Silvered – Six Hours (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONESix Hours (2020) è il secondo album dei leccesi Silvered.
GENEREUna base gothic/doom a cui la band aggiunge influssi estremi, di matrice soprattutto black e dark metal (ma ci sono venature death e prog a tratti). Il tutto però è anche espanso, grazie anche a venature post-rock.
PUNTI DI FORZAUn’ottima capacità di evocare emozioni: spesso calde e accoglienti, non manca però un lato più freddo, e in generale un’ottima varietà. Si tratta di una componente ben supportata da un songwriting maturo e ottimo, in un connubio all’origine di una scaletta valida e con qualche pezzo da novanta.
PUNTI DEBOLIUn’eccessiva lunghezza: fa sì che a tratti la band si perda, a causa anche di una certa prolissità e di un livello qualitativo ondivago. Ne risulta un disco da cui di sicuro si poteva limare qualcosa.
CANZONI MIGLIORITi Faccio Regina (ascolto), When Heaven Turns into Hell (ascolto)
CONCLUSIONIPur essendo troppo lungo, Six Hours si rivela un disco interessante e avvolgente, apprezzabile per chi ama i generi che i Silvered mescolano.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
81
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“Emotività”: è questo il primo termine che mi viene in mente per descrivere Six Hours dei Silvered. Uscito circa un anno fa, si tratta del secondo full-length per questa band nata a Lecce nel 2007. Di solito, il comeback rappresenta quello della verità per un gruppo: è stato così anche per il gruppo pugliese?
Difficile dirlo, anche perché rispetto all’esordio Grave of Deception, pubblicato quasi dieci anni prima, Six Hours cambia direzione in maniera abbastanza netta. Se all’inizio i Silvered suonavano un mix di death progressivo e doom metal, oggi il focus si è spostato su quest’ultimo con forza. Ma senza troncare del tutto il legame col passato, soprattutto a livello sensazioni evocate.
E così, oggi la band leccese cerca di portare all’interno di un gothic/doom della branca più espansa la lezione emotiva degli Opeth e anche dei Novembre (di cui del resto Giuseppe e Carlo Ferilli, chitarra e batteria rispettivamente, sono membri dal vivo). Lo fa aggiungendo a questa base influssi più estremi, spesso orientati a un black circolare oppure alla potenza del dark metal. Ma in Six Hours non mancano venature death o prog, le origini dei Silvered che ritornano. Il tutto inteso in un senso espanso all’estremo, spesso quasi atmosferico, grazie anche a influssi post-rock che a volte sforano nel metal.

Si tratta di uno stile forse non originalissimo: a tratti anzi le ispirazioni dei pugliesi sono chiare. Ma ciò pesa solo di rado in senso negativo: di norma, la musica del gruppo ha un’ottima capacità di evocare emozioni. Emozioni spesso calde, accoglienti, seppur a tratti non manchino freddezza, oscurità e rabbia: da questo punto di vista, Six Hours è piuttosto variegato, e nella giusta maniera. Difficile da penetrare – o almeno, difficile sincronizzarsi con la sua complessità –, se ci riesci però scopri un bel caleidoscopio di sentimenti.
Anche a livello di songwriting tuttavia i Silvered sanno bene il fatto proprio: gran parte dei riff è valido, per non parlare delle loro valide melodie. Aiutano l’anima espansa del gruppo e quasi mai sono d’intralcio. Per della musica che, in generale, è ben realizzata in ognuna delle sue tante sfaccettature. Almeno di solito.
Sì, perché Six Hours un difetto importante ce l’ha: la lunghezza. I sessantasei minuti (forse legati in modo “numerologico” col titolo) appaiono eccessivi, e fanno sì che a tratti i Silvered si perdano. Colpa della prolissità di certi frangenti e soprattutto di un livello qualitativo che non riesce a mantenersi alto lungo tutto il disco. Il risultato è un album ondivago: alcune canzoni sono ispirate ed eccezionali, altre invece si rivelano meno soddisfacenti. E, in generale, l’idea che deriva dal complesso è che forse si poteva limare qua e là e togliere qualcosa: di sicuro, il disco ne avrebbe beneficiato. Seppur anche così i Silvered risultino validi: dovranno ancora abituarsi al cento percento al nuovo genere, ma già ora lo padroneggiano bene!

