Forest Stream – Tears of Mortal Solitude (2003)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONETears of Mortal Solitude (2003) è il primo full-length dei russi Forest Stream.
GENEREA una base doom metal di norma lenta, il gruppo accosta accelerazioni di indirizzo black melodico e armonie di carattere gothic.
PUNTI DI FORZAUno stile molto efficace col suo equilibrio tra aggressività e ricercatezza, sostenuto anche da un bel suono vintage, adatto alla situazione. È all’origine di un ottimo disco, con tanti spunti degni di nota e una qualità media elevata, in cui le qualità dei russi brillano molto.
PUNTI DEBOLIUna certa dispersività sia nella scaletta che nelle stesse canzoni, per colpa anche di un po’ di immaturità: caratteristiche all’origine della relativa mancanza di hit. Ma nessuno di questi difetti castra troppo l’album.
CANZONI MIGLIORI

Mel Kor (ascolta), Legend (ascolta)

CONCLUSIONITears of Mortal Solitude lascia qualche rimpianto: fosse stato meno dispersivo, avrebbe potuto essere un capolavoro. Anche così però rimane un ottimo album, da scoprire per chi ama il genere dei Forest Stream!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
84
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All’interno del metal, la Russia come nazione non ha mai brillato tantissimo, almeno se ci riferiamo al gotha delle band famose. A raggiungere quel livello, dalla grande nazione nordica ce ne sono meno di una manciata: ciò però non significa che in Russia non ci sia nulla di interessante. Al contrario, andando a scavare nel suo underground si può trovare molto di buono: lo testimoniano i tanti bei dischi provenienti da là recensiti nel corso degli anni qui su Heavy Metal Heaven. Appartiene a questo novero Tears of Mortal Solitude, primo full-length dei Forest Stream. Album comprato quasi per caso anni fa, all’inizio ammetto che non mi aveva preso moltissimo. Ma col tempo e tanti ascolti, sono riuscito alla fine ad assorbirlo: ciò che ho trovato è un disco che, pur non perfetto, ha molto da dare. A cominciare dal genere: In primis, Tears of Mortal Solitude si basa sul doom: a tratti vicini persino al funeral, i Forest Stream non disdegnano però di accelerare. I loro scatti hanno un lato estremo e dissonante, di indirizzo black: un genere non nella sua anima primigenia, ma in forma molto melodica. Come melodico è anche il terzo lato dei russi, quello gothic: torna spesso in molte armonie e anche nelle atmosfere depresse.

È proprio questo uno dei lati più positivi di Tears of Mortal Solitude: le suggestioni che evoca sono penetranti, anche grazie a un bel suono, vintage e adatto alla situazione. Ma anche dal punto di vista della musica i Forest Stream sanno il fatto loro: lungo il disco, sono molti gli spunti degni di nota. Il tutto inserito in un impianto al tempo stesso aggressivo, grazie allo scream di Sonm the Darkest, e ricercato grazie alle tastiere dello stesso cantante, il cui lavoro è sempre lodevole. Il risultato di tutto ciò è un disco tortuoso, complesso, in cui ci si perde: di solito è un bel perdersi, ma a tratti è proprio la musica a farlo. In generale, nonostante gli otto anni di gavetta dalla fondazione i russi sembrano ancora un po’ immaturi: lo dimostrano brani ondivaghi in una scaletta che lo è altrettanto, e anche per questo ha poche hit. Mettendoci anche un po’ di monotonia, poteva essere un album medio: i Forest Stream però riescono lo stesso a brillare. I difetti contano poco in Tears of Mortal Solitude, che anche così risulta ottimo.

Le danze partono da Autumn Elegy, estesissimo intro (quasi quattro minuti la durata) che inizia su toni ambient. È un genere che rimarrà a lungo, in diverse anime: a tratti c’è solo la tastiera, altrove anche la chitarra, altrove ancora suoni d’ambiente. Ma al centro, la musica vira verso lidi più distorti, coi Forest Stream che danno un assaggio del loro stile. È una sezione per certi versi truce, a causa soprattutto della voce di Sonm, ma per il resto è piena di melodie sognanti. Il che rende il tutto la perfetta introduzione per Tears of Mortal Solitude, oltre che per Legend, che segue. Una rullata di batteria, e il ritmo parte piuttosto veloce, black metal melodico e dinamico. Le sue melodie guardano al gothic e al dark metal, ma nella sua avanzata incalzante c’è persino qualcosa di evocativo, almeno di solito. Questa parte va avanti a lungo, intervallata a tratti da momenti più eterei, celestiali pur nella loro natura ombrosa. Poi però questa seconda anima si prende il sopravvento: è l’inizio di una lunga fase centrale spesso morbida. Anche i momenti metal sono espansi e atmosferici, e si alternano con altri leggeri e calmi, quasi sereni ma al tempo stesso di gran malinconia. Una sensazione che però pian piano lascia il posto a un’oscurità più forte. Il tutto fino a che il volto iniziale del pezzo non riprende a fluire, in maniera anche più evocativa e raffinata. Ma poi la linea musicale cambia ancora, verso un finale strisciante di chiaro indirizzo doom, che oscilla tra lidi martellanti e altri molto lenti, tutti dominati dalle tastiere inquietanti di Sonm. È con la sua aura sinistra che si conclude un pezzo variegato e realizzato a puntino, neppure troppo distante dal meglio del disco che apre!

