Motörhead – 1916 (1991)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONE1916 (1991) è il nono album dei Motörhead.
GENEREIl classico speed metal “rockeggiante” scatenato e potente della band di Lemmy, seppur con diversi esperimenti.
PUNTI DI FORZAUno stile vario e di solito ben fatto, con la solita classe del gruppo e la giusta potenza a rendere il tutto valido.
PUNTI DEBOLIQualche scelta discutibile, all’origine di una scaletta un po’ ondivaga.
CANZONI MIGLIORII’m So Bad (Baby I Don’t Care) (ascolta), Shut You Down (ascolta), No Voices in the Sky (ascolta), Make My Day (ascolta)
CONCLUSIONI1916 non sarà il miglior album dei Motörhead, ma si rivela solido e ottimo, degno di una carriera importante come quella degli inglesi!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
85
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Parlare dei Motörhead è, senza dubbio, parlare di una delle band più importanti di sempre per il metal. Ma anche di un gruppo che, a differenza di altri nomi storici, non ha avuto una carriera del tutto lineare.
Dopo i primi, seminali album, infatti, la band guidata da Lemmy ha attraversato anni ondivaghi. Da un lato, alcuni dischi anche recenti sono stati molto apprezzati dai fan; altri lavori però li hanno scontentati, rivelandosi “normali”, poco esaltanti. Per fortuna però 1916 ricade nel primo caso.
Nono (o decimo, considerando anche On Parole) album dei Motörhead, è uscito in quel 1991 che decretò la fine del metal classico. Un periodo che per molte band si rivelò confuso: un fattore che si riverbera anche in questo lavoro, a tratti. Al tempo stesso, però, il gruppo inglese sfoggia anche un bel livello di ispirazione. È ben visibile, se non altro, nella grande varietà interna di 1916, ben più della media dei Motörhead – che pure non è un gruppo così monocorde come alcuni vorrebbero sostenere.
Se a tratti qualche scelta è discutibile, la maggior parte dei pezzi “sperimentali” funziona piuttosto bene. Come anche, quelli che invece ricadono nel tipico speed metal “rockeggiante” del gruppo, scatenato e possente. Sono due facce di una stessa medaglia che in generale si rivela solida e di gran intrattenimento. Anche al di là di un po’ di discontinuità.
Il principale problema di 1916 è in effetti la sua natura un po’ ondivaga. A tratti i Motörhead si perdono dietro a qualche esperimento meno riuscito, oppure la loro musica suona un filo di maniera. Ma non sono grossi problemi per un album con tanti alti da compensare bene questi pochi bassi. E che, in generale, merita la reputazione positiva che ha tra i fan degli inglesi!

Una breve rullata di Phil “Philty” Taylor, poi ci ritroviamo subito in The One to Sing the Blues, che mostra subito la tipica energia del gruppo di Lemmy. Seppur sia un po’ frenata in questo caso: se uno si aspetterebbe una fuga scatenata, il ritmo è più contenuto. Anche se il riff è bello tosto e potente, almeno nelle strofe: pesanti il giusto tra momenti più macinanti e altri più aperti di accordi però energici, hanno il giusto impatto che un pezzo dei Motörhead dovrebbe sempre avere.
Purtroppo, lo stesso non si può dire dei ritornelli: riprendono solo la cadenza della parte iniziale, ma in maniera un po’ stantia, senza graffiare molto. È il principale difetto di un pezzo per il resto valido, comprese le classiche parti strumentali, sia al centro che soprattutto nel bel finale, aperto e musicale. Ma a causa del suo difetto, il risultato è soltanto buono: un disco come 1916 meritava un’apertura migliore.
Di sicuro, è un’altra storia con I’m So Bad (Baby I Don’t Care), che sin dall’inizio mostra lo spolvero dei momenti migliori degli inglesi. Classiche ma potenti, condotte su velocità elevate sin da subito, le ritmiche di Phil “Wizzö” Campbell e Michael “Würzel” Burston funzionano bene sia in solitaria, sia sotto a strofe scatenate. Anche i bridge lo riprendono in parte, pur essendo l’inizio della scalata che porta poi ai ritornelli: più profondi, risultano lo stesso potenti, un vero schiaffo in faccia nella loro semplicità.
Non che il resto sia da meno però: complice una struttura semplice, con solo un assolo animato e avvolgente al centro, il complesso si rivela una scheggia veloce e semplice. Incide alla grande e si rivela tra i pezzi migliori della scaletta!

