Infernal Poetry – Paraphiliac (2013)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEParaphiliac (2013) è il quarto album degli anconetani Infernal Poetry.
GENEREUn mix di death metal e deathcore meno schizofrenico e asfissiante del precedente Nervous System Failure (2009), ma che rimane sempre nervoso. Diventa però di respiro più ampio, col lato tecnico del gruppo che varca il confine col progressive.
PUNTI DI FORZAUno stile personale e ancora di gran impatto, ben sostenuto da una registrazione molto tagliente e da una varietà interna lodevole. Ottime anche le atmosfere perverse che il gruppo sa evocare, uno dei suoi punti di forza: contribuiscono a una scaletta di qualità media altissima.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un filo ondivaga, ma non è un gran difetto.
CANZONI MIGLIORIIn Glorious Orgy (ascolta), Everything Means “I” (ascolta), Hypertrophic Jellyfish (ascolta), Cartilages (ascolta)
CONCLUSIONIParaphiliac non sarà una bomba come il precedente degli Infernal Poetry, ma non vola troppo lontano. Si tratta di un album notevole: chi ama il death metal più schizofrenico non potrà che amarlo.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
92
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Parafilia: termine psichiatrico che descrive quell’insieme di comportamenti psico-sessuali “disturbati” in cui il piacere non è derivato dalla comune attrazione tra persone. E che può portare, in molti casi specifici, a situazioni umilianti o persino dannose per chi ne è vittima. È questa l’origine del titolo di Paraphiliac, quarto album degli Infernal Poetry: un titolo, peraltro, molto azzeccato per il contenuto.
Sono passati ormai tanti anni da quando mi era capitato di occuparmi su Heavy Metal Heaven di questa band proveniente dal capoluogo della mia stessa provincia. Per la precisione, era l’ormai lontano 2013 quando esprimevo tutto il mio apprezzamento per il predecessore Nervous System Failure. Con la sua asfissiante schizofrenia, mi aveva conquistato, tanto che, alla fine, mi auguravo che l’allora appena uscito Paraphiliac potesse essere allo stesso livello. Gli Infernal Poetry hanno mantenuto le mie aspettative?

Devo dire di no, ma senza alcun “purtroppo” vicino. Anche questo quarto – e ultimo, visto lo scioglimento avvenuto nel 2014 – loro album possiede tutte le qualità che hanno reso la band marchigiana eccelsa (e sottovalutatissima, per quanto mi riguarda). A partire dallo stile, pure un po’ diverso rispetto al precedente.
Se da un lato gli Infernal Poetry partono dallo stesso mix di death metal dall’alta caratura strumentale e deathcore, dall’altro Paraphiliac va oltre. Con molta più varietà e un lato tecnico più al servizio della musica che in passato, qui gli anconetani varcano il confine col progressive. Ma senza abbracciarne la ricercatezza: la ferocia che la band ha sempre mostrato si sprigiona sempre alla grande.
Sostenuta anche da una registrazione validissima, tagliente al punto giusto per valorizzarne i riff, la musica degli Infernal Poetry ha ancora un impatto grandioso. Si accoppia però anche con dell’altro: Paraphiliac sa anche essere oscuro a tratti, o persino melodico. E, di certo, sa come suonare perverso: in linea col concept che unisce più o meno tutte le canzoni, anche le atmosfere sono parecchio malate.
Certo, manca la totale frenesia distruttiva che avevo tanto apprezzato in Nervous System Failure. Ma in fondo non pesa granché sull’album: anche la maggiore ariosità che gli Infernal Poetry hanno assunto qui funziona. Piuttosto, la vera pecca di Paraphiliac è la sua scaletta, un filo ondivaga e con qualche pezzo meno bello. Ma tutti gli altri sono ispirati al massimo, e la qualità media è altissima: anche per questo, parliamo di un disco che pur non raggiungendolo non sfigura affatto nei confronti del predecessore!

