Genus Ordinis Dei – Glare of Deliverance (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEGlare of Deliverance (2020) è il terzo album dei cremaschi Genus Ordinis Dei.
GENEREDi base, lo stesso mix di symphonic metal, melodeath e metalcore sentito nel precedente Great Olden Dynasty (2017). Quest’ultimo genere è però più presente nelle ritmiche rispetto al secondo, nel confronto col passato. Soprattutto è però il primo a essersi sviluppato con più forza, per un risultato maestoso e “cinematico”, oltre che molto complesso e pieno di sfaccettature.
PUNTI DI FORZAUno stile non originale ma che funziona bene nelle mani della band, grazie a una cura eccelsa per i dettagli. Sono tantissimi gli spunti vincenti in una scaletta coesa e variegata in fatto di atmosfere. Sono queste ultime il vero piatto forte del disco, vista la maniera eccelsa in cui sostengono un concept ambiziosissimo (con persino una controparte video) ma grandioso.
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIFire (ascolta), Examination (ascolta), Dream (ascolta), Edict (ascolta)
CONCLUSIONIA causa della sua durata e della complessità della musica dei Genus Ordinis Dei, Glare of Deliverance è un album difficile da penetrare. Se si decide di farlo, però, ci si ritrova davanti un capolavoro tra i più rifulgenti del 2020, consigliatissimo ai fan del genere!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
94
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Nel corso della mia storia con Heavy Metal Heaven, è successo diverse volte che una band non rispettasse le mie aspettative. Spesso, è accaduto in negativo: band di cui avevo apprezzato un primo disco mi hanno un po’ deluso col successivo. Con la situazione contraria, ossia un secondo album che mi abbia stupito in positivo nel confronto col predecessore, ho avuto invece molto meno a che fare. Ma ciò non significa che non accada mai: è anzi proprio questo il caso dei Genus Ordinis Dei. Negli scorsi anni, ho avuto ben due occasioni di ascoltarli, prima col secondo album Great Olden Dynasty (2017) e poi con il singolo Nemesis (2019). Valutando entrambi, di questa band nata a Crema nel 2009 mi ero fatto un’idea ben precisa. Li ritenevo un gruppo buono ma non eccezionale, ben lontano dalle band che mi hanno colpito di più in questi anni: colpa anche di uno stile in fondo non troppo originale. Per questo, quando ho accettato di recensire Glare of Deliverance, terzo album dei Genus Ordinis Dei, non mi aspettavo nulla più che un altro prodotto di buon livello. E invece, sono rimasto molto impressionato da ciò che vi ho trovato.

In questo disco, i lombardi hanno fatto le cose in grande, a partire dall’ambiziosissimo concept. Si basa su una storia in fondo lineare: parla di Eleanor, una strega (o forse soltanto una donna che vive la natura a modo suo) catturata e processata per stregoneria. Un tema già affrontato da altri nel metal, ma che in questo caso si esplica in una maniera diversa e interessante all’estremo. Non è solo per l’idea originale e avvincente dei Genus Ordinis Dei di pubblicare un video per ogni brano, in quello che alla fine diventerà un vero cortometraggio ispirato alla stessa storia. Soprattutto, anche chi non è interessato alla controparte video può trovare in Glare of Deliverance un affresco pieno di emozioni che ti portano dritte nel la storia di Eleanor. Merito in primis dello stile del gruppo: di base è lo stesso mix di symphonic metal, metalcore e melodeath sentito in precedenza. Qualche differenza è presente: a tratti è un po’ più orientato verso il secondo nei riff, che tra l’altro si fanno più intricati, a tratti vicino alla branca più tecnica del genere e in certi frangenti persino al progressive; anche il terzo però non manca. Il dettaglio che spicca di più in Glare of Deliverance è tuttavia il grande arricchimento della parte orchestrale dei Genus Ordinis Dei. Ormai diventato il perno del gruppo, con la sua impostazione “cinematica” regge benissimo il concept.

