Verde Lauro – 6 Aprile (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONE6 Aprile (2020) è il secondo album del progetto italo-svizzero Verde Lauro.
GENEREUn genere più diretto (in maniera voluta) rispetto all’esordio Son Animali al Mondo (2015). Merito degli influssi heavy metal aggiunti alla base del gruppo, che rimane power/progressive metal sinfonico, stavolta con un tocco neoclassico in più rispetto al passato.
PUNTI DI FORZAUno stile che nonostante i cambiamenti rimane efficace, ma soprattutto ispirato. Lo dimostrano i tanti momenti drammatici creati da un’atmosfera sempre curata per essere espressiva, ben supportata da un lato musicale altrettanto valido. Il tutto supporta sempre bene i sonetti di Petrarca messi in musica dalla band, di nuovo la sua caratteristica più distintiva.
PUNTI DEBOLIQualche cliché di troppo, un po’ di omogeneità, una scaletta con meno hit rispetto all’esordio.
CANZONI MIGLIORIMovesi ‘l Vecchierel (ascolta), Mille Fiate (ascolta), Quando la Sera (ascolta)
CONCLUSIONIPur essendo meno sorprendente e valido di Son Animali al Mondo, 6 Aprile si rivela comunque un signor album. E conferma i Verde Lauro come un vero e proprio patrimonio, che i fan del metal e della grande letteratura apprezzeranno di certo!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
83
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6 aprile 1327: una data molto importante per la letteratura italiana. È stato il giorno in cui, durante un soggiorno ad Avignone, Francesco Petrarca incontrò la sua musa, Laura. Una musa a cui dedicherà buona parte del suo celebre Canzoniere, in amore però infelice, che non potrà mai coronare. La donna era una nobile sposata con un altro uomo; soprattutto, però, il grande poeta toscano le sopravvivrà quasi trent’anni. Laura morì infatti, secondo la leggenda (che sia vera o meno, in fondo poco importa) proprio nell’anniversario di quell’evento, il 6 aprile del 1348.
È questa la genesi del titolo di 6 Aprile, secondo album dei Verde Lauro. Di questa band, fondata dal musicista svizzero Fabrizio Sassi e completata da alcuni dei nomi di punta della scena nostrana, avevo già parlato in passato qui su Heavy Metal Heaven: l’esordio Son Animali al Mondo mi aveva davvero impressionato. Non solo per l’originalità di voler coniugare metal e i sonetti di Petrarca, ma anche per la maniera in cui lo faceva. Una maniera curatissima, che non si limitava a fare da sfondo alle poesia, ma ne riportava alla luce il lato emotivo. Per un risultato davvero valido, che all’epoca avevo apprezzato molto.

Per fortuna, si tratta di pregi che i Verde Lauro hanno riproposto anche in 6 Aprile. Ma con alcune differenze, soprattutto di carattere “filosofico”: stavolta l’intento esplicito dal gruppo era rendere la propria musica più diretta, per aumentare la sua capacità di catturare dal vivo. Un’operazione riuscita: questo comeback vive di musica con, per esempio, strutture meno arzigogolate per seguire i sonetti originali. I quali invece vengono “piegati” più che in passato, per creare dei veri e propri ritornelli.
La base però rimane la stesso: mescola la potenza del power, la ricercatezza data dalla componente sinfonica e l’espressività del progressive. C’è anche spazio per un tocco neoclassico, soprattutto negli assoli. Tuttavia, dall’altro lato i Verde Lauro hanno condito l’anima più diretta di 6 Aprile con forti sprazzi heavy. Rendono la loro musica più rude, potente, ma senza stonare col suo lato emotivo.
Proprio quest’ultimo è rimasto il centro assoluto degli italo-svizzeri: si sprigiona in una maniera unica, dolorosa, passionale come la poesia del Petrarca. All’interno dell’album, si possono trovare tantissimi momenti drammatici e atmosfere avvolgenti: merito anche di un lato musicale curatissimo, che cerca di supportare al meglio la poesia che gli fa da testo.
C’è da dire, purtroppo, che a tratti i Verde Lauro non ci riescono: 6 Aprile non mantiene sempre alto il livello. Al suo interno, si trova qualche cliché di troppo, e anche un po’ di omogeneità. Questi difetti sono all’origine di un disco con meno hit rispetto a Son Animali al Mondo, ma niente paura: la qualità media rimane comunque simile. E con tanti spunti della stessa classe, ne risulta comunque un lavoro interessante.