Intro di rito, Preliminaries inizia cupo, con suoni all’inizio molto lievi. E anche quando entra nel vivo, non è che la situazione cambi moltissimo: tra echi di note, una base ambient e suoni cupi, si crea un’atmosfera sottile. Che prosegue fin quando, Stumps non arriva in scena.
Ci mette un po’ di tempo ad andare al sodo, con la sua norma martellante che sorge dall’abisso, ma alla fine l’urlo di Paolo Ojetti (preceduto da uno femminile) dà il via alla tempesta. Per qualche secondo, ci ritroviamo così in un assalto frontale, pestatissimo, ma non dura molto: di norma il pezzo è più disteso. Almeno a livello ritmico.
Sì, perché anche nei momenti più aperti, le dissonanze delle chitarre di Daniele Galassi e Christian Morbidoni creano un panorama angosciante, allucinato. Una situazione che non migliora nei momenti più esplosivi con cui essi si alternano. Potentissimi, hanno un senso davvero sinistro, di grande aggressività, data dal cantante e dal riffage alle sue spalle, di chiaro influsso groove oltre che deathcore.
Un po’ la cappa sia apre giusto nella parte finale. Dopo un momento arcigno, che ricorda quasi le atmosfere del brutal, c’è spazio anche per un breve momento per rifiatare, aperto e riflessivo. Ha un che di ombroso, ma è adatto per riposarsi le orecchie prima della nuova escalation che gli Infernal Poetry hanno preparato. Nonché per concludere un ottimo episodio, adeguata apertura per un album come Paraphiliac.
La successiva In Glorious Orgy attacca subito col suo tipico incedere ritmico, spezzettato e graffiante. Guidato dal drummer Alessandro Vagnoni, zigzaga tra momenti più diretti e altri invece contorti, progressivi lungo tutta la canzone.
Appartiene alla prima categoria la norma centrale: parte da strofe non pesantissime ma vertiginose, circolari nel loro vorticare, già incisivo all’estremo. La stessa anima poi si accentua nei bridge, più pestati e deathcore, ma anche piene di melodie sinistre che ne potenziano l’effetto. Entrano dritte in ritornelli invece rabbiosi, che distruggono l’anima più contenuta del resto e colpiscono con la forza di un treno in corsa.
Altri momenti, in special modo quelli strumentali, sono più complessi. O in alternativa svariano del tutto, come nella fase centrale, un’evoluzione che parte da toni calmi per poi svilupparsi in qualcosa di persino ricercato e malinconico. Ma poi la voce di Ojetti ci riporta in ambiti dolorosi, seppur angosciati. È il raccordo con la parte centrale, che poi porta a conclusione un pezzo eccellente, uno dei picchi assoluti di Paraphiliac.

Con Hypertrophic Jellyfish, gli Infernal Poetry lasciano da parte i toni più rilassati della precedente. Sin dall’agitato avvio, il nervosismo ricorda quello di Nervous System Failure, e col tempo questa caratteristica si accentua. La si sente bene già nelle strofe, tempestose ma che hanno ancora il freno tirato. La frenesia sale poi nel loro sviluppo, tra momenti più ritmati, musicali e altri invece vorticosi, tanto che quasi stordiscono. Entrambi funzionano alla grande, con la schizofrenia strisciante che li pervade; lo stesso si può dire però dei momenti più espansi.
All’inizio molto rari e ancora ritmati, già mostrano bene la loro faccia: di influsso deathcore, è la ferocia a dominarli, quasi a rappresentare un animo sfibrato da tanta tensione. È una natura che poi viene sviluppata bene sulla trequarti, con un lungo momento martellante, di gran cattiveria. Non dura molto, prima di essere vinto per stanchezza da una lunga coda cupa ma espansa, con le chitarre espanse a eseguire melodie desolate. Si tratta del giusto finale per un brano ancora grandioso, non troppo lontano dal meglio del disco!
Everything Means “I” attacca subito cupa, con un riffage oscuro e malato da parte di Galassi e Morbidoni. Ma poi assume un’anima più aggressiva: almeno, è quanto evoca la base. Riletta sia dai tratti strumentali che dalle strofe, ha un andamento ondeggiante, a volte molto progressivo; altrove invece è solo osceno (in senso buono, ovvio). Succede in particolare nelle strofe, grasse e dirette; all’altra anima appartengono invece i chorus. Urlati da Ojetti con rabbia estrema, nonostante il ritmo spezzettato hanno un impatto eccellente.
C’è però spazio anche per momenti che tornano all’oscurità iniziale a tratti: di norma sono sottotraccia, come all’inizio. A tratti però il concetto si espande, assumendo influssi dall’altra anima del pezzo, riletti in chiave eterea. In ogni caso, sono tutti passaggi che fanno respirare la traccia nella giusta maniera.
Ottimo, in tal proposito, anche la sezione di centro, che parte da uno di questi momenti e poi comincia a salire sempre di più in fatto di ansia e nervosismo, fino a ricollegarsi col resto. Un altro elemento di valore per un episodio grandioso, il picco di Paraphiliac con In Glorious Orgy!