Le danze cominciano da Six Hours, lungo intro abbastanza tipico. Inizia con un pianoforte cupo sul classico effetto da pioggia per poi ospitare su questa stessa base la chitarra pulita. Il tutto per due minuti leggeri, malinconici, desolati: una buona introduzione, prima che From a Letter of Sorrow riprenda la stessa melodia con la chitarra distorta.
È un attacco di gran pathos, lento e doom, per un pezzo che poi però si evolve verso lidi più animati. Tra il growl di Daniele Rini (che ho già avuto modo di apprezzare nei Coil Commemorate Enslave) e una base musicale che oscilla tra il black più melodico e armonie gothic, si tratta di un momento graffiante, pur evocando una forte infelicità. Si alterna con lunghi tratti più cupi, doom con a volte influssi death e groove, a volte più espanso e con un tocco persino “post”, a volte più diretto. Ma anche qui, gli ottimi fraseggi delle chitarre di Ferilli e Lorenzo Valentino danno un tocco di profondità all’ombra del gruppo.
In ogni caso, col tempo l’anima più espansa lo diventa ancora di più. Si sente già al centro, quasi solenne, ma nella seconda parte della canzone prende il sopravvento, in una lunga frazione espansa. Tra chitarre pulite e altre distorte ma lontane, eteree, si crea un panorama mogio e in principio intimista. Ma col tempo, la rotta devia verso una freddezza arcigna, quasi cosmica.
È la stessa divisione che poi si perpetra anche nel finale: a una prima parte che si riapre verso la melodia, quasi drammatica, ne segue una invece nera come la notte. Al suo interno, l’anima black già presente in precedenza si accentua: il risultato è feroce e rabbioso, seppur non del tutto scevro di melodia. È quest’ultima a rendere il tutto incisivo: un gran finale per una traccia ottima, che apre il disco a dovere!

Con Ti Faccio Regina, la band pugliese si vota a un maggiore dinamismo. Un breve intro espanso, poi la musica esplode improvvisa in un’offensiva minacciosa che ricorda anche più del resto la già citata band di Mikael Åkerfeldt. Ma in una chiave più votata al black e al doom che al death: al primo appartengono le dissonanze e il riffage graffiante del Ferilli chitarrista e di Valentino, al secondo suoni lugubri e certe melodie. Ricordano addirittura i My Dying Bride a tratti, per la loro essenza cupa eppure profonda.
In tutto ciò, trovano spazio anche dei tratti docili, seppur spesso la questione sia più diretta e possente. Grazie anche al growl di Rini, simili passaggi risultano aggressivi e incidono a dovere. Ottimo anche il momento, poco prima di metà in cui le due anime si fondono in un equilibrio valido.
È una cavalcata che va avanti per diversi minuti, fin quasi al centro del brano, quando i Silvered sterzano verso il lato più dolce di Six Hours. Ci ritroviamo allora in un ambiente ansioso e triste, con un tocco sinistro però ben unito alla melodia. Melodia che prende in fretta il sopravvento: seppur la malinconia rimanga, diventa più intimista e persino dolce.
Raggiunto un apice morbido, la musica comincia poi a risalire, con la voce del cantante come guida. In principio la delicatezza domina ancora, ma man mano la musica si indurisce e si fa più cupa. È tuttavia solo un momento: presto arriva in scena una nuova apertura, ancor più liberatoria. Con una tastiera – o forse è una chitarra iperdistorta in stile post-metal – a disegnare qualcosa di persino soave, è uno dei momenti più epici del pezzo e del disco in generale. Anche il resto non scherza, però, compreso il finale che torna verso un piglio sinistro. Un altro elemento valido per una traccia davvero stupenda, uno dei picchi del disco!

