Highlord – Hic Sunt Leones (2016)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEHic Sunt Leones (2016) è l’ottavo album degli Highlord.
GENEREUn power metal molto sui generis, che pesca da diverse incarnazioni del genere e presenta anche qualche influsso esterno.
PUNTI DI FORZAUna buona personalità da parte del cantante Andrea Marchisio. Inoltre, all’interno del disco c’è molto di almeno discreto e qualche spunto di alto livello, oltre a una buona cura dal punto di vista formale.
PUNTI DEBOLIUno stile poco originale e ancor meno ispirato: un fattore udibile per esempio in una forte omogeneità o nella presenza di troppi cliché. Non aiuta una registrazione imperfetta; in generale, l’album risulta nella media, insipido, poco brillante.
CANZONI MIGLIORIOne World at a Time (ascolta), I’ve Choosen My Poison (ascolta), Let There Be Fire (ascolta)
CONCLUSIONIHic Sunt Leones è un album nella media, piacevole per buona parte, con cui però gli Highlord non sono andati oltre il semplice compitino.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
62
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Se vai indietro di qualche anno qui su Heavy Metal Heaven, puoi trovare un periodo di tempo in cui non facevo altro che parlare della rinascita power metal. Una rinascita che in effetti c’è stata: negli ultimi cinque o sei anni, sono venuti alla luce molti nuovi gruppi che hanno affrontato il genere in maniera ispirata, a volte persino innovativa.
Ciò però non significa che, di colpo, la scena del genere sia stata purificata dai suoi difetti: di dischi ancora nella media, ripieni dei soliti cliché, se ne pubblicano ancora fin troppi. Purtroppo, è questo il caso di Hic Sunt Leones: ottavo album degli Highlord, band torinese di lungo corso (nati negli anni novanta, hanno esordito con Heir of Power nel ’99), si rivela un album non all’altezza di una carriera così lunga. Colpa soprattutto di una forte mancanza di ispirazione, che si esplica in diversi difetti, a cominciare dal genere.
Hic Sunt Leones è animato da un power metal sui generis: gli Highlord prendono in parte dal classico suono moderno, in parte dalla scena nordica, in parte da qualcosa di più duro. In più, è presente qualche influsso sinfonico che dà più ricercatezza; dall’altra parte però ci sono anche rinforzi heavy a tratti, oltre ad altre venature sparse.

Si tratta di divagazioni carine: se non altro, portano la musica lontana da un genere che di base è ben poco originale. L’unica personalità vera su cui gli Highlord possono contare è la voce di Andrea Marchisio: con la sua bravura e l’impegno palpabile, tiene abbastanza a galla Hic Sunt Leones.
Il resto della band invece sembra realizzare il compitino: lo dimostra per esempio una scaletta molto omogenea, con costruzioni ritmiche che si assomigliano tutte tra loro, è difficile ricordare una canzone tra le altre, seppur prese a sé stanti molte siano almeno discrete. E anche a livello melodico il tutto non brilla: si limita a essere piacevole, ma non va oltre i soliti cliché del genere, in genera e risulta molto insipido.
Se ci mettiamo una registrazione non eccezionale e il fatto che anche le migliori tracce non brillano troppo, Hic Sunt Leones non poteva che essere anonimo. Se qualche bella zampata, qualche melodia buona e la giusta cura a livello formale consentono agli Highlord di raggiungere la sufficienza, i torinesi non vanno oltre. Dando l’idea, al contrario, che questo sia un disco realizzato “tanto per farlo”, senza una vera spinta d’ispirazione alle spalle.

Time for a Change non è niente di diverso dal classico intro power, dalle sonorità ricercate e sinfoniche. Si tratta di un piccolo affresco epicheggiante, ma con una certa malinconia che esce a tratti: in ogni caso, è tutto ben realizzato nel suo minuto e mezzo abbondante. Seppur il lato più evocativo non tornerà nel disco, si tratta di un buon preludio per quest’ultimo e anche per One World at a Time, che segue. E che sin dall’inizio sembra un compendio power metal fatto canzone: l’inizio ricorda molto il power metal più melodico, ma poi la traccia entra nel vivo in maniera più abrasiva.
Nonostante lievi orchestrazioni, le strofe sono più dure, con un riff roccioso e un filo di preoccupazione in campo. Il volto del brano però cambia coi ritornelli: ancora di vaga cupezza, hanno però un piglio più spensierato. La melodia cantata da Marchisio in coppia con l’ospite Linnéa Vikström è classica ma funzionale, e risulta catchy il giusto: rende questo uno dei momenti che più spiccano in Hic Sunt Leones.
Anche il dualismo con l’altra parte però funziona: un dualismo che per fortuna gli Highlord ripropongono anche al centro. A una prima parte pestata, con anche il growl del batterista Luca Pellegrino, si allinea così una sezione più melodiosa, col vorticoso, esplosivo assolo di Marco Malacarne. La sua aggressività torna anche in un finale però elegante grazie sempre alla tastiera, che guarda di nuovo all’inizio. Conclude a dovere un pezzo di ottima qualità, che apre col botto la scaletta vera e propria!

