Netherblade – Reborn (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEReborn (2020) è il primo album dei milanesi Netherblade.
GENEREUnisce una base speed thrash metal da un lato all’heavy classico da cui esso deriva, e dall’altra sonorità groove, supportate da altre venature di stampo moderno.
PUNTI DI FORZAUno stile ibrido interessante e non troppo sfruttato, supportato da una buona capacità in fatto di riff e discrete doti per quanto riguarda melodie e atmosfere. Sono all’origine di un disco almeno mezzo gradino sopra alla media del thrash e con qualche zampata di alto livello.
PUNTI DEBOLIOltre a una registrazione troppo secca, il problema principale è che non sempre le componenti della musica dei milanesi sono ben amalgamate. In generale, la band sembra ancora un po’ immatura e confusa sulla direzione musicale da prendere.
CANZONI MIGLIORI‘Till the End (ascolta), Netherblade (ascolta), Killing Spree (ascolta)
CONCLUSIONILa proposta stilistica di Reborn è molto interessante, ma i Netherblade devono renderla più coesa e solida. Ben venga un esordio piacevole come questo, ma da una band come i milanesi è lecito aspettarsi di più.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
71
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Il thrash metal, nella sua accezione più pura, è un genere che ormai non ha più molto da dire. Già era così alla fine degli anni ottanta, ma la recente ondata revival lo ha confermato, con qualche gruppo interessante ma tanti altri sterili e derivativi. Di sicuro, giudico meglio chi, invece, cerca di dare al genere un tocco differente: vale anche chi ancora non ha trovato del tutto la propria strada, come i Netherblade. Nati a Milano nel 2016 dalle ceneri dei Blindeath, non hanno corso troppo: da allora si segnala solo un EP, prima dell’esordio sulla lunga distanza con Reborn. Uscito lo scorso 16 ottobre grazie a Dark Hammer Legion e Volcano Records, non si limita al thrash più classico, come i Blindeath. Al contrario, da un lato il gruppo guarda alle origini più speed del genere, fino a sfociare spesso in un heavy dal sapore tradizionale. Ma dall’altro, Reborn non ha paura di spingersi nella modernità, con influssi groove: un’anima che a tratti i Netherblade puntellano con venature da altri generi odierni (southern, stoner, thrash ‘n’ roll e persino progressive). Il tutto in un connubio in fondo non molto sfruttato. Seppur non sempre funzioni bene.

Il problema principale di Reborn è che a volte i Netherblade non riescono ad amalgamare bene le varie componenti della propria musica. Sono presenti alcuni scalini sia tra le varie tracce – il che rende la scaletta discontinua a livello stilistico – sia all’interno delle stesse. Ciò incide anche sulla qualità: parliamo di un lavoro abbastanza ondivago, con alcuni brani che si lasciano ricordare ma altri molto anonimi. In più, Reborn soffre di una registrazione secca – va bene per il lato più old school, ma i riff groove risultano un po’ piatti. È tuttavia il meno di una proposta che in generale sembra un po’ confusa: è come se i Netherblade fossero indecisi se puntare su toni più aperti o su lidi più estremi. Il risultato è tutt’altro che eccezionale, seppur si difenda e risulti almeno mezzo gradino sopra la media del thrash di oggi. Merito in primis della buona capacità, da parte dei milanesi, di avere una buona potenza. All’interno di Reborn, sono diversi i riff col giusto impatto, ma i Netherblade si dimostrano discreti anche in fatto di atmosfere e melodie. È questo a far pendere la bilancia verso la positività, sia nel presente che, soprattutto, in chiave futura. L’idea infatti è che, se il gruppo saprà andare oltre l’immaturità, potrà fare molto meglio con le sue prossime mosse.

Già in apertura di Reborn, i Netherblade spiazzano l’ascoltatore piazzando Overture. Come dice il nome stesso, è un intro semi-orchestrale, almeno di base, anche se a dominare sono l’organo e poi suggestioni elettroniche. Di suo non è male, ma di sicuro fa pensare all’avvio di un disco power o al massimo melodeath: disorienta un po’, invece, prima di un disco così. Ma in fondo non è una cattiva apertura: con la sua calma e la sua oscurità introduce in maniera discreta Eyes of the World, che poi sorprende di nuovo con un attacco scomposto. A metà tra heavy e addirittura progressive, zigzaga per qualche istante, prima che la band meneghina viri su qualcosa di più semplice e diretto. Col suo mix di thrash e heavy, si tratta di un riff che regge parte del pezzo: è presente sia in diversi passaggi strumentali, sia nelle strofe, preoccupate e crepuscolari. Poi però la progressione la porta a derivare, prima verso qualcosa di anche più melodico e inquieto, e poi verso i ritornelli. Più grassi, di influsso groove, risultano aggressivi grazie al cantante Andrea Ledda e ai cori, ma in qualche modo sono distruttivi in maniera serena, liberatoria rispetto al resto. A eccezione di una breve fuga scatenata a metà – a dire il vero non integratissima col resto – che poi si ripete in breve in coda non c’è altro in un brano che segue la solita forma canzone, tipico assolo compreso. Ma in fondo non serve altro: il risultato finale è divertente e buono, valido come apertura di un disco così.

