Tomorr – Tomorr (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONETomorr (2020) è l’album d’esordio assoluto dell’omonima band toscana.
GENEREDefinito dalla band stessa “rural doom metal” perché cerca di rappresentare in musica la fatica e la lentezza del lavoro della terra, è un lento e arcigno mix di stoner doom e sludge metal.
PUNTI DI FORZANonostante la musica del gruppo sia abbastanza classica, ci sono elementi personali, come l’uso della lingua albanese in accoppiata con la cultura del paese balcanico. In più, la band li supporta con riff efficaci e atmosfere spesso avvolgenti.
PUNTI DEBOLIA tratti i cliché pesano, in un disco un po’ discontinuo, con alcune incoerenze soprattutto a livello di atmosfera. In generale, la band appare ancora un filo immatura.
CANZONI MIGLIORITerra (ascolta), The 1001 Windows Village (ascolta)
CONCLUSIONIPur non essendo eccezionale, Tomorr è un disco di buon livello complessivo. Può piacere a chi ama il doom metal in ogni sfaccettatura, anche se dai Tomorr è lecito aspettarsi un po’ di più.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
78
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Rural doom metal”: così i Tomorr definiscono la propria musica. Gruppo nato a Empoli nel 2017, la sua missione esplicita è affrontare una rappresentazione musicale della fatica e della lentezza del lavoro della terra. Il che, peraltro, non gli riesce malissimo, come dimostra l’esordio omonimo. Pubblicato lo scorso 6 novembre, è animato da uno stoner doom metal della branca più cupa e arcigna, con a tratti forti influssi sludge, specie della sua incarnazione più nichilista e lenta.
Si tratta di un connubio non troppo originale, ma che nelle mani dei Tomorr suona efficace il giusto, grazie ad alcuni tratti personali. Quello che spicca di più è l’ispirazione alla cultura albanese: non per nulla, “Tomorr” è il nome di una montagna sopra la città di Berat, proprio in Albania. E i testi del disco sono cantati per buona parte proprio nella lingua del paese balcanico.
A detta del gruppo, anche la sua musica è ispirata a quella albanese, ma in realtà ciò avviene solo a tratti. Ammetto di non conoscere molto bene questa tradizione sonore, ma devo dire che solo in rari tratti si sente qualcosa di particolare. Mi sarebbe piaciuto sentirne di più, visto che per il resto, come già detto il suono dei Tomorr è piuttosto classico, e a tratti i suoi cliché pesano.
Il problema principale del disco non è però questo, quanto la sua eccessiva discontinuità. A tratti i toscani tendono a non seguire troppo bene il filo delle proprie atmosfere, a perdersi. Il risultato è la presenza di qualche scalino di troppo, specie in alcuni pezzi: a sua volta, ciò è all’origine di una scaletta un po’ ondivaga.
In fondo però queste pecche non incidono troppo: anche così, Tomorr mette in mostra un gruppo già in grado di creare riff efficaci. Non valorizzati al meglio da una registrazione un filo leggera, riescono lo stesso a incidere. E anche l’atmosfera, quando la band non esagera col proprio estro, avvolge bene. In generale, parliamo di un esordio un pelo immaturo, ma che già mette in mostra diverse buone capacità. E che, come leggerai nella recensione si rivela non solo promettente, ma anche godibile!