Si tratta inoltre di un genere molto intricato e pieno di sfaccettature: colpa anche della durata dell’album, estesa per oltre settanta minuti. Anche questo rende difficile, a tratti, ricordare se un determinato passaggio appartenga a una canzone o a un’altra, anche visto il filo di omogeneità che caratterizza Glare of Deliverance. Nella quasi totalità degli album che mi è capitato, questo sarebbe un difetto, ma non è il caso dei Genus Ordinis Dei. Al contrario, qui è un dettaglio che rende solo la scaletta più coesa: del resto, certe ripetizioni di temi musicali sono volute. Sembra quasi che la band cremasca, più che dieci tracce, abbia voluto creare un un’unica, lunghissima canzone in dieci parti: un’operazione peraltro di gran successo. Merito soprattutto del songwriting, davvero curatissimo in ogni passaggio. Sono moltissimi i passaggi di altissimo livello sparsi lungo tutto Glare of Deliverance, mentre molto di rado i Genus Ordinis Dei incappano in momenti morti. Ma il campo in cui i cremaschi eccellono davvero è il lato emotivo: l’album colpisce spesso al cuore, con tante sfumature strazianti. Tutte coerenti con la narrazione, sono studiate davvero a puntino e si sprigionano forti, passionali. Risultando il punto di forza migliore di un album che, come leggerai, ha davvero tantissimo da dare!

Vista la già citata complessità, è difficile fare la solita disamina musicale. O meglio: è possibile, ma verrebbe lunghissima. Perciò, in questo caso ho deciso di seguire più che altro le sensazioni evocate dalla musica e la storia che sostengono. Una storia che comincia, in apparenza in maniera serena da Ritual, preludio in cui suoni naturali fanno da sfondo a una voce femminile. È quella di Eleanor: la sua voce, in solitaria e poi doppiata da un maestoso coro, canta in italiano parole malinconiche ma serene, su un tema che poi tornerà spesso nell’album. Tuttavia, presto la linea musicale diventa più ansiosa, con le orchestrazioni prima e poi con l’ingresso di sonorità metal, seppur non troppo cattive per ora. Tra momenti più di pathos e altri più oscuri, è un vortice che ci conduce nell’abisso, finché una voce cupa non comanda “take her”. È l’inizio della sua fuga, raccontata in Hunt. Brano nervoso, con tante svolte repentine nella struttura e ritmiche metalcore spesso martellanti, narra dal punto di vista della protagonista la disperata corsa per i boschi per scappare a chi vuole catturarla. Una corsa che all’inizio è soltanto convulsa, ma man mano il suo stato d’animo lascia spazio alla disperazione. Non può sfuggire a inseguitori a cavallo, lei che è a piedi. E così, la cattiveria evocata dai riff e dal growl di Niccolò “Nick K” Cadregari pian piano lascia spazio a melodie e disperazione. Culmina in ritornelli splendidi, con una melodia medioevale deliziosa e una drammaticità eccezionale. L’ultimo lascia poi spazio a un cambio di punto di vista: ormai Eleanor è circondata, non può più scappare. L’oscurità e la malvagità filtrano allora nella musica dei Genus Ordinis Dei: la donna è stata catturata, sarà portata via per il processo. Si chiude così un pezzo già da subito ottimo, un’apertura grandiosa per Glare of Deliverance, anche se il meglio deve ancora arrivare!

Edict è un pezzo abbastanza variegato, sia per sensazioni e per panorami sonori che a livello narrativo. Ora la protagonista è condotta in città, dove già i vertici religiosi hanno informato il popolo ignorante. Già l’intro nostalgico preannuncia cosa accadrà: Eleanor viene accolta con gli sputi e le pietre che la gente le lancia. La sua disperazione è palpabile nelle sezioni in cui Cadregari canta, sempre lancinanti anche nelle fasi più estreme, ben sostenute dalle orchestrazioni. Ma anche il punto di vista dei suoi aguzzini è rappresentato bene, da momenti oscuri al massimo e di gran potenza. E anche quello del popolo: i cori rabbiosi sono davvero ben fatti, comunicano vera aggressività e vero disprezzo. In generale, tutto è ben fatto a livello musicale, compreso l’assolo di Tommaso “Tommy” Monticelli. Il risultato è un altro vero gioiello, emozionante al punto giusto e neppure troppo lontano dai picchi del disco. Ma va ancora meglio con Examination: nel breve outro della precedente, si sente il padre inquisitore comandare che la strega gli sia portata. Ed è quanto accade: per buona parte della prima metà, c’è un botta e risposta tra i due. Mentre i passaggi del sacerdote sono lievi ma oscuri, quelli di Eleanor sono incattiviti, con uno sfondo ritmico quasi thrash. Ma non c’è solo rabbia in lei, anche sofferenza: lo dimostrano ritornelli ancora una volta laceranti. E nel tempo lo diventano anche di più, quando viene decretato che la protagonista sia condotta alla tortura dei carboni ardenti. Una decisione che causa sofferenza, ben udibile nella lunga seconda metà, tutta strumentale. Sviluppa la ritmata parte iniziale ma ha anche spazio per grandi venature sinfoniche, aperte e di gran pathos, come i Genus Ordinis Dei hanno già dimostrato e forse anche più. Insomma, un contraltare perfetto per un episodio davvero splendido, una delle punte di diamante assolute di Glare of Deliverance!