Be King or Be Killed mostra ora l’altra faccia della band torinese: sin dall’inizio, ha un vago retrogusto “già sentito” rispetto alla precedente. Ma niente di preoccupante: in fondo il riffage è abbastanza incisivo, col suo martellare che evoca di nuovo una buona oscurità. Funziona in maniera discreta sia nei momenti strumentali più espansi sia nella norma di base, che pure a tratti risulta un po’ anonima. Più carini sono invece i refrain: non esplodono moltissimo, ma il loro lato ansioso è ben supportato dalle tante tastiere, di cui il resto invece è più povero. Lo stesso non si può dire della frazione centrale, piuttosto anonima: un destino che anche il resto segue in parte. Il risultato è infatti discreto, ma niente di più.
Di sicuro, la successiva Let There Be Fire spicca di più in Hic Sunt Leones, se non altro a livello stilistico. Se in avvio è leggera, vorticosa, con la base data solo dall’udibile basso di Massimiliano Flak, presto il tutto devia su qualcosa di influsso speed e persino heavy metal, inedito per gli Highlord. È una componente presente soprattutto nelle strofe, moderne e potenti, ma con un tocco di melodia dato da Marchisio – che qui duella con l’ospite di lusso Apollo Papathanasio (Spiritual Beggars, ex-Firewind) – e da lievi orchestrazioni. Più orientate al power sono invece i bridge, leggeri e delicati: danno il là a ritornelli invece da puro heavy classico. Ricordano da lontano i primi Running Wild, con la loro essenza da strada, però spostata con l’urgenza del genere tipico del gruppo.
Completa il quadro un assolo tradizionale ma emozionante il giusto, diviso tra la tastiera di un’altra ospite come Elena Crolle (ex-Materdea) e la chitarra di Malacarne. È un altro elemento valido per un pezzo di buonissimo livello, neppure troppo lontano dal meglio del disco!

Se finora bene o male gli Highlord si sono difesi, da Hic Sunt Leones cominciano a emergere i veri problemi. Parliamo di una traccia lunga ma senza un perché, visto che la struttura non ha chissà quale complessità. Il che pesa molto soprattutto nella norma base: di tendenza potente, a tratti riesce a essere incisiva, per esempio nei tratti magici denotati ancora dalla tastiera. Altrove però il loro è un macinare sterile, che a lungo andare viene un po’ a noia.
Un po’ meglio sono i tratti più aperti, ma anche lì vanno fatti dei distinguo: se alcuni sono catchy ed espressivi grazie a Marchisio, sempre bravo nella sua prestazione, altri risultano nell’insipido. È il destino di quelli che probabilmente sono intesi per essere i bridge: banalissimi, per fortuna danno il là a chorus ottimi se presi a sé stanti. Sognanti, allegri, ricordano il power più spensierato: anche per questo, tuttavia, non si integrano bene in un pezzo di media più oscuro. E che in generale sembra ben poco ispirato: se di spunti validi ne sono presenti diversi, sono piazzati alla rinfusa, senza un vero criterio.
Il risultato ne risente molto: abbiamo un pezzo ascoltabile con piacere, ma senza andare oltre. Il che purtroppo la fa essere la perfetta rappresentazione del disco a cui dà il nome.

Wrong Side of Sanity inizia in una maniera che vorrebbe essere brillante. In parte ci riesce pure, la potenza è valida, ma poi gli Highlord virano sullo stesso macinare già sentito varie volte in Hic Sunt Leones. Con la doppia cassa di Pellegrino e il riff di Malacarne, è una base molto banale, ma il resto forse è anche peggio: i ritornelli per esempio sono la fiera del cliché power, e non esplodono affatto.
Insieme alla norma d’avvio – che per fortuna a tratti torna – solo la parte centrale tiene alta l’asticella. Espansa, con un tocco teatrale, si lascia ricordare il giusto, grazie alla sua carica ombrose e a un assolo discreto nel finale. Ma è troppo poco per dare qualcosa di più al pezzo, che arriva appena alla sufficienza. E risulta per questo addirittura sotto alla media di un disco come questo, che pure non è tanto meglio!
A questo punto, con Feathers to a Bird è arrivato il momento della classica ballata. Fin troppo classica: qui la band torinese riprende tutti gli stilemi del genere più tipici. Dalla voce profonda di Marchisio su una base di orchestrazioni e chitarre pulite ai ritornelli più potenti ma sempre sentiti, tutto rientra in quegli schemi.
Per fortuna, non lo fa in maniera troppo stantia: stavolta la profondità emotiva incide. Merito del buon livello di delicatezza raggiunto dalla band nelle strofe e del pathos evocato dai refrain: si uniscono bene, in qualcosa di valido già di suo. Contando poi che ci porta lontano dalla ridondanza del disco, il suo effetto è anche più forte. Il risultato è una buona ballad, niente di miracoloso che però ha il merito di essere godibile!