Le danze si aprono con 6 Aprile 1327, breve intro più che classico per un disco power, con dei semplici archi, lenti e malinconici, adatti a ciò che avvenne in quella data. Appena mezzo minuto, poi i Verde Lauro svoltano, di parecchio, con Benedetto Sia ‘l Giorno.
Sin dall’inizio, il gruppo stupisce con un riffage ben più duro e diretto rispetto a quanto mai sentito in Son Animali al Mondo, di chiaro influsso heavy metal. Ma presto si arricchisce: le tastiere nervose di Mauro Desideri, i cori che si intersecano tra loro, il carillon, danno al tutto un tono più aulico. Un tono però lontano, espanso: crea quasi un’aura di attesa prima dell’arrivo di ritornelli che colpiscono bene. Merito della melodia catchy e piuttosto profonda scelta da Sassi: risultano la buona coronazione del brano.
Degno di nota anche l’assolo neoclassico al centro, un bel sentire nella sua musicalità, prima di una trequarti vuota, riempita solo da cori ombrosi. Si tratta dell’unica variazione, insieme a un outro espansissimo, di una canzone non eccezionale ma di buon livello, che apre a dovere l’album.
È però un’altra storia con Movesi ‘l Vecchierel: parte quasi sereno (ricorda da lontanissimo l’avvio di Cowboys from Hell, seppur in chiave power) ma presto si contamina di malinconia. Quest’ultima domina nelle strofe, cavalcanti e non troppo in vista, pur avendo una bella potenza; poi però la tensione emotiva sale ancora, mentre il ritmo rallenta, fino ad arrivare ai chorus.
Drammatici, lancinanti grazie alle bellissime orchestrazioni, incidono però anche nella melodia vocale. A opera di Davide Dell’Orto (cantante dei Drakkar) in coppia con la misteriosa Laura, col tempo si fa sempre più piena e tragica, con l’aumento di cori e dell’intensità sinfonica, oltre che delle melodie incrociate. E il risultato è uno dei momenti più belli dell’intero album.
Anche il resto però non scherza: la norma di base supporta bene simili chorus. Non parliamo poi della frazione di trequarti, con una melodia di base all’inizio dolcissima, ma che poi assume una passionalità unica. Anch’essa corona una traccia eccelsa, il picco assoluto di 6 Aprile!

Or che ‘l Cielo e la Terra mostra il lato più progressivo dei Verde Lauro sin dall’inizio. Protagonista è il riff di Pier Gonella, non troppo storto ma convulso, attorcigliato, oltre che di influsso ancora neoclassico. Poi però la linea musicale si fa più diretta: le strofe si muovono su un power macinante e possente, almeno all’inizio. In seguito la base tende invece a trasformarsi: meno lineare, con più pause e più cambiamenti, tutte però sono coerenti col testo e col cantato abrasivo, quasi rabbioso stavolta.
La variazioni maggiore è però il ritornello: lascia da parte tutta la potenza del resto per toni dolci, mogi oltre che ricercati. Merito di sonorità quasi medioevali: non solo eleganti, ma sostengono bene la forte nostalgia.
Se tutto questo è ottimo, meno buona ho trovato la parte centrale. A tratti troppo esuberante, cozza un po’ col tono intenso del brano. Per fortuna, accade solo in alcuni frangenti: in altri l’infelicità che si respira è adeguata. Il risultato è forse il punto basso del disco, ma il livello si assesta comunque sulla bontà.
Anche Quando la Sera punta molto sulla potenza: il riff principale è abrasivo, con influssi heavy e persino thrash a tratti. Torna spesso nel pezzo, sia in questa maniera vorticosa, sia in una più spezzettata nelle strofe: all’inizio più spoglio e potente, con al massimo una melodia lontana di chitarra, col tempo si arricchisce. La rabbia evocata anche da Dell’Orto si mitiga perciò, stemperandosi in una bella intensità emotiva: sale pian piano, per poi esplodere coi ritornelli.
Complessi, lirici, non sono catchy nel senso classico, ma incidono molto bene. Merito soprattutto dell’interpretazione del cantante, davvero espressiva e ottima, con i suoi numerosi ghirigori, tutti ben piazzati. Un valore aggiunto, senza dubbio, che arricchisce l’intera canzone.
In pratica, è tutto qui: non c’è neppure un assolo vero e proprio, sostituito da alcuni momenti brevi al centro e nel finale. E in fondo non serve: parliamo di un episodio semplice ma significativo e di ottimo livello. Forse non spiccherà tra i migliori di 6 Aprile, ma non è neppure molto distante da quel livello!