Barf Together comincia subito all’assalto, con un vortice ritmico notevole che poi si trasforma in uno solistico. Un avvio stordente che mostra subito l’anima stessa degli Infernal Poetry qui, di nuovo votata al più puro nervosismo.
È una componente presente ovunque: i momenti pestatissimi e di velocità ipersonica con Ojetti che urla a morte sono indicativi. Ma anche nelle strofe, più leggere e col basso di Alessandro Infusini in bella vista non si respira più di tanto, visti i continui interventi delle chitarre pesanti e le dissonanze che vi prendono parte. Il tutto a formare qualcosa di malato, frenesia estrema che crea un altissimo livello di ansia.
Purtroppo, a tratti la band lo smorza troppo, per passaggi un po’ troppo lenti che cozzano quasi col dinamismo del resto. Un difetto a cui in parte si sottomettono anche i ritornelli: anche se hanno al loro interno veloci ghirigori, sono più aperti del resto. Non aiuta poi il fatto che manchino di quel tocco di carisma necessario a simili elementi: ciò li rende incisivi ma non quanto il resto.
Buona è invece la parte centrale, lenta e malinconica: con le melodie di Galassi e Morbidoni, sembra adatta nell’economia della canzone. Purtroppo però non basta a risollevare del tutto la situazione: anche così abbiamo il pezzo meno bello dell’intero Paraphiliac. Fa un po’ strano che gli Infernal Poetry l’abbiano scelta per girare il video promozionale del disco, anche se è vero che il suo livello in fondo è buono. È solo nel confronto col resto della scaletta che perde!

Per fortuna, a questo punto l’album si ritira su bene con Cartilages. Un intro ancora gestito da Infusini a generare subito una sensazione scomoda, poi tutto deflagra accentuando di molto questo senso. È ben presente nella falsariga di base, angosciosa col florilegio di suoni dissonanti che incidono anche senza la presenza di troppo potenza.
Più o meno sulla stessa linea si muovono anche i molti stacchi di cui questa norma è punteggiata, condendola però con più aggressività: ne è un buon esempio quello considerabile il ritornello. Forse anche meno potente, si mostra però oscuro al massimo e rabbioso, grazie al cantato di Ojetti. Ancor più incisiva è poi la frazione centrale, che invece si potenzia molto. All’inizio pestatissima, col tempo tende però ad assumere melodie, che le danno ancora una volta un tocco di calore.
Quest’ultimo poi si sviluppa a pieno nel lungo finale, un florilegio creato da Galassi e Morbidoni senza più alcun accenno di frenesia. Sì potente e urlato, è però anche sentito, con un pathos inedito per gli Infernal Poetry, penetrante e di alto livello. È la ciliegina sulla torta di un pezzo davvero bello: non sarà tra i migliori in Paraphiliac, ma si colloca poco distante da quel livello!
La seguente The Copy/Paste Syndrome si muove su terreni quasi semplici stavolta. Entra subito nel vivo con la sua strofa, death metal moderno arcigno e potente, di vago influsso addirittura thrash. Poi però la linea musicale vira verso refrain semplici, con un riffage quasi evocativo, seppur cinismo e svolazzi tecnici siano quelli tipici del gruppo marchigiano. Come anche la cattiveria che si respira, possente in quasi tutto il brano
L’unica eccezione a ciò, e anche all’essenzialità della struttura, è la contorta fase centrale. Ondeggia tra momenti sottotraccia ma angoscianti e altri un pelo più estroversi ma melodici nel puro stile della band, per poi concludersi in uno sfogo ossessivo, di ferocia assoluta. Si rivela un altro elemento ben riuscito di una traccia solidissima: non sarà tra i picchi del disco, ma al suo interno fa la sua porca figura!