A questo punto, i Silvered donano a Six Hours una pausa con Stigma Diaboli, pezzo a metà tra una ballad e un interludio espanso. Si avvia con una chitarra echeggiata, che continuerà poi a lunga, a cui si sovrappone una base leggera, fatta di chitarre acustica e della voce di Rini, in questo caso pulita e nostalgica.
A parte qualche variazione di melodia e l’ingresso, al centro, di lievi cori, non ci sono grandi variazioni in una norma però sempre avvolgente e godibile. Certo, forse non sarà un episodio così significativo, anche visti i soli quattro minuti e mezzo di durata del disco. In compenso però si rivela sempre godibile!
È però un’altra storia con Violent Circle: si presenta ancora più lieve col suo pianoforte iniziale, a cui segue un momento altrettanto morbido, solo voce e chitarra. Poi però il gruppo comincia a macinare con forza: è uno dei momenti più death metal del disco, seppur presto si evolva in una direzione black. È la prima di una serie di escalation notevoli: alcune sono belli pesanti, altri invece ricordano il gothic metal estremo dei Novembre, col loro dinamismo e le melodie tipiche. Una sensazione aumentata da Carmelo Orlando, che a tratti appare come ospite di lusso a duettare con Rini.
C’è però anche ampio spazio per stacchi che tornano verso la dolcezza: anch’essi sono abbastanza variegati a modo loro. Alcuni sono docili e con giusto un filo di malinconia, altri invece ricordano ancor più da vicino che altrove la nostalgia della già citata band romana. Band richiamata anche da certe fasi a metà tra i due mondi, come quella centrale: cantata in italiano, aggiunge una bella suggestione al pezzo.
Il momento migliore è però la lunga fase sulla trequarti, espansa alla maniera delle ballad degli Opeth. Ma anche la chiusura, che esplode per poi tornare a qualcosa di più preoccupato e spegnersi in un florilegio di melodie non è male. In generale, abbiamo un brano dispersivo a tratti e anche un filo derivativo, ma che a dispetto di tutto rimane valido. E, di conseguenza, più che degno di un album come Six Hours!

When Heaven Turns into Hell attacca con un riff eccellente da parte di Valentino e Ferilli. A metà tra black, doom e dark metal, risulta subito evocativo, e anche quando viene accompagnato dal growl e dalla sezione ritmica le suggestioni non passano. Merito anche del tempo lento tenuto dall’altro Ferilli, che dà al tutto una certa solennità, un punto di forza in più a questa norma.
All’inizio inoltre la struttura è molto semplice: la falsariga iniziale si alterna con fasi più lente e delicate. Il riffage è doom, ma il resto è calmo, con la voce pulita di Rini e melodie di pianoforte e di chitarra pulita alle spalle. Proprio questa è la norma che, prima di metà, prende il sopravvento e comincia a evolversi. Passaggi anche più melodiosi si alternano allora con altri più duri, che a tratti però contengono melodie da puro gothic a mitigarle. Altrove invece il riffage è anche più teso: rimane sempre nello stesso genere, ma spesso in accoppiata con un ritorno delle influenze death dei pugliesi. E con qualche toccata più acida, di carattere black, il complesso forma una lenta ma costante discesa nell’abisso – come anche il titolo suggerisce.
Questa evoluzione però non dura fino alla fine. Sulla trequarti, d’improvviso la cappa si apre quando il ritmo viene quasi meno, come anche la pesantezza. Ci ritroviamo allora in un lentissimo panorama, oppresso e di malinconia lacerante. Tra il cantante in pulito e la base, che rimane su gothic e doom, colpisce al cuore dall’inizio fino a quando, dopo una sezione ossessiva ma mai noiosa, si spegne in un outro con cori e un pianoforte registrato in maniera volutamente “antica”. Rappresenta, insomma, il perfetto sigillo su una canzone eccezionale, il picco di Six Hours insieme a Ti Faccio Regina!

Con Intempestae Noctis Silentio, i Silvered sembrano tornare su lidi da ballad. E per lunghi tratti non è molto lontano dalla verità: il panorama è lento, notturno, persino sereno nonostante la lieve malinconia. La evocano bene le chitarre pulite sotto alla voce pulita, che scambia momenti un pelo più calmi e altri giusto di poco più densi, con persino un accenno di mellotron. Che richiama alla mente non solo gli Opeth migliori, ma anche l’oscuro progressive rock a cui gli svedesi si sono sempre ispirati.
È una suggestione che rimane in scena anche quando la linea musicale vira di nuovo verso il metal. Melodioso e intenso nonostante l’aggressività che evoca Rini, è anche abbastanza scomposto, ed evoca un pathos che ricorda con ancora più forza che in precedenza i Novembre. Il che a tratti, però, stona, e non solo perché dall’ispirazione si passa in certi frangenti quasi alla citazione. Soprattutto, sembra quasi che per omaggiare la band romana i pugliesi abbiano lasciato da parte il loro lato più doom, per abbracciarne uno prog/gothic metal. Il che in questo caso stona un po’ con le intenzioni del resto del disco.
Molto meglio va, invece, quando la seconda metà vira su qualcosa di ancora ritmato e dal vago accenno progressive, ma che recupera la dimensione oscura sentita in precedenza. Si sprigiona allora un labirinto cupo, spaventoso, che avanza qualche minuto, prima di lasciarsi alle spalle una coda stanca, desolata, decadente. Avvolge molto bene e porta alla fine un episodio non grandioso. Non è malaccio di suo, neppure nei momenti più derivativi, ma rimane comunque il punto più basso del disco. Seppur il livello sia almeno buono!

