Delirant Chaotic Sound – Thálassa (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThálassa (2020) è il primo full-length dei lombardi Delirant Chaotic Sound.
GENEREMeno pieno di componenti rispetto al precedente EP The Ride of Thanatos (2016), rimane però sfaccettato. Unisce elementi groove metal, spunti death, una forte componente metalcore e una tendenza molto più sviluppata che in passato verso il progressive metal estremo.
PUNTI DI FORZAUno stile ancora personale, ben supportato dalla giusta bravura nel songwriting e nella loro fantasia, oltre che da doti tecniche elevate e da una buona registrazione. Il tutto è all’origine di una scaletta di livello medio elevato e con qualche perla.
PUNTI DEBOLILa musica del gruppo lombardo ha perso un po’ l’esuberanza dell’EP precedente. In più, non tutto all’interno del disco è memorabile, anche a causa di un filo di omogeneità presente nella scaletta.
CANZONI MIGLIORIAnnihilation (ascolta), Thálassa (ascolta), Empty Shell (ascolta), Washed Ashore (ascolta)
CONCLUSIONIPur essendo un po’ inferiore a The Ride of Thanatos, Thálassa rimane un lavoro interessante, solido e di ottima qualità. Forse i Delirant Choatic Sound devono ancora trovare la quadratura nella nuova strada intrapresa, ma questa prima prova dimostra le loro grandi capacità!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
84
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Mi era già capitato, in passato, di occuparmi dei Delirant Chaotic Sound. Di questa band nata tra Milano e Monza nel 2010, sei anni più tardi avevo avuto il privilegio di recensire The Ride of Thanatos. E non è solo un modo di dire: ricordo ancora con piacere quell’ottimo EP, così ricco di sonorità e di spunti vincenti da arrivare quasi alla perfezione.
È questo il motivo per cui, quando mi è stata data la possibilità, qualche mese fa, non ci ho pensato un momento di più ad accettare di recensire Thálassa. Primo full-length dei Delirant Chaotic Sound, mi aspettavo che potesse essere “delirante” e “caotico” viste le premesse dell’EP. Mi aspettavo in particolare che riuscisse a spiazzarmi, magari con uno mare di influssi ancora più vasto – visto anche il titolo, un termine greco che indica il mare e che sembra denotare anche una specie di concept (oltre a essere adatto, col senno di poi, per descrivere bene il lavoro). Lo ha fatto? Sì. Ma non nella maniera che mi aspettavo.
Soprattutto, a colpirmi è stata la scelta di intraprendere una svolta stilistica forse non radicale ma notevole. In Thálassa, molti dei generi presenti in The Ride of Thanatos sono stati abbandonati: ne rimane al massimo qualche venatura. Si lasciano alle spalle uno stile semplificato, pur rimanendo sfaccettato: di base, i Delirant Chaotic Sound uniscono elementi groove metal, spunti death e una componente metalcore. Proprio quest’ultima si è sviluppata molto: a tratti orientata al djent, ha preso il sopravvento sulla band. Ma la vera rivoluzione dei lombardi è la nuova, forte tendenza verso il progressive. Si riverbera non solo nel lato tecnico, che i Delirant Chaotic Sound hanno migliorato molto rispetto all’EP, ma anche nelle atmosfere e nella varietà di Thálassa, a livello generale come nei singoli brani.

Nel complesso, si tratta di uno stile ancora personale, ma che ha perso in parte l’esuberanza e l’originalità di The Ride of Thanatos. Colpa anche del fatto che, in molte sue suggestioni, i Delirant Chaotic Sound si sono adeguati ai canoni del metal moderno. Il che rappresenta il difetto principale di Thálassa, insieme a una minore memorabilità: non tutte le canzoni al suo interno si lasciano ricordare. Forse in questo contribuisce anche un filo di omogeneità: riff e melodie a tratti si assomigliano tra loro lungo il disco.
Per fortuna, però, al di là di queste pecche i lombardi hanno ancora molto da dare: per esempio, non hanno perso la loro bravura nel songwriting e la loro fantasia. Sono fattori che si evidenziano in una scaletta con qualche basso ma anche diversi alti. Una scaletta che peraltro beneficia di un’ottima cura a livello formale. Come già detto i Delirant Chaotic Sound sono migliorati tantissimo come strumentisti, e non solo. Anche la registrazione di Thálassa, pulita e professionale, è molto migliore di quella grezza di The Ride of Thanatos.
Insomma, nonostante la svolta stilistica parliamo di un album con parecchia carne al fuoco. E in cui i lombardi mostrano ancora molte delle qualità dell’EP precedente. Forse questa nuova formula che hanno scelto va raffinata meglio. Ciò non toglie che questo primo passo nella sua direzione è già convincente!

