Bolt Thrower – …for Victory (1994)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONE…for Victory (1994) è il quinto album dei Bolt Thrower.
GENERELo stesso death metal, personale e riconoscibile, che la storica band britannica suona da sempre.
PUNTI DI FORZAUno stile non troppo estremo (non ha neppure i blast beat) ma con tanto da dare. Si rivela ben impostato dal punto di vista delle atmosfere, oscure ma con tante sfumature, e delle melodie, curate in una maniera non scontata per il death metal. Soprattutto però brilla l’abilità del gruppo nei riff, sempre eccezionali anche grazie a una registrazione fantastica.
PUNTI DEBOLIUn filo di omogeneità, ma è pressoché ininfluente.
CANZONI MIGLIORI…for Victory (ascolta), Armageddon Bound (ascolta), Lest We Forget (ascolta), Silent Demise (ascolta)
CONCLUSIONICon …for Victory, i Bolt Thrower dimostrano che non serve essere troppo esasperati per eccellere nel death metal. Si tratta di un vero capolavoro, che non può mancare a chi ama i buoni riff e le branche più oscure del genere.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
96
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Qual è la cosa più importante, per suonare death metal? C’è chi, a questa domanda, risponderebbe che conta soprattutto essere più veloci, più potenti, più cattivi, più macabri che si può: trovò però che sia una risposta superficiale. Dopo aver ascoltato molti gruppi del genere, posso dire che non sempre cercare l’estremismo a tutti i costi paga: chi ha solo questo come scopo, di solito finisce per annoiarmi subito. Al contrario, apprezzo chi nel death riesce a dare qualcosa di più, anche se magari non si spinge troppo oltre in fatto di cattiveria. Qualcosa come … for Victory: quinto album in studio dei Bolt Thrower, dimostra che la band merita in pieno la celebrità che possiede. E lo fa senza grandi fuochi d’artificio: ad animarlo è il marchio che il gruppo di Coventry ha sviluppato. Prende in parte dal death metal americano e qualcosa anche dalle scene olandese e svedese, ma in generale è un connubio personale, riconoscibile.

Soprattutto, quello di …for Victory è un genere che senza velocità stratosferiche (i Bolt Thrower non usano mai il blast beat, per dire) o puntate troppo estreme, riesce a funzionare alla grandissima. Merito di alcuni fattori studiati al meglio, in primis le atmosfere, ben congegnate per risultare sempre oscure, ma non senza diverse sfumature che scongiurano il rischio noia. Anche le melodie vanno lodate per lo stesso motivo: sono sempre lugubri e soprattutto curate benissimo, un elemento non scontato nel death. Il punto di forza assoluto di … for Victory è però a livello ritmico, in cui i Bolt Thrower riescono davvero a fare la differenza. Sempre di potenza assurda, i riff sono impostati alla grandissima: che siano massicci, in controtempo o solo energici, tutti sono escogitati al meglio per essere taglienti come rasoi. Un compito che al gruppo riesce benissimo: merito anche di una registrazione quadrata, pulita e possente al punto giusto per valorizzare al meglio la musica dei Bolt Thrower. E così, poco importa se …for Victory soffre di un filo di omogeneità (del resto quasi ininfluente). Parliamo lo stesso di un vero gioiello nel suo genere!

L’album prende vita con War, introduzione che, sin dai suoi primi istanti, ci catapulta nell’ambiente cupo di …for Victory. I Bolt Thrower però non pestano subito sull’acceleratore: in questo minuto abbondante, il ritmo è lento, e il riff che si posa al di sopra è strisciante, di chiaro indirizzo death/doom. Lo svilupparsi di una melodia accoppiata alle ritmiche ne è l’anima: rende il tutto ancor più sinistro, e già avvolgente in maniera ottima, prima che Remembrance pesti sull’acceleratore. Ci ritroviamo subito in un paesaggio convulso e dinamico, uno dei momenti più animati dell’album. Come nel death più classico, gli inglesi cominciano ad alternare diversi riff in maniera repentina. A tratti sono grintosi, come quello iniziale, mentre in altri momenti ancora macinano a motosega, come da tradizione. I momenti migliori sono però quelli in cui le ritmiche di Gavin Ward e Baz Thomson hanno un tocco quasi esotico (un’anima che a tratti i Bolt Thrower mostreranno ancora lungo …for Victory). In accoppiata col growl cavernoso di Karl Willetts e al ritmo spesso agitato tenuto dal batterista Andrew Whale, funzionano in maniera davvero ottima. Da citare è anche il lungo rallentamento nel finale, ancora grasso e potente col ritorno di un tocco doom. Chiude al meglio una canzone già da subito spettacolare, una piccola gemma neppure troppo lontana dal meglio del disco che apre a dovere!

