratti persino di influsso swing), attraverso i suoi lunghi minuti sono tanti gli ambienti attraversati. Ma a parte qualche sbavatura, di solito gli Shivers Addiction svolgono bene il lavoro, la scrittura è di alto livello. Il risultato è il pezzo più lungo di Artificial Paradise, ma mai noioso: il livello anzi è ottimo. Il che gli consente di volare nemmeno troppo distante dal meglio del disco!

A metà tra interludio e pezzo vero e proprio, Monologue of a Soldier inizia con una cornamusa sintetica in solitaria. Subito dopo, comincia ad alternarsi e a intersecarsi con momenti metal però solenni, anch’essi di retaggio folk. È una norma che a un certo punto cresce, e sembra preannunciare un’esplosione vera e propria: poi però la musica torna ad acquietarsi. Nel complesso, è un ottimo intro per Warmachines, che dopo una breve rullata di De Polignol vira su qualcosa di più oscuro. Merito in primis del riff di Pecoraro e Panizzo abbastanza minaccioso con le sue venature thrashy, grazie anche a Prestigiacomo e alla melodia di chitarra alle sue spalle. Per buona parte, le strofe si muovono su questa linea. Poi però i ritornelli cambiano strada, in qualcosa di vorticoso ma più aperto, vitale, persino con un senso di trionfo. Quest’alternanza è abbastanza semplice, ma costituisce una base molto valida; niente male anche la parte centrale. Coi suoi tocchi jazz/fusion e la delicatezza rappresenta un bel diversivo, e seppur vada avanti forse un pelo troppo, non dà in fondo fastidio. Anche così, il brano risulta validissimo, il picco assoluto di Artificial Paradise! Con Forsaken Son, gli Shivers Addiction virano davvero, stavolta, verso la semi-ballata. Qualche svolazzo dal sapore strano, a tratti persino esotico, arricchisce un pezzo che per il resto rientra in pieno nei canoni del genere. Retta da chitarre acustiche, le strofe vedono Prestigiacomo duettare con una bella voce femminile: passati i bridge, un filo più prog, lo stesso duetto riprende nei ritornelli. Passionali, avvolgenti, hanno una buona intensità, pur non rappresentando nulla di nuovo. Lo stesso vale del resto per gran parte del pezzo: è un classico lento, ma che avvolge e risulta godibilissimo. E se a tratti la linea musicale si perde come già successo nel disco, in fondo non importa: il risultato è un brano più che degno di essere ascoltato!

Chain Reaction comincia obliqua, ma poi entra in scena un’impostazione graffiante. È di nuovo presente un vago retrogusto dal lato thrash dei lombardi, unito a una forte componente groove e persino tocchi alternative a tratti. Dirette e senza grossi fronzoli, le strofe evocano un buon impatto; poi però la musica cambia direzione. Più aperti, i ritornelli risultano vorticosi e progressivi: di base incidono parecchio, anche se forse Prestigiacomo non azzecca proprio la migliore delle melodie vocali. L’unico momento meno che buono è però al centro: un po’ troppo allegro e leggero rispetto al resto, non si integra benissimo. Ma in fondo non è una sbavatura troppo castrante per un episodio che anche così si rivela solido e buono. Purtroppo, a questo punto è il turno di Lost but Alive, che si sposta di nuovo verso l’anima più complessa del lavoro, ma stavolta senza grande successo. Già nel primo minuto, quando si alternano in maniera repentina un momento da ballad, uno che cerca di essere drammatico e uno potente e maschio, si nota la confusione del gruppo. E anche il seguito prosegue su questa linea: tra momenti che provano a essere graffianti e altri intensi, è un continuo oscillare tra vari registri, ma di rado piacevole. Alcuni di questi passaggi sono anche piacevoli: penso per esempio ad alcuni momenti nelle strofe. Nell’accozzaglia di elementi è il pezzo, però, non brillano molto: colpa anche di altri che funzionano ben poco, per esempio i ritornelli. Anti-musicali, fanno tutto il contrario di ciò che dei buoni chorus dovrebbero, ossia esplodere a dovere. In generale, l’idea è che qui gli Shivers Addiction si siano voluti spingere un po’ troppo oltre in fatto di sperimentazione. Il tentativo non è molto riuscito: abbastanza mediocre, risulta il punto più basso di Artificial Paradise. Quest’ultimo è ormai alla fine: non c’è rimasto spazio per altro che per Requiem for the Missing. Più un outro espanso che una canzone, non è altro che la voce di Prestigiacomo su una chitarra pulita. L’effetto è semplice ma efficace: l’aura che si sprigiona è cupa, ma non troppo mogia. Al contrario, esprime un certo mistero, pur intrecciato con una vaga malinconia che colpisce bene. Seppur non sia niente di trascendentale, in fondo è una chiusura appropriata per un disco così.

Per concludere, Artificial Paradise è un disco a due facce. Fosse stato al livello del meglio qui dentro, sarebbe stato ottimo, persino meglio di Choose Your Prison. Invece, col suo ondeggiare, si deve accontentare di un livello più che discreto. Un po’ un peccato, considerando che in fondo anche qui le buone qualità degli Shivers Addiction sono evidenti. Per questo, la mia stavolta sarà pure una promozione convinta nei confronti dei lombardi; ciò non toglie che in futuro da loro mi aspetto qualcosa di meglio. Qualcosa del livello dell’esordio, se non anche meglio!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Remote Control04:48
2Eve04:20
3Artificial Paradise03:35
4Chicago06:09
5This Song Has No Lyrics03:42
6Nobody’s Land07:24
7Monologue of a Soldier01:43
8Warmachines05:39
9Forsaken Son05:25
10Chain Reaction04:36
11Lost But Alive05:15
12Requiem for the Missings02:16
Durata totale: 54:52
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Davide Prestigiacomovoce
Marco Panizzochitarra
Gino Pecorarochitarra
Tony Colellabasso
Angelo De Polignolbatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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