A questo punto, con Tutto ‘l Dì Piango i Verde Lauro rallentano un po’ e si addolciscono. Lo si sente sin dall’attacco, intimista e lieve: dà il là a un pezzo melodico, che viaggia a metà tra gli Stratovarius e il progressive. È una norma semplice, non troppo densa, ma poi il lato più ricco della band italo-svizzera riemerge nei chorus. Stavolta sono semplici, ma il loro lirismo è notevole, il che li rende efficaci il giusto.
Da citare sono anche i passaggi strumentali: alcuni si muovono su un puro metal sinfonico e neoclassico, calmo come il resto, arricchendo di eleganza il tutto. Più graffiante risulta invece il passaggio centrale, molto shred: anch’esso però si integra nella maggior espansione del resto, nonostante la differenza.
Diverso è pure il finale: risorge da un momento lieve in cui i toni erano scesi, che sembrava l’outro, ed esplode con forza. È un’escalation vivida, romantica nella sua malinconica pienezza, che va avanti tra ritmi power da parte del drummer Federico De Zani, orchestrazioni e una bella prestazione vocale di un’ospite di lusso come Morby dei Domine, in accoppiata con gli altri due cantanti del gruppo. Il tutto per un finale particolare ma riuscito: è la ciliegina sulla torta di un episodio non eccellente ma di buonissimo livello!
Va però molto meglio con Con Lei Foss’Io, che si apre con melodie di chitarra, prima in solitaria e poi sospese sulla batteria e sul basso di Andrea Grumelli. Danno il là a un pezzo più heavy moderno che power: anche per questo, sin dall’inizio evoca una certa preoccupazione. Merito della voce di Laura e poi di Sassi che vi duetta: stavolta però questa situazione non dura. I ritornelli infatti si aprono come nel power metal più allegro: solari e liberatori, colpiscono con la loro leggera nostalgia, molto bella.
Quest’ultima regna anche nella fase centrale, un’accezione tuttavia più ombrosa: seppur sia delicata e leggiadra all’inizio, è intesa in un senso più negativo. Una nota di cupezza è presente anche nell’assolo centrale, peraltro molto ben fatto; entrambe le parti, comunque sia, si integrano bene in un pezzo semplice ma valido. Non sarà tra i migliori di 6 Aprile, ma anche qui i Verde Lauro sanno benissimo il fatto loro!

Già Fiammeggiava torna ancora verso il lato prog del gruppo. Lo si sente sin dall’esotico avvio, che poi si evolve in qualcosa di più potente ma in qualche modo espanso. È un tocco che rimane ben presente anche nelle strofe, più potenti e anche spezzettate: persino i momenti che hanno vortici melodiosi di chitarre non hanno fretta.
Un po’ di urgenza torna solo nei refrain: più power, risultano melodiosi e intensi, come da norma del disco finora, e a tratti tendono di nuovo ad aprirsi. Non hanno una melodia esplosiva, ma la carica è quella giusta, specie quando è Laura a cantare. E il risultato incide sia nei momenti più espansi che in quelli più pestati.
Anche la struttura in sé tende a essere un po’ rilassata e a variare in maniera non sempre prevedibile. Ciò fa sì che, a tratti, il tutto si perda; per fortuna, però, non accade spesso. Anche così, parliamo di una traccia piuttosto buona: non spiccherà molto nel disco, ma neppure sfigura.
È però un’altra storia con Mille Fiate: parte dal pianoforte di Desideri, progressive puro che poi, quando si unisce alla parte metal, ricorda tanto i Dream Theater. Ma il pezzo ha anche un lato più rude: le strofe sono spigolose, col riff melodico ma tagliente sotto alla voce di Morby, piuttosto graffiante.
Si tratta di una norma creata appositamente per fare da contrasto ai ritornelli, invece soavi e di intensità spaventosa. Con le melodie delicate e il pathos immane che vi si respira, sono da veri brividi, uno dei momenti più alti dell’intero 6 Aprile.
Anche il resto tuttavia non scherza, fase centrale compresa: al suo interno, i Verde Lauro riabbracciano il loro lato heavy. Senza però che il tutto perda nulla in drammaticità, anzi esaltata dai toni rudi del riffage. Si tratta del giusto coronamento per una traccia eccellente, il picco del disco dopo Movesi ‘l Vecchierel!