Traccia più lunga del disco coi suoi dodici minuti, Last Season Purity se la prende con molta calma a entrare nel vivo. All’inizio è solenne, quasi maestosa nella melodia della chitarra di Wizard Omin, ma poi diviene quasi intimista. È l’anima con cui prende vita un pezzo gothic quasi classico, non fosse per lo scream del frontman. Ma poi la linea musicale comincia a variare in maniera tortuosa. Tra passaggi più morbidi, sezioni lente da black metal melodico, fasi espanse e ricche di suoni, venature sinfoniche della tastiera di Sonm e ottimi fraseggi di chitarra, c’è davvero di tutto nel pezzo. Ma ogni passaggio contribuisce bene a un’aura dimessa, che fluisce molto bene, grazie anche ad alcuni ritorni, qua e là, di momenti già sentiti per non rendere il tutto troppo intricato. C’è giusto qualche scalino, qualche stacco poco riuscito e qualche momento morto, ma di norma la lunga progressione funziona bene. Il momento migliore è però di gran lunga quello finale: parte da trequarti in maniera compassata e calma, quasi fredda. Poi però si anima in ritmo e anche in calore: è una frazione rapida e forse anche troppo breve prima dell’outro, in cui i Forest Stream esprimono vera passione. Si tratta di uno dei momenti topici di Tears of Mortal Solitude: se lo stesso non si può dire del brano in generale, il risultato rimane valido e soddisfacente!

Snowfall comincia lenta, con le pseudo-orchestrazioni di Sonm: pochi secondi, però, e ci ritroviamo in un vortice di disperazione. Evocato soprattutto dallo scream, vi contribuiscono bene anche la tastiera e il riff alle loro spalle, doom lento con la giusta tristezza. A tratti spunta anche una certa inquietudine, ben rappresentata da melodie dissonanti. Ma poi il lato più armonioso dei russi prende il sopravvento: per quasi tutto il resto della traccia, domina una norma più aperta. Tra (rari) tratti cantati e di buona magia e altri in cui sono le melodie della chitarra di Omin a dominare, è una progressione depressa ma calorosa, accogliente. La sua atmosfera sognante colpisce bene per tutta la sua durata, che però risulta di nuovo breve. E stavolta, è un difetto: a parte qualche frangente più calmo, con la chitarra pulita, e un outro parlato non c’è altro in un pezzo lungo una decina di minuti, ma che sembra un po’ troppo vuoto. E anche un po’ senza senso, non andando in fondo da nessuna parte: nonostante la qualità di molte soluzioni, il risultato è solo buono. Il che la rende il pezzo meno valido di tutto Tears of Mortal Solitude!

Per fortuna, a questo punto i Forest Stream ritirano su il disco alla grande con Mel Kor, che stavolta non si perde in convenevoli. Entra subito nel vivo come un pezzo black/doom ritmato, col primo genere che prende subito il sopravvento. Per la prima parte, la sua carica truce domina, sia nei momenti più graffianti che nelle aperture melodiche ma sinistre presenti a tratti. Poi però la musica si apre: all’inizio domina la preoccupazione, ma a un certo punto i russi prendono una strada più serena. Con una melodia di chitarra quasi folk, aprono una parte centrale molto ricercata, il cui unico difetto è di durare troppo poco. Presto infatti il tutto torna verso toni più oscuri: all’inizio è di nuovo preoccupato, ma un’oscurità penetrante pian piano si divora tutto. Tra momenti spaventosi in cui Sonm sfodera un growl da death metal e un riffage splendido, teso e doom in maniera meravigliosa, arriva così il turno di un passaggio di oscurità densissima, eppure a modo suo solenne. Dura fino alla trequarti, quando la musica si spegne, ma il pezzo non è ancora finito. C’è spazio anche per una lunga coda molto più soave e melodica, con tastiere sognanti che incidono bene. Ma anche questa situazione si trasforma: è in maniera cupa, minacciosa seppur espansa che si conclude un pezzo eccelso. Nei suoi nove minuti scarsi c’è davvero di tutto, e così ben frullato da renderlo il picco assoluto del disco! A questo punto, quasi per far riposare le orecchie all’ascoltatore, i Forest Stream optano per Whole. Più un intermezzo espanso che altro, si pone quasi come la ballad di Tears of Mortal Solitude. Una ballad ricercata, particolare: sarebbe gothic metal, non fosse per l’assenza di chitarre distorte, sostituite dalla ricchezza dei suoni della tastiera. Corona il tutto la voce di Sonm, qui pulita e mogia, seppur al centro torni al growl. Accompagna un tratto più denso, una delle poche variazioni del pezzo insieme a qualche tocco più oscuro, e ne segna anche la fine. Da lì’ infatti la musica comincia a spegnersi, fino a perdersi in un outro con la chitarra pulita di Omin. Con una bella progressione, molto triste, mette fine a un interludio che, nonostante sia tale, si rivela piacevolissimo!