A questo punto, Warmight ricomincia il solito macinare degli Highlord. L’unica differenza col resto di Hic Sunt Leones è il ritmo, a tratti più contenuto, che lo avvicina quasi agli Eldritch, seppur solo a livello di potenza. Per qualità è invece lo stesso scenario anonimo, poco eccitante che abbiamo ascoltato finora.
Un po’ di aiuto arriva dai ritornelli, che pur essendo un gigantesco cliché risultano almeno piacevoli. Niente di che si rivela invece la fase centrale, molto piatta a eccezione di qualche vago spunto prog; né la norma di base né l’assolo però hanno qualcosa da dire. Come del resto il brano in sé: appena sufficiente, si rivela il punto più basso del disco insieme a The Wrong Side of Sanity.
Per fortuna, a questo punto la scaletta si risolleva con I’ve Chosen My Poison, briosa sin dall’attacco. Di nuovo con uno spirito heavy e quasi hard rock, dà il là a una canzone più orientata che mai verso il genere. Non manca però lo spirito veloce del power, ben presente in strofe, potenti e incalzanti. Con la loro energia ci portano verso bridge espansi, fascinosi con le loro chitarre melodiche, e poi verso i refrain. Riottosi, divertiti anche col loro vago lato emotivo, sono davvero catturanti grazie alla melodia vocale di Marchisio.
Ottimo anche il passaggio centrale, tra power e un finale armonizzato che ricorda gli Iron Maiden. È la ciliegina sulla torta di una canzone ottima, la migliore di Hic Sunt Leones con la opener. Il che però fa riflettere: se anche Let There Be Fire, sullo stesse genere, è tra i brani più in vista del disco, forse non sarebbe stato meglio per gli Highlord spostarsi su coordinate simili?

Once Were Immortal dà quasi l’illusione di essere una ballad col suo attacco, denotato dal pianoforte e dagli archi al di sotto. Poi però prende un po’ di potenza: alcuni secondi per entrare davvero in scena, e ci ritroviamo di nuovo in un vortice ritmico. Per fortuna, è un po’ più calmo ed espanso rispetto al passato, il che mitiga il senso di già sentito, pure presente.
Va tuttavia meglio coi ritornelli, melodici e sentiti: pur senza brillare troppo, svolgono il loro lavoro nella giusta maniera. Come del resto le altre componenti di una struttura abbastanza semplice, senza neppure un assolo vero e proprio. L’unica variazione è il finale soffice e carino: in fondo va anche bene così, per una traccia non eccezionale ma almeno discreta.
A questo punto, Hic Sunt Leones è agli sgoccioli: per l’occasione, gli Highlord scelgono Full Circle. Scelta come One World at a Time per i video di presentazione del disco, non raggiunge lo stesso livello ma per fortuna non si rivela neppure scadente. L’inizio quasi shred preannuncia un pezzo brillante, ma poi i torinesi ci portano su toni più mogi e intensi.
Il lato emotivo è già notevole nelle strofe, piuttosto potenti e sottotraccia. La vera escalation però arriva coi ritornelli: anche più melodici del resto, esprimono una grande tristezza, ben rappresentata da Marchisio e dalle tastiere. Niente male neppure la parte centrale, con un misterioso assolo di Crolle e quello invece esuberante di Malacarne. Sono il perfetto contraltare di un episodio buono, che chiude il disco forse anche meglio di quanto meriterebbe!

Per concludere, Hic Sunt Leones è un album quasi sempre piacevole, specie come ascolto a tempo perso. Anche per questo, se ti piace il power metal puoi farci un pensierino; fallo però con la consapevolezza che in generale è tutt’altro che imprescindibile. Come ho detto all’inizio, gli Highlord in questo caso si sono limitati al compitino, e il risultato non si discosta troppo dal mare magno della media del genere. Di sicuro, da una band con la carriera dei torinesi è lecito aspettarsi di più!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Time for a Change01:36
2One World at a Time04:08
3Be King or Be Killed04:34
4Let There Be Fire04:26
5Hic Sunt Leones06:19
6Wrong Side of Sanity04:42
7Feathers to a Bird04:37
8Warmight04:03
9I’ve Chosen My Poison03:27
10Once Were Immortal04:18
11Full Circle04:13
Durata totale: 46:23
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Andrea Marchisiovoce
Luca Pellegrinovoce e batteria
Marco Malacarnechitarra
Massimiliano Flakbasso
OSPITI
Elena Crolletastiera solista (tracce 5 e 11)
Linnéa Vikströmvoce (traccia 2)
Apollo Papathanasiovoce (traccia 4)
ETICHETTA/E:Massacre Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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