When Glory Beckons inizia esitante, angosciosa, con un ritmo lento e un fraseggio di chitarra ossessivo. Questa norma comincia subito ad alternarsi con sezioni più pestate e veloci, dotate di un riff ancora pesante come un macigno su una sezione ritmica martellante. E presto la musica vira su lidi anche più animati: ne viene fuori una progressione che da un lato unisce le due anime sentite in precedenza. E dall’altro, le scambia con momenti rutilanti, di gran energia, spesso neri come la notta. Non mancano neppure tratti più melodici e preoccupati, ma con la giusta energia per integrarsi bene nel pezzo. Sono spesso energici, tranne nel finale in cui il ritmo rallenta di nuovo su coordinate oscure ma quasi dimesse. Un ottima chiusura per un pezzo che, pur essendo addirittura sotto alla media della scaletta, risulta lo stesso eccellente! Nulla in confronto, tuttavia, con … for Victory, che segue e mostra da subito il suo allucinato, malefico comparto melodico. Le chitarre di Ward e Thomson sono un intreccio davvero spaventoso, che rende l’atmosfera subito pesante, alienata. Ma ciò che i Bolt Thrower alternano a questa falsariga è persino meglio: parliamo di un assalto ritmico di pesantezza assurda, con un vago tocco orientale che però rende il riff se possibile ancor più devastante. Meravigliosa è anche l’anima centrale, che lascia la pesantezza per qualcosa di acido ed energico al massimo, almeno nei momenti ritmici. C’è infatti spazio anche per un’accelerazione da tipico death, in cui trova posto un assolo oscuro dalla bella melodia. Da citare è anche il finale, che torna all’inizio e ne sviluppa le armonie in qualcosa di triste, per nulla trionfale. Un altro elemento ben riuscito per una traccia che non è solo il picco assoluto del disco omonimo. Per quanto mi riguarda, è un gioiello tra i più memorabili nella storia degli inglesi e del death metal in generale!

Dopo un’esperienza così trascendentale, Graven Image riesce nel duro compito di non sfigurare. Un inizio lento e cupo di quelli tipici di …for Victory reso ritmato da Whale, su cui spuntano i soliti fraseggi lugubri, poi i Bolt Thrower cambiano strada. Poco più di mezzo minuto, e uno stacco nervoso dà il là a una fuga con ritmiche aggressive e il growl di Willetts che le aiuta. C’è spazio anche per stacchi più ritmati, ma anch’essi stavolta hanno una frenesia rabbiosa. Verso metà, tuttavia, il brano vira su coordinate più espanse, con un altro tocco esotico. È un’impostazione che all’inizio convive col ritorno a mitragliatrice di un riff death più classico, ma col tempo si evolve e prende il sopravvento. Tra frangenti in cui la sua base si potenzia e altri in cui regge melodie cupe o addirittura un assolo, è una grande evoluzione. Insieme alla prima parte, forma un brano eccelso: in moltissimi album death metal di oggi sarebbe tra i picchi. Il fatto che qui non lo sia la dice lunga su che razza di lavoro stiamo ascoltando! Una realtà che, del resto, viene confermata anche da Lest We Forget, che entra in scena in maniera subito arrembante. Sin dal breve intro macina forte, e col tempo il suo riff ha ancor più impatto. Al tempo stesso però le chitarre le danno una musicalità forte, che la rende addirittura orecchiabile, almeno rispetto al genere di …for Victory. È un connubio strano ma splendido: l’ unico difetto è i Bolt Thrower lo abbandonano dopo poco più di un minuto! Poco male, in ogni caso, visto che quanto arriva dopo è altrettanto valido. Ci ritroviamo in un’escalation che parte da strofe sottotraccia ma di gran potenza, passa per bridge lugubri nella loro melodia e confluisce nei ritornelli, che la sviluppano in senso ritmico. Potenti, tempestosi, funzionano alla grande come apice della progressione. Ottima anche la norma massiccia ma piena di controtempi che appare al centro e si sviluppa anche meglio nella trequarti. Dona un tocco allucinato a un pezzo semplice ma efficacissimo, non lontano dal meglio del disco!