Del Mar Tirreno comincia frenetica, power di influsso heavy con un’ottima potenza, giusto di poco arricchita di pathos dalle orchestrazioni. Ma c’è spazio, sin da subito, per momenti più riflessivi e ricercati: un’anima che poi in seguito prende il sopravvento. Appartengono ad essa sia gli stacchi strumentali, dominati dalla chitarra solista, sia soprattutto i ritornelli. Più spogli del resto, hanno però di nuovo un bel pathos, dato da una melodia ancora una volta azzeccata. Ancor più lo è, peraltro, la sezione finale: divisa tra due brevi, classici assoli e soprattutto un bellissimo tratto di folk medioevale tra di essi, incide molto bene. Come anche la chiusura, che unisce le due anime.
Il risultato di tutto ciò è di alto livello. Forse non sarà il migliore in assoluto del disco, ma si rivela il suo ennesimo episodio solido e bellissimo. Stesso destino, peraltro, di È Questo ‘l Nido, che ancora una volta mostra il lato heavy, quasi classico, del gruppo.
È una presenza nelle chitarre di Gonella e dell’ospite Marcello Zappatore, a tratti di gusto vintage. Aiuta in ciò a tratti persino l’organo, seppur di solito la musica tenda a lidi più moderni e power. Il tutto inserito in una progressione che si oscura anche a livello musicale, attraverso bridge eterei e tristi per poi esplodere nei ritornelli: non ispiratissimi, sanno evocare comunque un buon dolore.
Seppur tenda a variare su queste coordinate, in fondo la struttura non è troppo arzigogolata. Il momento più complesso è al centro, in cui i Verde Lauro mostrano di nuovo il loro lato progressive a tratti. Altri però sono più lineari, e ricordano la loro anima heavy. In ogni caso, il tutto è congegnato a dovere. Aiuta un pezzo che anche per questo si rivela valido: non è tra i più in vista del disco, ma fa la sua buona figura!
A questo punto, siamo alla fine: c’è rimasto spazio solo per un outro, 6 Aprile 1348, più espanso rispetto al preludio con un nome simile. E soprattutto, con un atmosfera che ricorda la triste ricorrenza di quella data.
In avvio è presente solo una lenta chitarra triste, quasi un requiem, ma poi il tutto svolta. Tra orchestrazioni e cori drammatici, è un finale di depressione cosmica, adatto alla situazione. E che, anche per questo, porta a termine un disco emozionante nella migliore dei modi.

Insomma, pur essendo meno sorprendente di Son Animali al Mondo, e anche meno valido, 6 Aprile rimane un ritorno degnissimo. Ancora molto ispirato, e con diversi pezzi da urlo, continua a unire nella giusta maniera il metal e l’alta letteratura del nostro paese.
In generale i Verde Lauro rimangono un vero patrimonio: di sicuro, riescono a mostrare molto meglio della maggior parte degli insegnanti nostrani l’anima intensa di un poeta come Francesco Petrarca. Di sicuro, lo rendono più accessibile di come si fa a scuola, imposto dall’alto tanto da finire con facilità per essere odiato.
Anche questo, oltre alla qualità della sua musica, è un buon motivo per scoprire il progetto di Fabrizio Sassi. Se oltre al nostro genere preferito ami anche la poesia, o anche solo se vuoi riscoprire la grande letteratura del nostro passato, fiondati sul suo gruppo senza pensarci due volte!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
16 Aprile 132700:33
2Benedetto Sia ‘l Giorno04:14
3Movesi il Vecchierel04:23
4Or che ‘l Ciel et la Terra04:07
5Quando la sera04:14
6Tutto ‘l Dì Piango05:19
7Con Lei Foss’ Io04:40
8Già Fiammeggiava05:31
9Mille Fiate04:51
10Del Mar Tirreno04:37
11È Questo ‘l Nido04:25
126 Aprile 134802:05
Durata totale: 49:09
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Fabrizio Sassivoce
Davide Dell’Ortovoce
Pier Gonellachitarra
Francesco Marraschitarra
Mauro Desideritastiere
Andrea Grumellibasso
Federico “Chicco” De Zanibatteria
OSPITI
Lauravoce
Morbyvoce (tracce 6 e 9)
Marcello Zappatorechitarra (tracce  7 e 11)
Nadia Casalevoce (traccia 10)
ETICHETTA/E:Elevate Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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