Delle urla agghiaccianti danno ora il via a Torture, traccia che dice tutto sin dal titolo. Inizia strisciante, lenta e poi cresce, fino a spostarsi prima su lidi metalcore/symphonic metal espansi e poi incattivirsi. Ma non lo fa troppo: seppur oscuro col lead dissonante di Monticelli, forse per il testo che parla delle terribili sevizie inflitte a Eleanor sarebbe stato meglio qualcosa di più estremo. È uno dei pochissimi, se non l’unico frangente del disco, in cui le liriche non si sposano alla grande con la musica al di sotto. A parte questo, però, la qualità rimane alta, sia in questa norma che nelle aperture. Con un sentimento quasi penoso, è nel secondo che la protagonista confessa colpe mai commesse, per voce di Cadregari. Che, pur rimanendo quasi in growl, riesce a esprimere in un’escalation la drammaticità della situazione e il dolore provato. Fino a un’esplosione prepotente, passionale e oscura: il finale perfetto per quello che è il pezzo meno bello della scaletta. Il che la dice lunga sul lavoro grandioso dei Genus Ordinis Dei qui: nonostante tutto, il livello rimane ottimo! La situazione migliora ancora, tuttavia, con Judgment: comincia da una melodia quasi dolce, scandita prima in maniera lieve, poi più potente ma sempre armonica. Tornerà a tratti nel pezzo, che però di norma è più duro e aggressivo. Non per niente, descrive il processo a cui Eleanor è sottoposta, uno scontro tra odi contrapposti. Quello più melodico, drammatico a livello musicale dell’inquisitore, che vuole condannare la strega, e quello di lei. Le ritmiche dissonanti e orientate al metalcore sostengono bene il suo spregio per le parole false del cristianesimo per cui lei ha subito tante sofferenze, e tante ancora ne patirà. Buoni anche le fasi corali che spuntano qua e là: l’ultima di esse viene anche sviluppata a lungo, in un tratto strumentale che quasi narra le sensazioni di Eleanor, una volta che la sentenza è stata pronunciata. È con una grande malinconia (e un tocco di rabbia di ritorno) che si conclude un altro brano lungo ma ottimo!

A questo punto, Dream è quasi una pausa che i Genus Ordinis Dei concedono all’ascoltatore, nella grande esperienza che è Glare of Deliverance. Anche le sue fasi più rabbiose hanno sempre una componente melodica e triste. Pure meglio in tal senso fanno altri momenti, come la parte centrale, ricercatissima con le sue melodie e il suo influsso progressive ben più che vago. Ma anche i passaggi melodeath e metalcore funzionano a dovere: il tutto per sostenere Eleanor in un momento di pace, in cui dorme e sogna. È un bel sogno, in cui lei desidera essere lontana dalla cella in cui è rinchiusa: poi però stacchi musicali più oscuri arrivano a ricordarle che la sua realtà è un’altra. Per tutto il pezzo, la musica del gruppo cremasco oscilla tra questi due lidi, a volte anche intrecciati, come sulla trequarti, con melodie quasi power metal. In ogni caso, il complesso è realizzato in una maniera sempre eccezionale, anche più del solito: il risultato è eccelso, a un pelo dal meglio del disco! Abjuration, che segue, se la prende con calma. Il suo intro è lunghissimo, retto dal pianoforte e dalla chitarra pulita di Monticelli, per poi cominciare una crescita molto lenta. Sembra quasi accompagnare la riflessione di Eleanor, che poi però alla fine si decide, la sua fermezza echeggiata nella potenza della musica. Se prigionia e tortura l’hanno piegata, la donna non è spezzata: rifiuta il pentimento che le viene imposto e offre ai suoi persecutori tutta la rabbia che covava dentro. La sua furia si sente sia nella prima parte che, soprattutto, nella seconda, quando la drammaticità sale e sale. Ci ritroviamo così in un botta e risposta tra l’inquisitore e la strega, in cui quest’ultima maledice lui e tutto il popolo, per incutergli paura, e si vota al demonio. Un tentativo che forse ha successo, ma che le causa una nuova condanna, alla fine dell’ennesimo grande pezzo, neppure lontanissimo dal meglio del disco.