A questo punto, Reborn è subito l’esempio perfetto di come i Netherblade non abbiano ancora una direzione chiara in mente. Già la cupezza delle prime note dell’attacco è esplicativa: cupezza che poi, dopo un breve attacco heavy, fluisce libera nella canzone. Al contrario della precedente, qui i milanesi virano con forza verso l’estremo: lo dimostra il frontman, che lascia il pulito abrasivo per uno scream strozzato. Fa il paio con qualche armonizzazione addirittura black metal: trova posto in un panorama ritmico compatto e potente. E anche valido: il riffage di Simone Aiello e Davide Zacco colpisce bene sia nella norma di base che nei refrain, più striscianti col ritorno di vaghi influssi groove. Quest’ultimo genere domina anche al centro, un breakdown tipico del genere con persino influssi metalcore. Chiude il quadro di un pezzo breve e semplice ma molto buono se preso a sé stante; tuttavia, nell’album a cui dà il nome rappresenta un po’ la mosca bianca, coi suoi toni più duri! Sulla stessa linea, ma con meno cattiveria, prosegue anche From the Abyss: lo si sente sin dall’inizio, con la sua potenza preoccupata. Si alterna presto con momenti più grassi e d’impatto: uno scambio che denota l’intera canzone. A questa seconda norma appartengono le strofe, tese e possenti: sfociano però in refrain invece molto melodici, quasi tristi nel loro. Anche troppo, forse: a tratti sembrano persino un po’ lagnosi. Non aiuta poi il fatto che i Netherblade qui tendano a ripetersi, il che viene a noia anche nei tre minuti e mezzo scarsi di durata. Il risultato è decente, ma non si può dire molto di più in positivo: ciò lo rende il punto più basso dell’intero Reborn.

Per fortuna, a questo punto il disco si risolleva con ‘Till the End, che si mette subito in mostra col suo attacco, tortuoso e potente anche se non troppo veloce. È quasi riflessivo, ma poi i meneghini virano con forza su qualcosa di più diretto “in your face”: stavolta, il ritmo tenuto dal batterista Danilo Sunna è sempre alto. Lo è in particolare nelle strofe, puro thrash macinante e rabbioso, ben aiutato dalla voce graffiante di Ledda. Anche i ritornelli però non mancano di dinamismo: più groove, sono un bello schiaffo, prima di derivare verso una chiusura quasi ansiosa ma in tema. Raccorda bene le due parti, e si unisce a dovere nel pezzo; lo stesso vale per la fase centrale, che torna all’inizio e lo rende anche più complesso, prima di un lungo e convulso assolo, anch’esso valido. Come peraltro il resto: il risultato è ottimo, il picco assoluto del disco! Con Braindamage, che segue, i Netherblade fanno compiere un’altra virata a Reborn. Sin dall’inizio, mostra toni più aperti e quasi rockeggianti: insieme al tocco groove, ricordano quasi il southern metal, almeno nel riff principale. È lo stesso che regge i ritornelli, semplici ma divertenti; anche le strofe, più sottotraccia ma incalzanti il giusto, ne rileggono la falsariga. Il tutto però non risulta troppo monotono, anzi coinvolge in maniera carina, pur andando avanti a lungo. Di mezzo però ci sono diverse variazioni, in primis i bridge. Degno di nota anche la frenetica parte centrale, quasi stordente all’inizio, per poi stabilizzarsi nel finale. Dà un buon contributo a un episodio forse non eccezionale, ma ascoltabile con piacere!