Le danze partono da Kaba, intro non dei più classici. Un lieve suono come di campanelle, poi il batterista Chero dà il là a un’improvvisa esplosione, con una base di fuzz a cui si sovrappone un qualche strumento tradizionale a fiato. È un ambiente caotico, ma pian piano l’ordine emerge, con un breve sfogo doom.
Poi però il pezzo diventa più movimentato, quando sempre il drummer si lancia in qualcosa di veloce su una base fischiante: porta l’intro su lidi animati e non troppo oscuri. Seppur, in seguito, spunti un assolo dissonante e crepuscolare da parte di Jmeister.
È quest’ultimo la migliore introduzione alle atmosfere del disco. E anche a Vargmal, che dopo un altro stacco possente e un breve intermezzo di cori folk dalla registrazione vintage, entra nel vivo con gran forza. Lenta, possente, il suo doom è della branca più stoner, ma non manca un’oscurità e una cattiveria più sludge. Un lato che tra l’altro viene fuori in alcuni passaggi più rapidi che si aprono qua e là: oltre al dinamismo, rappresentano anche un’apertura nella cappa di oscurità. Il che però a tratti è un problema: in certi frangenti la mancanza di potenza stona un po’.
Per fortuna, accade di rado: per la maggior parte questi momenti sono validi e si integrano bene col pezzo. Ne è un ottimo esempio la sezione di centro, ronzante e d’impatto con la sua preoccupazione. Da il via a una nuova, lenta progressione della falsariga di base, stavolta cantata – o meglio, urlata in maniera abrasiva – da Jmeister. Anch’essa funziona benissimo, così come i rallentamenti: desolati e gestiti al meglio dal basso di Mostro, danno un tocco calmo ma oscuro al tutto. Specie nel lungo, espanso finale.
Il risultato è un brano che, nonostante la sua lieve pecca, tutto sommato si rivela valido. Forse non sarà il meglio di Tomorr, ma è un buon sentire: come primo brano vero e proprio, non c’è male!

Varr se la prende con molta calma a entrare nel vivo. Forse anche troppa: all’inizio è davvero vuota, e sale in voltaggio lentissima: il metal comincia a fluire solo dopo oltre due minuti. Per fortuna, è metal di qualità, che in breve tempo diviene una tempesta, non velocissima ma graffiante.
È tuttavia una fase non troppo lunga: al centro la musica rallenta di nuovo parecchio. Ci ritroviamo allora in un lunghissimo passaggio, a tratti quasi asfissiante seppur non troppo oscuro. Brevissimi vortici si alternano con una base dilatata, rarefatta, in cui però Jmeister urla con rabbia. Ma presto il pezzo torna ad accelerare, con un breve inciso più veloce, molto sabbathiano. E, con la sua leggerezza, anche poco integrato sia con ciò che l’ha preceduto, sia col seguito.
Subito dopo infatti i Tomorr tornano a un doom più penetrante: è un rallentamento quasi totale, di retrogusto drone, che poi col tempo torna a risorgere. Riprende la norma precedente ma in modo più pieno, potente: lodevole, a proposito, il pesantissimo riffage. Riffage che poi nel tempo si evolve, fino a raggiungere una coda rumorosa, con un assolo dissonante in maniera voluta, piuttosto incisivo. Chiude a dovere un episodio non eccezionale, visto qualche passaggio a vuoto: in generale però si rivela piacevole e più che discreto!

Anche Grazing Land comincia lenta, col basso di Mostro in bella evidenza. Col suo fraseggio lento, lezioso in maniera stoner, fa da sfondo a dissonanze e a brevi esplosioni ritmiche, oltre che alla voce di Jmeister, qui quasi sofferente. Si crea così un bel senso di attesa: senso che, dopo quasi due minuti di crescita, si potrebbe sciogliere, non fosse che l’esplosione stavolta non attacca troppo. Addirittura goffa, forse cerca di imitare qualche ritmo di origine albanese, ma senza portarlo bene in ambito metal. Il risultato è infatti il momento meno bello dell’intero Tomorr.
Per fortuna, la band omonima si riprende in fretta, prima con qualcosa di graffiante, molto sludge, e poi in via definitiva nell’ultima frazione. Lenta, all’inizio leggera e strisciante, intraprende poi un’evoluzione travolgente, che da lidi più calmi conduce a coordinate convulse. Col frontman che urla parecchio (stavolta in inglese) e ritmiche animate, con una nota stoner che però non mitiga la loro spigolosità, colpiscono a dovere.
Si tratta dell’ottimo finale per una canzone però tutt’altro che eccezionale. Alcuni dei suoi spunti sono buoni, ma vista la sua pecca, il risultato complessivo è solo discreto. Il che la rende il punto più basso dell’intera scaletta.