Anche Exorcism ha un lungo intro, molto malinconico. Le orchestrazioni di Monticelli sono raffinate, e riprendono in parte il tema iniziale. Ma è la calma prima della tempesta: preannunciata dal basso di Steven F. Olda, seguito poi dal riff, comincia a svilupparsi un pezzo strisciante, in continua evoluzione. Così come il testo: comincia come un esorcismo, ma poi diventa anche più sinistro. Per certi versi, sembra quasi denotare sensualità malata, come se più di un rituale fosse uno stupro, vero o solo simbolico: un dettaglio che viene fuori anche a livello musicale. Quale che sia la verità, col tempo il tutto diventa più confuso, forse riecheggiando lo sfinimento di Eleanor. Che, tra voglia di libertà e angoscia, sembra addirittura arrivare a ribaltare la situazione e a uccidere l’inquisitore, nel convulso finale. Tra momenti con ritmiche death e Richard Meiz che tira fuori il blast beat, alternati con momenti più calmi ma sempre oscuri, è una parte frenetica ma di gran impatto. Chiude l’ennesimo gioiello della scaletta: non sarà tra i migliori, ma fa la sua bella figura! Glare of Deliverance è quindi agli sgoccioli: per l’occasione, i Genus Ordinis Dei scelgono Fire, lunga e maestosa suite che rappresenta la naturale conclusione della storia. Se anche Eleanor è riuscita nella sua vendetta, questo non è un film americano: di sicuro, non poteva scappare dalla prigionia con mille acrobazie. Il fuoco la attende sempre, ma lei lo accoglie senza paura. Sa che il demonio a cui si è votata non la lascerà morire, che anzi riverserà il fuoco da lei in fuori, fino a bruciare il mondo corrotto dalla chiesa. La realtà o solo la visione speranzosa di un’anima ormai ridotta a brandelli? Se il testo è volutamente ambiguo in questo, non lo è la musica, che nei sedici minuti del pezzo non attraversa neppure un momento morto. Ogni passaggio è perfetto, da quelli quasi epici a quelli più striscianti, passando per i momenti più potenti e metalcore e per quelli invece sinfonici, regali. Tra questi ultimi, brillano le aperture corali, addirittura catchy per il genere dei lombardi: uno dei momenti più in vista del disco. Ma anche il resto non sfigura: abbiamo una lunga evoluzione sempre curatissima, dal punto di vista musicale ma soprattutto delle emozioni. Che qui esplodono a meraviglia e colpiscono al cuore per drammaticità lancinante. E così, dopo oltre un quarto d’ora, il disco si chiude con un breve outro. Porta al termine non solo una storia dolorosa ma anche appassionante, e oltre un’ora e dieci di grande musica, ma anche una traccia davvero splendida. Si rivela lo zenit assoluto del disco con Examination e Dream, e forse anche meglio di queste ultime due canzoni!

C’è da dire, a questo punto, che forse Glare of Deliverance poteva essere persino meglio se i Genus Ordinis Dei avessero osato giusto un filo di più. Se fosse stata presente una cantante ospite, anche in growl, per dare voce a Eleanor invece che farlo fare a Cadregari, forse il risultato poteva essere anche migliore. Ma è davvero un dettaglio quasi ininfluente: anche così parliamo di un viaggio musicale e narrativo notevolissimo, pieno di grandi emozioni e di momenti topici. Certo, forse chi preferisce musica fruibile con più facilità, specie a livello di atmosfere, potrebbe trovare Glare of Deliverance ostico. Ma se apprezzi la complessità, dai ai Genus Ordinis Dei una possibilità, a tutti i costi. Ci vorranno tanti ascolti, ma alla fine ti ritroverai tra le mani uno dei migliori dischi nel suo ambito usciti nell’anno appena passato!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ritual03:47
2Hunt04:18
3Edict06:42
4Examination06:59
5Torture04:41
6Judgement07:46
7Dream06:38
8Abjuration07:47
9Exorcism07:04
10Fire16:08
Durata totale: 01:11:50
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Niccolò “Nick K” Cadregarivoce e chitarra
Tommaso “Tommy” Monticellichitarra e orchestrazioni
Steven F. Oldabasso
Richard Meizbatteria
ETICHETTA/E:Eclipse Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa, PressThis! Music PR

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