Black Swans parte con un lungo preludio scandito da un flauto, lontano e nostalgico. Pian piano le tastiere crescono al di sotto, prima che il metal entri in scena: anch’esso però conserva la stessa aura. Con le melodie eleganti di tastiera e un ritmo lento, ha il giusto pathos, accentuato dall’alternanza con aperture più calme e intimiste, in cui Sonm che usa di nuovo la voce pulita. All’inizio tutto è dolcezza, ma a un certo punto la musica comincia a rinforzarsi e a incupirsi. È l’introduzione alla seconda metà, che in principio si riporta su toni più soffici e aperti, con persino una venatura folk. Poi però la preoccupazione entra in scena: è quella che dominerà la lunga seconda metà. Con un’escalation incalzante, a tratti quasi evocativa ma nel senso in cui solo il doom può esserlo, mentre altrove assume gran drammaticità, è una grande parte, la migliore della traccia. Degno di nota anche la sua chiusura, che si incupisce e poi si spegne in un assolo solitario nel vuoto. Ma la traccia non è ancora finita: c’è spazio a che per una lunga fase di trequarti in cui i Forest Stream riprendono l’inizio. È una buona conclusione per un pezzo che lo è altrettanto: non sarà tra i migliori di Tears of Mortal Solitude, ma sa bene il fatto suo

Quasi sia già arrivata l’ora dei saluti, Winter Solstice si pone a metà tra la traccia vera e propria e un (lunghissimo) outro. I suoi toni sono sempre bassi, compassati, come si sente dall’inizio, in cui il pianoforte e l’elettronica di Sonm si intrecciano. È una base che, tra momenti più espansi, quasi spaziali, e altri un po’ più ricercati, domina l’intero pezzo, a tratti accompagnando anche i sussurri del frontman. Accompagna il pezzo anche quando il metal torna a fluire, per momenti con una certa aggressività ma al tempo stesso lontani, malinconici. Un dualismo che rende queste frazioni molto incisive, come del resto quelle più lievi: tutte beneficiano dell’ottimo lavoro, quasi di contrappunto, del gruppo. I russi hanno lasciato però il meglio per il finale, quando la musica si spegne nel vuoto. Ma prima della fine c’è spazio per un momento quasi da colonna sonora di film d’annata, non fosse per il dolore lancinante, cosmico che si sprigiona. Nonostante la semplicità della sua melodia, scandita dalle tastiere vintage di Sonm, si tratta di un altro momento topico del disco. E mette la parola fine a un pezzo davvero ottimo, nonché una degna ultima canzone per Tears of Mortal Solitude. Che, a questo punto, i Forest Stream concludono con l’outro vero e proprio, Steps of Mankind. Il suo minuto e mezzo abbondante non è nulla di che: tra pseudo-orchestrazioni e pianoforte, si rivela soltanto un breve frammento atmosferico. Tuttavia, le sue sensazioni sono in linea col resto: come finale per l’album, insomma, non è fuori luogo, anzi!

A questo punto, la mia impressione è che, non fosse stato così dispersivo, Tears of Mortal Solitude poteva essere un capolavoro assoluto. Ma anche così, si rivela una gemma sconosciuta e dimenticata. Gli amanti di sonorità così espanse e ricercate nel metal estremo ci andranno a nozze. Ecco perché, se lo sei e ancor più se ami il doom evoluto anni novanta/primi duemila, l’invito può essere solo di scoprire i Forest Stream!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Autumn Elegy03:52
2Legend08:07
3Last Season Purity12:15
4Snowfall09:55
5Mel Kor08:50
6Whole05:15
7Black Swans10:33
8Winter Solstice08:27
9Steps of Mankind01:34
Durata totale: 01:08:48
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Sonm the Darkestvoce, tastiere, programming
Wizard Ominchitarra
Silent Anthbasso
ETICHETTA/E:Elitist Records, Earache Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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