Se finora l’album, pur non brillando, si è mantenuto su livelli godibili, i Tomorr si sono riservati il meglio per il duo finale. Si comincia con Terra: cover di un pezzo del cantautore albanese Ylli Baka (che l’ha incisa col titolo “Fshatrat e shkrete”), per una volta entra subito nel vivo con un attacco possente. Delle linee melodiche folk dell’originale, che viaggia tra musica etnica e il pop, rimane poco: il trio le sostituisce con ritmiche doom graffianti e oblique.
È una componente che a tratti torna lungo la canzone, in varie forme: a volte la band la rallenta, altrove invece pesta il piede sull’acceleratore fin quasi alla frenesia. Il resto però è diverso e ancor più interessante, soprattutto per quanto riguarda le strofe. Più melodiche, hanno però una notevole aura sinistra, grazie a venature melodiche di retrogusto quasi black. Insieme alla voce di Jmeister, cantilenante in maniera voluta (ed efficacissima), l’affresco che si crea è ottimo.
Valida anche l’ultima parte cantata, più grintosa ma ben integrata nel pezzo; lo stesso vale per il roboante finale. Sono entrambi due punti di forza per un episodio che, seppur non originale dei toscani, rappresenta il meglio che il disco abbia da offrire. E non solo: con la sua alternanza ben riuscita di registri diversi, è una possibile nuova direzione che il gruppo potrà percorrere con successo in futuro!

Traccia di gran lunga più estesa del disco, coi suoi quasi sedici minuti e mezzo, The 1001 Windows Village (titolo che si riferisce al soprannome della già citata Berat) sia vvia molto a rilento. All’inizio c’è solo il batterista Chero, a cui pian piano si sovrappongono prima lievi echi di chitarre e poi il basso. È quest’ultima norma a prendere il sopravvento: sulla cassa ossessiva, Mostro disegna affreschi ritmici, ottima base delle melodie di Jmeister. In una base che va avanti molto a lungo, ma stavolta senza dare troppo fastidio: ha una delicatezza crepuscolare che avvolge, in maniera quasi ipnotica.
Va però ancora meglio con ciò che segue: all’improvviso, la musica esplode in uno sfogo di grandissima potenza, un vero e proprio schiaffo in faccia. È un’impostazione che ha l’unico difetto di durare troppo poco: per il resto colpisce bene, sia in questa prima anima che in quella a cui sarà piegata in seguito. Spesso più melodica, con armonie riuscitissime, non gli mancherà mai però la stessa, grandiosa energia.
Di norma tuttavia il brano è più lento. Alcuni momenti sono davvero tombali, doom del genere più espanso, e altri risultano persino vuoti. Di solito però c’è un po’ più di tensione: accade per esempio nella norma di base. Cantata di nuovo in inglese da Jmeister con voce più pulita del solito, quasi evocativa, è ridondante un modo però studiato bene per colpire nel segno. Ma anche i suoi momenti in cui è la chitarra la protagonista non sono male, con la loro depressione calda.
Il tutto si configura in una struttura in continuo saliscendi, in cui non ci si annoia mai. E in cui, a dispetto della durata, non ci sono spigoli: la musica scorre liscia, molto avvolgente e senza quasi momenti morti. Il risultato è il brano in cui gli empolesi si dimostrano più maturi a livello compositivo, nonché quello che promette meglio per il loro futuro. E un gioiellino che rappresenta il punto più alto del disco che chiude!

Tra i suoi alti e i suoi bassi, Tomorr si rivela non eccezionale, ma di buon livello complessivo. Chi ama il doom metal in ogni sua sfaccettatura non potrà che apprezzarlo: se lo sei, perciò, te lo consiglio. Anche se, per quanto mi riguarda, dalla band toscana mi aspetto un po’ di più.
Di sicuro, il trio ha già un concetto ben chiaro di sé, e può sviluppare la sua personalità in senso molto più forte. Se lo farà, e al contempo saprà maturare le proprie già buone doti musicali, il prossimo disco potrebbe surclassare quest’esordio. Non si sa mai, solo il tempo potrà dirlo con certezza, ma si spera proprio che accada: il metal di band con visioni alternative e originali come i Tomorr ha sempre bisogno!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Kaba03:29
2Vargmal08:01
3Varr08:58
4Grazing Land06:39
5Terra (Ylli Baka cover)04:54
6The 1001 Windows Village16:23
Durata totale: 48:24
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Jmeistervoce e chitarra
Mostrobasso
Cherobatteria
ETICHETTA/E:Acid Cosmonaut Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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