Killing Spree per una volta se la prende con calma a entrare nel vivo: parte da un preludio lunghissimo, addirittura su toni orchestrali all’inizio. È su questa base che poi entra nel vivo il riff pulito e malinconico delle chitarre di Aiello e Zacco. Dura forse un pelo troppo, ma dopo meno di due minuti la canzone entra nel vivo. Per la prima parte, però, rimane lenta e quasi atmosferica: punta più su un’aura preoccupata, ombrosa. La si sente sia nei momenti più grassi che nella falsariga principale, heavy/thrash con giusto un retrogusto di modernità. C’è anche spazio però per toni mogi nelle riaperture melodiche che punteggiano qua e là il pezzo. Tuttavia, passata la metà la linea musicale tende a cambiare, coi Netherblade che man mano induriscono il loro genere. E lo rendono anche più complesso: tra momenti heavy che ricordano da lontano gli Iron Maiden, altri più martellanti, assoli e riff potenti, è un vortice intricato come mai si era sentito finora in Reborn. Ma poi la linea torna verso la melodia: lo si sente già alla fine di questa parte, melodica e avvolgente, prima di sfociare in un ritorno di fiamma iniziale, ancor più malinconico, con un altro tocco southern. È un finale appropriato per una traccia valida, e neppure troppo lontana dal meglio del disco! Con Wasted Generation, il quintetto torna quindi alla sua immediatezza precedente: lo si sente sin dal vorticoso attacco. Col botta e risposta Ledda-coro accenna subito al ritornello: quest’ultimo presenta la stessa melodia su una tempesta ritmica speed/thrash ‘n’ roll di gran forza. Il resto è anche più scatenato di media: se i bridge sono più quadrati, le strofe sono velocissime e incalzanti. Completa il quadro una parte centrale che quasi cita i Metallica del periodo Kill ‘Em All per poi farsi più veloce e incalzante, con un assolo semplice ma carino. Chiude bene il cerchio di un brano non eccezionale ma di gran intrattenimento!

Netherblade è quasi un riassunto del meglio sentito finora in Reborn. Lo si sente sin dall’avvio, che attacca con toni da heavy classico per poi spostarsi su vaghi toni thrash e quindi sul groove più pesante. Dopo un avvio del genere, la traccia si assesta su qualcosa che mescola allo stesso modo le anime del gruppo. Se le strofe uniscono vecchio e nuovo in maniera incalzante, col tempo deviano verso qualcosa di più tagliente, con influssi persino crossover. Ma poi i refrain tornano al classico, con un heavy/thrash sospeso tra melodia e potenza: fanno da sfondo al nuovo duello tra il cantante e cori, per un effetto di buon impatto. Il meglio è però riservato alla riottosa fase centrale, breve ma intensa visti i possenti e catturanti riff di Aiello e Zacco. Valorizza una canzone breve ma intensa, in cui i difetti del gruppo quasi non si sentono, il che la colloca poco distante dal meglio del disco! Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli: per concludere, i milanesi optano per Nothing Is Real, che esordisce promettente col suo attacco thrash per poi deviare verso lidi più oscuri. È una qualità che poi i Netherblade mantengono: le strofe sono sempre thrashy, uno dei momenti più puri nel genere dell’intero Reborn. Lo stesso vale per i chorus: riprendono l’inizio in maniera anche più convulsa. Anche troppo, in realtà: lo scalino con l’altra parte si sente non poco, e limita molto la riuscita del tutto insieme al fatto che quest’ultima parte in fondo non è proprio granché. Più o meno lo stesso vale per il tratto centrale, più moderno: i suoi riff hanno la giusta potenza, ma in un pezzo così orientato a sonorità più classiche non si integra benissimo, se non verso la fine. E lo stesso vale per il finale, quasi da thrash tecnico col basso convulso di Luca Frisenna: è ottimo preso a sé stante, ma nella canzone non ha molto senso. Certo, il tutto non è poi così male: anche con tutta la discontinuità, ne risulta una traccia discreta, godibile, ma niente di più. Triste dirlo, ma questo la rende il perfetto manifesto del disco che chiude.

Riepilogando, come ho già detto la proposta stilistica di Reborn è molto interessante, ma i Netherblade devono renderla più coesa e solida. Il potenziale per riuscirci c’è, come dimostrano le diverse buone idee di cui è costellato l’album, quindi la speranza è che i meneghini ci riescano. Lo spero per loro, ma anche per noi ascoltatori: in un mondo come il metal di oggi, così standardizzato, chiunque provi una strada anche di un filo diversa come loro è ossigeno puro. Ben venga anche questo piacevole esordio, quindi, ma in futuro dal gruppo mi aspetto molto di più!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Overture02:05
2Eyes of the World04:13
3Reborn03:57
4From the Abyss03:21
5‘Till the End04:01
6Braindamage04:57
7Killing Spree06:41
8Wasted Generation03:06
9Netherblade02:46
10Nothing Is Real04:49
Durata totale: 39:56
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Andrea Leddavoce
Simone Aiellochitarra
Davide Zaccochitarra
Luca Frisennabasso
Danilo Sunnabatteria
ETICHETTA/E:Dark Hammer Legion, Volcano Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Anubi Press

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