Con Silent Demise, i Bolt Thrower virano sul death/doom in maniera ben più convinta di quanto sentito finora in …for Victory. Lo si può apprezzare dall’inizio, col riff espanso di Ward e Thomson su cui si posa una melodia sinistra, più che tipica per il genere. E se più avanti il tutto accelera, portandosi su martellanti fasi di death metal di cupezza allucinante, la norma iniziale torna poi sempre alla carica. Ancor meglio fa però la seconda metà, che diviene più dinamica e animata. Le due anime si alternano e si incrociano così in un quadro di grande potenza ma anche pieno di melodie mogie, avvolgenti. La linea del brano è tortuosa, ma composta sempre alla grande, ogni particolare, ogni accelerazione o frenata, ogni melodia ha il suo perché. Ne risulta un brano breve ma grandioso, di qualità pari alla precedente! La seguente Forever Fallen ha una melodia simile al passato ma ancor più nostalgica. Nonostante la base a tratti sia vorticosa, il tutto ha un che persino di caldo, e sembra preannunciare un pezzo persino melodico. Poi però la musica vira verso lidi macabri, da death tipico, simile a quanto già sentito nei momenti più pestati di …for Victory. È una norma a cui i Bolt Thrower alternano aperture, ma sempre malate, inquietanti al massimo con le loro melodie e il growl di Willetts. Da questo dualismo, gli inglesi non si schiodano mai, stavolta: seppur con le dovute variazioni, anima tutta la (breve) durata della canzone. Ma non è un problema: anche così abbiamo un bel macigno, breve ma intenso. Non sarà tra i picchi del disco, ma si difende alla grande!

Tank (Mk. 1) inizia con una melodia che ricorda molto gli Slayer e in particolare Raining Blood. È un po’ goffa, ma introduce nella giusta maniera un brano che poi scatta con forza. Le solite ritmiche macinanti sono rette stavolta da un tempo medio alto: si forma un muro sonoro notevole, quasi piatto ma in maniera voluta. Solo a tratti si apre per brevi melodie che riprendono l’avvio; per il resto, la traccia procede per oltre metà della sua durata in maniera ossessiva. Solo nella seconda metà la sua solidità si incrina per coordinate più ansiose, movimentate. Tra un riff per l’ennesima volta da urlo, un assolo rumoroso e qualche rallentamento in una corsa altrimenti incalzante, è un gran bel sentire. La parte migliore di un pezzo che per il resto non impressiona tantissimo: al contrario, in …for Victory quasi scompare. Contando che il livello è pur sempre ottimo, è un’altra conferma a quanto il lavoro dei Bolt Thrower sia stato eccezionale! In ogni caso, siamo ormai agli sgoccioli: per chiudere il disco, gli inglesi scelgono Armageddon Bound: parte da una melodia truce, ma che non sembra troppo riuscita. È però il punto di partenza di un’evoluzione piena di momenti memorabili, fantasiosa, in cui la band mostra tutto il proprio estro. Tra classiche, pesantissime fasi nei canoni degli inglesi, passaggi abissali e alienanti di vago retrogusto death ‘n’ roll, rallentamenti doom di grande inquietudine e tratti melodici di buona profondità, ciò che ci si para davanti è quasi un sunto del meglio ascoltato finora. Ma senza annoiare: al contrario, il tutto è così movimentato che quasi stordisce, sia per la natura più labirintica della media del disco che per l’allucinante potenza. Difficile prendere a esempio un qualsiasi passaggio: ognuno ha un suo perché nell’economia della traccia. Che anche per questo risulta splendida e senza momenti morti dall’inizio al finale, che si spegne di colpo prima di un outro con dei boati e suoni da guerra. Il risultato insomma è grandioso, il meglio del disco che chiude dopo la title-track!

Come già detto all’inizio, con …for Victory i Bolt Thrower dimostrano che non serve spingersi troppo nell’estremismo e nell’esasperazione per eccellere nel death metal. Parliamo di un album mai troppo eccessivo, ma che con la forza di idee, melodie, atmosfere e soprattutto riff si rivela un vero gioiello nel suo genere. Certo, c’è anche da dire che chi dal death vuole qualcosa di più intenso, magari orientato verso lidi brutal o grind, potrebbe trovarlo meno appetibile. Se invece ami anche il lato più oscuro del genere, e soprattutto se apprezzi un comparto ritmico fatto con ogni dovizia, allora non può mancarti!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1War01:16
2Remembrance03:43
3When Glory Beckons03:59
4…for Victory04:50
5Graven Image04:00
6Lest We Forget04:37
7Silent Demise03:55
8Forever Fallen03:47
9Tank (Mk. I)04:15
10Armageddon Bound05:13
Durata totale: 39:35
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Karl Willetsvoce
Baz Thomsonchitarra
Gavin Wardchitarra
Jo Benchbasso
Andrew Whalebatteria
ETICHETTA/E:Earache Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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