Embrace This Relief inizia subito sinistra, con suoni di risacca e di vento, da cui poi emerge un arpeggio. Anch’esso minaccioso, anticipa il riff che esplode poi: acido, graffiante, insieme allo scream che ci arriva sopra dà la chiara illusione di trovarci in un pezzo addirittura black metal classico. Illusione che poi però si spezza quando la musica devia verso coordinate più aperte: su una base metalcore (ma non scevra di influssi dalla norma precedente), è allora la nuova Alice Grupallo a cantare, con voce pulita e malinconica.
Le due anime si alternano un paio di volte, ma in seguito la seconda si sviluppa in un breve sfogo, metal moderno oscuro e rumoroso. Tuttavia, anch’esso si spegne in una bella frazione centrale, lunga e riflessiva. La cantante donna del gruppo è (come accadrà spesso nel disco) la protagonista con bei vocalizzi su una base calma, a metà tra prog rock ed echi addirittura “post”. Molto delicata, evoca una bella malinconia: una sensazione che sale e sale, fino a che non esplode in un assolo, lento e malinconico.
È però la chiave per riaccendere il metal: nel giro di poco, il tutto torna a martellare con forza, per un finale tra metalcore e death, all’insegna di cattiveria e dissonanze. Non manca però la melodia, data ancora da Grupallo: dà un bel tocco a un finale valido. Conclude a dovere un pezzo che lo è altrettanto: non si rivelerà tra i picchi di Thálassa, ma come apertura va benissimo!

Empty Shell ha un avvio delicato, pieno di effetti, con ancora un vago sapore post-rock. Ma la sua strada è un’altra: lo dimostra dopo una breve crescita, quando il suo riffage si porta su coordinate rocciose, per poi rimanerci. All’inizio si muove in ambito melodeath, ma poi la base sopra cui i due cantanti dei Delirant Chaotic Sound si intrecciano diviene più movimentata. È un gorgo quasi disorientante: nei vortici di chitarre di Stefano D’Ambra e Daniel Tanzer convivono progressive, death, metalcore e tanto altro, per un effetto di gran impatto. Anche visto il fatto che non si ripete troppo a lungo.
Diverse volte, infatti, il panorama si apre di più. All’inizio è uno spazio vuoto, su cui si staglia il growl di Marco Boccotti, ma solo per un momento. Lo stesso si può dire del passaggio etereo, nostalgico posto al centro, o di quello nel finale, sognante e crepuscolare: entrambe arricchiscono a dovere il pezzo.
Altrove però le ritmiche sono più concentrate, come nei ritornelli, che pure si rivelano malinconici. Merito della frontwoman dei lombardi, che dà il pathos a una base invece dura, con un tocco di gusto persino gothic: una sensazione aumentata dal duetto con l’altro cantante, in qualcosa che ricorda il “beauty and the beast). È un buon apice per una canzone in fondo semplice, specie per gli standard del disco, ma in fondo non importa. Anche così si rivela ottima, a poca distanza dai picchi di Thálassa!

Ropes I Hold comincia in maniera espansa, dando l’idea di essere tutta su queste coordinate. Ma poi i Delirant Chaotic Sound virano su lidi ben più frenetici: una breve introduzione, e ci ritroviamo in una rapida fuga, in cui dal riffage emergono i giochi tecnici del basso di Federico Medana. Da un certo punto di vista, è un bel sentire, ma dall’altro manca un po’ di musicalità: non è molto al servizio della traccia, purtroppo. Ne deriva infatti un macinare che evoca poco, specie a livello di atmosfera.
Molto meglio va invece quando lo stesso bassista pratica i suoi slap nei bridge, più lenti e metalcore, oltre che rabbiosi. Sono l’introduzione a refrain anche migliori: aperti, melodiosi, tornano di nuovo a un sentore gothic. Specie per la disperazione nella voce di Grupallo.
Stavolta inoltre la struttura è lineare all’estremo: oltre a queste due parti, c’è solo un passaggio centrale circolare, quasi neppure un assolo, seguito da un rallentamento che ricorda vagamente un breakdown. La stessa intenzione viene ripresa anche nel breve, truce finale. Chiude a dovere una traccia a due velocità, ma che tutto sommato si rivela discreta. Pur risultando, in questo modo, il punto più basso del disco.