Swan Song (part 1) si attacca all’outro del precedente per il breve preludio ambient. È la base da cui sorge la traccia vera e propria: all’inizio è molto calma, col cantante dei pugliesi su una base molto post-rock. Mentre il metal entra davvero nel vivo dopo quasi un minuto e mezzo.
Anche in questo caso, però, la melodia domina. Ci ritroviamo in un gothic estremo ancora con venature prog: ricorda sempre la band di Carmelo Orlando, ma stavolta in maniera impostata meglio. Lo si sente se non altro nella progressione, che ci porta da toni soltanto intensi, sentiti e caldi a qualcosa di più oscuro.
Nel suo sviluppo, come interruzione c’è spazio giusto per frazione delicata che ricorda a tratti di nuovo gli Opeth, anche per il vago senso strisciante che si respira a tratti. Per il resto, la musica procede dritta verso lidi oscuri, fino a sfociare in un finale drammatico, vorticoso in principio. Ma poi l’anima gothic dei Silvered torna in una chiusura di disperazione tenera, calda. È la perfetta chiusura di un pezzo solido e ottimo, forse non all’altezza del meglio di Six Hours ma ottimo come suo ultimo pezzo effettivo.
Sì, perché Swan Song (part 2) non è altro che un outro espanso. Forse fin troppo: tutto strumentale, non è altro che una lunga serie di fraseggi di chitarra pulita post-rock con una base fatta di tastiere e al massimo il basso di un altro ospite dai Novembre come Fabio Fraschini. Spesso suggestivo, dura però pur sempre quasi otto minuti, una durata che pesa parecchio.
Qualche buon momento c’è: spicca per esempio quello nel finale, il più movimentato col ritmo di Carlo Ferilli, ma senza accelerare. C’è giusto un vago accenno black in sottofondo, ma niente di che: in generale la musica è in linea col resto del pezzo, seppur la sua atmosfera quasi solenne incida anche di più. Il complesso non è malaccio: non c’è neppure un momento di vera noia, al suo interno: il problema che pesa è solo la prolissità. Nonostante la piacevolezza, insomma, abbiamo un episodio solo piacevole e discreto, ma che forse allunga troppo il brodo del disco. Qualcosa di più ridotto sarebbe stato meglio!

Alla fine dei giochi, Six Hours non è un album perfetto, e forse era quasi inevitabile: quando c’è così tanta carne al fuoco è difficile che non ci sia qualcosa di “meno cotto”. Ma ciò non significa che non sia valido: nonostante la lunghezza eccessiva, il risultato finale è lo stesso buonissimo, ispirato e con qualche zampata eccelsa. Per questo, se ti piacciono i generi che i Silvered mescolano, ti consiglio di farci anche più di un pensierino. Ma solo se sei disposto a impiegare il tempo sufficiente a entrare nella loro particolare emotività!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Six Hours02:03
2From a Letter of Sorrow08:59
3Ti Faccio Regina07:09
4Stigma Diaboli04:28
5Violent Circles12:01
6When Heaven Turns into Hell09:32
7Intempestae Noctis Silentio07:48
8Swan Song (part 1)05:56
9Swan Song (part 2)07:54
Durata totale: 01:05:50
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Daniele Rinivoce
Giuseppe Ferillichitarra e basso
Lorenzo Valentinochitarra
Carlo Ferillitastiere, basso e batteria
OSPITI
Carmelo Orlandovoce (traccia 5)
Antonio Corsanofisarmonica (traccia 9)
Fabio Fraschinibasso (traccia 9)
ETICHETTA/E:BadMoonMan Music
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Grand Sounds Promotion

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