A questo punto, con The Miss-Treated gli Infernal Poetry donano a Paraphiliac – e all’ascoltatore – una pausa prima della fine. Almeno, dal martellare della loro cattiveria: dall’altro lato l’atmosfera perversa che domina l’album qui addirittura si accentua. Su uno sfondo che alterna momenti espansi, dissonanti e altri più potenti ma senza troppa cattiveria, il comparto vocale è rappresentato da una selezione di vocalizzi presi da vari porno (per esplicita ammissione del gruppo, nel libretto del disco).
Il risultato è abbastanza spiazzante, ma in una maniera godibilissima. E se di suo la parte musicale poteva essere sviluppata meglio, mentre così non è troppo significativa, in fondo non importa. Anche così abbiamo un interludio suggestivo, ottimo, più che degno di un album così.
Il finale è quindi affidato a Paraphilias, quasi omonima title-track che attacca subito terremotante, quasi su coordinate brutal death metal per violenza – e anche per il grunt di Ojetti. È l’inizio di una corsa estenuante, a tratti anche per la band anconetana: c’è spazio anche per momenti più leggeri e dilatati, con gemiti di fatica – o forse di piacere. Di solito, dividono strofe convulse, un maelstrom di note, da ritornelli che ne riprendono il riffage a ondate per potenziarlo, grazie alla voce molto rabbiosa.
All’inizio, il pezzo si muove tutto su questa linea, senza grandi variazioni. Poi però la musica devia all’improvviso verso una sezione centrale più tortuosa, uno dei momenti che lo è di più in Paraphiliac. Momenti nevrotici alla maniera degli Infernal Poetry e ritorni dell’inizio convivono con tratti definibili persino atmosferici. Tra fraseggi dissonanti, a tratti mogi e a volte addirittura accostabili all’acidità del black metal, è un’impostazione che i marchigiani uniscono bene all’altra. E che, col tempo, prende il sopravvento.
Dopo un’altra sfuriata come quella iniziale, la canzone si perde in una lunga coda melodica, tetra, inquietante grazie anche a echi di urla, finché il silenzio non torna sovrano. È il gran finale di una traccia eccellente, non tra il meglio del disco che chiude ma neppure troppo lontana da quel livello. Nonché un finale adatto al contesto!

Per concludere, se Paraphiliac non è una bomba come Nervous System Failure, non vola neppure troppo lontano. Parliamo di un album davvero notevole, un capolavoro che chi ama il death metal o anche soltanto il nervosismo e la perversione in musica non potrà che amare.
È anche per questo lo scioglimento degli Infernal Poetry fa ancora più male. Di sicuro erano una band tanto sopravvalutata quanto valida, un orgoglio tutto nostrano che sarebbe stato bello conservare ancora a lungo. Magari con tanti album che, anche avessero posseduto la metà dell’ispirazione mostrata qui, sarebbero stati comunque dei lavori ben al di sopra della media!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Preliminaries01:09
2Stumps03:20
3In Glorious Orgy04:07
4Hypertrophic Jellyfish04:27
5Everything Means “I”03:54
6Barf Together04:22
7Cartilages03:49
8The Copy/Paste Syndrome03:44
9The Miss-Treated03:00
10Paraphilias04:30
Durata totale: 36:22
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Paolo Ojettivoce
Daniele Galassichitarra
Christian Morbidonichitarra
Alessandro Infusinibasso
Alessando Vagnonibatteria
ETICHETTA/E:Bakerteam Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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