No Voices in the Sky si rivela subito animato e incalzante, ma stavolta senza grande potenza. Questa norma di base al contrario è un po’ sottotraccia, ma in maniera voluta. Le chitarre di Wizzö e Würzel si contengono un po’, trattenendo la potenza che poi però si libera. Comincia piano, ma poi esplode in chorus liberatori: brillano per potenza e per apertura, quasi allegra, che colpisce bene. Grazie anche a una melodia vocale catchy, più degli standard degli inglesi, pur essendo cantata nel solito tono abrasivo del mastermind.
Da lodare, anche stavolta, l’assolo centrale, con anche un filo di preoccupazione, e quello invece gioioso, in linea coi refrain nel finale. Inoltre, per quanto mi riguarda ho sempre apprezzato il testo, molto antireligioso ma senza gli eccessi di molte band metal: qui Lemmy descrive semplicemente la sua visione sull’argomento. Anch’esso contribuisce a un pezzo semplice ma grandioso, non tra i migliori di 1916 ma solo per poco!
La successiva Going to Brazil è la prima delle due puntate dei Motörhead nel rock più puro qui. Una puntata molto classica, che guarda persino oltre l’hard, all’incarnazione più tradizionale: lo si sente già nel riff di base all’inizio. Non che la parte principale cambi di molto: senza quasi distinzioni tra strofe e chorus, procede dritta, semplice, senza fronzoli.
A parte due assoli altrettanto tipico, qualche venatura in sottofondo di quello che sembra un pianoforte e un finale caciarone, non c’è altro in un brano che passa molto in fretta. E si lascia un’ottima impressione dietro: non sarà tra i momenti migliori del disco, ma il compito di divertire lo svolge bene!

Con Nightmare/The Dreamtime, gli inglesi prendono una direzione strana, addirittura sperimentale. Al suo interno la scena è tutta della voce di Lemmy, qui echeggiata, e il suo basso sferragliante. Ne risulta un panorama inquietante, a tratti orrorifico ma in una maniera spaziale. Colpa dei synth vintage, che si propongono in una grande varietà di suoni, in accoppiata a echi di voci suonate al contrario. Hanno luogo soprattutto nei ritornelli, di poco più densi, pur essendo sempre espansi.
C’è però spazio anche per elementi metal, seppur lievi e in sottofondo. Vengono un po’ più fuori giusto al centro, con assoli dissonanti in maniera voluta e in linea col resto, e nel rumoroso finale. In fondo, non serve altro a un pezzo ottimo già così, nonostante la differenza col resto di 1916!
Mettere due pezzi “calmi” uno di fila all’altro spesso non è una grande scelta, ma i Motörhead lo fanno lo stesso. E anche benino: merito anche della qualità dei due pezzi, elevata come ora dimostra anche Love Me Forever. Ballata piuttosto classica, vede strofe però meno delicate del canone e più cupe. Merito delle chitarre pulite, mentre Lemmy riesce a essere convincente anche in chiave “romantica”, con la sua voce sempre roca ma sentita.
Si scambiano varie volte nel pezzo con ritornelli di più alto voltaggio, ma in linea con lo standard: la potenza non si accompagna con la cattiveria ma col pathos. Un pathos palpabile, vero, ben poco artefatto, come del vera risulta la sua presenza nel resto della struttura e nei dolorosi assoli al centro e nel finale. Anche in questo si vede la grandezza degli inglesi: vista la sua natura, è probabile che sia stata l’etichetta a insistere perché questa ballad fosse presente, per scopi commerciali. Ma anche sotto costrizione, i Motörhead mostrano di che pasta sono fatti: il risultato è un gioiellino, paragonabile col meglio uscito negli anni precedenti in fatto di lenti!