A questo punto, i Delirant Chaotic Sound fanno meglio con Steal My Sight Away: considerabile come la ballad di Thálassa, prende vita in maniera molto dolce. Ma di sicuro non è il classico lento: se ne abbraccia alcuni elementi, altri sono nel puro trademark del gruppo. Come per esempio il growl di Boccotti che a tratti accompagna la voce di Grupallo, anche quando la base è costituita dalla lieve chitarra pulita. L’effetto però è tutt’altro che sgradevole: crea anzi un bel contrasto, ben evidenziato in un ambiente così.
Ottime in queste fasi anche i tanti abbellimenti, di chitarra ma non solo. Il momento più intenso sono però i ritornelli: come da norma delle ballate, aumentano con forza di voltaggio, ma senza strappare. Con la bella melodia della cantante donna dei lombardi, loro interno si respira un pathos lancinante, davvero bello.
Ottima anche la parte centrale, che ne rilegge la norma in qualcosa di bello grintoso. Ma dopo un po’, la linea musicale svolta in qualcosa di ben più calmo, intimista, con ancora il basso di Medana a cui poi si accodano di nuovo la cantante e lievi chitarre di nuovo di gusto post-rock. È un altro elemento valido per una canzone che non farà gridare al capolavoro, ma risulta valida e godibilissima!

Una breve rullata di Davide Silva, poi Annihilation comincia martellante, con un riff da qualche parte tra i Machine Head e il metalcore. È un’anima che poi non sparisce: la canzone infatti rimane pesante, grassa, divisa tra passaggi rabbiosi, pestati e momenti in mid tempo sempre rocciosi.
Alla prima norma appartengono la falsariga di base, a cui pure piace cambiare: a tratti più rapida, altrove invece risulta rallentata e sinistra. La seconda, invece, oltre che in chiave strumentale si presenta anche nei bridge, che però hanno un tocco di delicatezza grazie a Grupallo. Che rimane protagonista anche nei chorus: sanno un filo di già sentito, ma per il resto sono di gran impatto, con la tristezza che ne trasuda.
Inoltre, come da loro norma Delirant Chaotic Sound tendono a variare, in misura anche maggiore rispetto a quanto sentito finora in Thálassa. Ne è una prova la lunga fase di trequarti, quasi caotica col ritorno di influssi persino black all’inizio, per poi spezzarsi in una coda ancora una volta di retrogusto post-rock. Onirica come il miglior dream pop coi suoi echi, va avanti a lungo, molto malinconica. E sempre piacevole: risulta perciò un’ottima chiusura per un episodio eccelso da annoverare tra i picchi assoluti del disco!

Washed Ashore parte con dissonanze da metal moderno, ma poi la band monzese vira verso toni che lo sono meno. Nel riff di base di D’Ambra e Tanzer sono infatti presenti echi dal groove classico e persino dal thrash: un genere che rende il tutto più graffiante. Ne sono una prova le parti iniziali delle strofe, graffianti nella giusta maniera.
Tutto cambia però nell’evoluzione del pezzo, che rimbalza di nuovo verso il lato moderno. Buona parte del suo sviluppo ha una linea guida nel metalcore, sia nei momenti più dinamici che quelli più lenti. Sono breakdown con persino un retrogusto deathcore nei toni bassi del riff e nel growl di Boccotti, ma svolgono bene il loro compito: dare un ombra oscura prima di ritornelli che sfogano la tensione. Liberatori, si pongono semplici ma d’impatto, grazie a una melodia distinta e carina, ancora una volta, di Grupallo.
A parte una frazione centrale melodica, una sulla trequarti in breakdown deathcore e un breve, martellante nel finale, non c’è molto altro in un brano in fondo semplice e breve. A cui però non serve altro: il risultato rimane ottimo, neppure troppo distante dal meglio del disco!

Con la strumentale Thálassa, i Delirant Chaotic Sound abbracciano con più forza l’anima “post” già sentita in piccole dosi altrove. E lo fa mescolandolo col metal: dopo un breve avvio morbido, il voltaggio sale, ma non di troppo. Ci ritroviamo invece in una ambiente delicato, melodioso.
Ben poco dell’asprezza della band è rimasta qui: torna solo in qualche tratto più ritmato, ma anch’esso più solenne che oscuro, grazie di solito alle belle melodie di tastiere alle loro spalle. Per il resto, la falsariga di base è delicata e avvolgente; non parliamo poi dei vari stacchi che appaiono qua e là. Che ne riprendano la melodia o svoltino verso lidi altrettanto melodiosi, sono sempre ben piazzati. A tal proposito, oltre a quello da puro post-metal nel finale, ottimo anche l’assolo più diretto poco prima di metà. Da citare è però anche ciò che lo segue, l’unico momento davvero oscuro del brano.
Col suo ritmo, metalcore ma che a tratti ricorda qualcos’altro – a me per esempio certi momenti alienanti hanno riportato alla mente i Nevermore – si integra bene in una traccia davvero splendida. Pur essendo diverso dalla media dell’album a cui dà il nome, non si rivela soltanto la sua punta di diamante con Annihilation: pone anche diverse domande. Sarà questa la direzione che in futuro il gruppo lombardo affronterà con più convinzione in futuro? Se così fosse, non sarebbe male!

A questo punto, Thálassa è arrivato alla fine: per l’occasione, i Delirant Chaotic Sound scelgono A New Breath, la canzone più lunga del disco. All’inizio, sembra quasi muoversi sulle coordinate del precedente, ma presto torna alla maggior cattiveria del resto del disco. Una frazione quasi doom, funerea nel riff di Tanzer e D’Ambra; poi il tutto si sposta però su terreni più nervosi.
Si sviluppa da qui una struttura molto tortuosa, piena di momenti diversi. Alcuni sono davvero intricati in stile prog, ma altri citano il genere più in fatto di aura. Ne è un esempio il contrasto tra momenti dispari, intricati, e altri soavi che si sente all’inizio, il tutto mescolato con raccordi a volte di vago influsso groove metal. E con diverse variazioni che scacciano bene il rischio di annoiarsi, sempre sulle stesse coordinate.
Ve ne sono però anche di maggiori, per esempio l’asfissiante, cupo tratto centrale di stampo metalcore: tornerà poi alla fine in forma anche più turpe, espansa, caotica. A metà disco dà però il là a un passaggio invece elegante e melodico, molto apprezzabile. Degna di nota anche la trequarti: mescola le due anime sentite all’inizio in qualcosa di insieme potente e musicale, di forte impatto. È il manifesto di un pezzo ottimo, forse non tra i picchi della scaletta, ma non importa: come finale per un album così è eccellente!

In chiusura, per quanto Thálassa sia un po’ inferiore, in proporzione, a The Ride of Thanatos, rimane un lavoro interessante. Solido e di ottima qualità, di sicuro può piacere a chi ama il metal moderno e non ha paura di complessità e contaminazioni.
Per quanto riguarda i Delirant Chaotic Sound, forse ancora devono trovare la quadratura perfetta in questa nuova strada da loro intrapresa. Ma la scelta in fondo non è così male: con la propria maturità, i lombardi già ci si trovano a proprio agio. Se non altro, quest’album li conferma come una band fresca e con grandi capacità. Anche se sono convinto che, se riusciranno a risolvere i piccoli problemi presenti qui, il prossimo potrà essere migliore, e di parecchio!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Embrace This Relief05:14
2Empty Shell05:17
3Ropes I Hold03:56
4Steal My Sight Away06:27
5Annihilation07:15
6Washed Ashore04:00
7Thálassa05:44
8A New Breath07:42
Durata totale: 45:35
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Marco Boccottivoce
Alice Grupallovoce
Stefano D’Ambrachitarra
Daniel Tanzerchitarra
Federico Medanabasso
Davide Silvabatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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