Con Angel City, 1916 torna a qualcosa di più movimentato, seppur per ora rimanga su lidi rock, proprio come in Going to Brazil. Stavolta però l’essenza classica pesa parecchio in certi frangenti, seppure di norma il pezzo sia piacevole. La sua base semplice a base di scanzonato hard rock avvolge bene sia nei momenti strumentali che nelle elementari strofe. Anche le fasi strumentali funzionano a dovere: sia che siano lievi venature di pochi istanti o gli assoli, tutto intrattiene a dovere, pur non esaltando.
Il problema vero sono invece i ritornelli. La loro melodia non sarebbe neppure malaccio, pur risultando un po’ scontata; il peggio sono però le venature di pianoforte e soprattutto di trombe. Non sembrano solo posticce, ma c’entrano poco con la band inglese. Il risultato, per quanto sia un episodio discreto, sembra fuori luogo nella stessa carriera di un gruppo che ha pubblicato pezzi come Overkill o Ace of Spades. Ed è anche questo a renderla il punto più basso in assoluto del disco.
Per fortuna, ora i Motörhead si rialzano con Make My Day, che aumenta di colpo l’energia di 1916. Un brevissimo intro vuoto, poi si scatena una tempesta possente. Il muro formato da Wizzö, Würzel e anche dal basso di Lemmy, spesso ben udibile al di sotto col suo sferragliare, è notevole. Pesta forte pochi istanti, per poi aprirsi in ritornelli meno macinanti ma sempre abbastanza potenti, di gran impatto.
La stessa carica si ritrova nell’assolo centrale, ma poi le venature di chitarra cominciano ad assumere una certa preoccupazione. Preoccupazione che esplode poi in chiusura: seppur veloce, è sentito e carico a livello emotivo. Una nota diversa che non stona in coda a una bella traccia, inferiore solo di poco al meglio del disco!

Come indica il nome stesso, Ramones è un tributo all’omonima band americana. E anche il genere ne risente, seppur non troppo: gli inglesi aumentano giusto la vena punk già presente in maniera naturale nel loro suono. Il risultato è una cavalcata molto breve, nello stile dei Ramones, che scambia strofe dritte al punto e ritornelli cantabili e anthemici il giusto. Niente di memorabile, ma di giusto intrattenimento: anche questo contribuisce a renderla più che integrata a un album come questo.
È però un’altra storia con Shut You Down, in cui la band di Lemmy riprende il suo tipico suono. Subito scatenata, con vortici di chitarre taglienti tra ritmiche e lead, le strofe già sono incalzanti, elettriche al massimo, e coinvolgono con un’energia unica. Ma ancora meglio va la progressione, che da questa base conduce a bridge un pelo più aperti per poi colpire ancora coi ritornelli. Pesantissimi, con una grinta splendida, colpiscono in maniera davvero devastante. Lo stesso vale per la magmatica, animatissima fase centrale. Correda al meglio una vera scheggia di pura energia, di impatto assoluto. Il che la rende l’inevitabile picco del disco insieme a I’m So Bad (Baby I Don’t Care)!
A questo punto, in chiusura i Motörhead optano per un nuovo esperimento: 1916 è un pezzo paragonabile a Nightmare/The Dreamtime, seppur sia in modo diverso. Stavolta la voce di Lemmy è accompagnata da un organo per un effetto solenne. Effetto a cui poi si aggiungono anche il violoncello dell’ospite James Hoskins e un lento rullo militare, che quasi lo rendono un requiem. Intento azzeccato, viste le tristi liriche che parlano, in maniera ben poco retorica, di quel macello assurdo che fu la prima guerra mondiale.
A parte un assolo sempre di violoncello al centro, non c’è altro da dire di un brano particolare ma davvero valido. Pur essendo lontanissimo dal trademark del gruppo, è un bel frammento d’atmosfera, sentito e avvolgente al massimo. E che, perciò, come finale di un disco come questo non sfigura!

A essere obiettivi, 1916 non è il migliore album che i Motörhead abbiano prodotto: del resto era anche difficile, visti i picchi della loro discografia. Ciò non toglie, comunque, che si tratti di un lavoro solido e apprezzabile, più che degno di una carriera lunga e importante come quella degli inglesi. La conclusione è ovvia: se ti piace la band di Lemmy, o anche solo se apprezzi l’heavy metal più caciarone e qualche esperimento non ti dà fastidio, il consiglio è di scoprirlo.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The One to Sing the Blues03:07
2I’m So Bad (Baby I Don’t Care)03:13
3No Voices in the Sky04:12
4Going to Brazil02:30
5Nightmare – The Dreamtime04:40
6Love Me Forever05:27
7Angel City03:57
8Make My Day04:24
9Ramones01:26
10Shut You Down02:41
11191603:45
Durata totale: 39:22
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Lemmyvoce e basso
Wizzöchitarra
Würzelchitarra
Philthybatteria
OSPITI
James Hoskinsvioloncello (traccia 11)
ETICHETTA/E:WTG Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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