Otyg – Sagovindars Boning (1999)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONESagovindars Boning (1999) è il secondo album degli svedesi Otyg.
GENEREUnisce folk e metal senza che il secondo imponga le proprie caratteristiche al primo. Il risultato è un suono antico, pacifico, lontanissimo dal folk metal moderno.
PUNTI DI FORZAUn’ottima maturità, che si esprime in atmosfere valide e grandi melodie. È all’origine di una scaletta di alto livello e con alcuni picchi da urlo.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ ondivaga, qualche canzone un filo ridondante.
CANZONI MIGLIORITrollslottet (ascolta), Vilievandring (ascolta), Holy Diver (ascolta), Lövjerskan (ascolta)
CONCLUSIONISagovindars Boning è un album a un passo dal capolavoro. La musica degli Otyg potrebbe non piacere ai fan del folk metal moderno più scatenato, ma a chi ama anche qualcosa di diverso è molto consigliata!
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube
ACQUISTA L’ALBUM SU:AmazonEbay
SCOPRI IL GRUPPO SU:Bandcamp | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
89
COPERTINA
Clicca per aprire

Nella mia vita da ascoltatore di musica, uno dei miei intenti è diventare, col tempo, sempre più aperto. Più aperto per esempio negli ascolti, provando (e spesso riuscendo) ad apprezzare generi che prima snobbavo Ma non solo: cerco anche, se possibile, di rivalutare gruppi, magari anche metal, che in passato ho sottovalutato. Come per esempio gli Otyg.
Quando sono venuto a contatto con loro, molti anni fa, ero in piena fissa col folk metal finlandese di Turisas, Moonsorrow e Korpiklaani. Forse anche per questo, ascoltare un suono diverso come quello degli svedesi mi aveva spiazzato. Li avevo trovati troppo semplicistici e calmi, rispetto al folk “pieno” dei suddetti gruppi. Il che mi aveva portato a considerarli una band carina ma niente più. E al massimo come una curiosità, essendo stati tra i primi gruppi di un musicista celebre come Vintersorg.
Più di recente, invece, le cose sono cambiate. Forse è perché ho capito come prendere un suono che vuole unire folk e metal senza che il secondo applichi le sue caratteristiche al primo, o forse è perché ora apprezzo anche suoni più ricercati. Sta di fatto che oggi gli Otyg mi piacciono molto di più. Specie per quanto riguarda Sagovindars Boning, secondo album più variegato e maturo rispetto all’esordio Älvefärd.

Uscito nel 1999, ha parecchi crismi del metal di questi anni, mentre manca quasi del tutto di elementi che oggi si associano al folk metal più moderno. Non ci sono giri scatenati, sonorità “da taverna”, epicità spinta o influssi estremi (se non nel riffage, che a tratti cita il black in cui il gruppo ha radici): parliamo invece di un suono pacifico, antico, a tratti espanso e spesso con atmosfere molto avvolgenti e valide. Seppur, in generale, Sagovindars Boning punti di più sulle melodie: qualcosa che agli Otyg riesce alla grande.
Spesso semplici ma curate a dovere, sono il pregio assoluto del disco. Merito anche di una buona varietà compositiva da parte della band svedese, che affronta vari registri, la maggior parte dei casi con successo. Anche per questo, se a tratti la musica è un po’ ridondante, specie all’interno della stessa canzone, non importa. Come non importa se Sagovindars Boning si rivela un po’ ondivago a tratti. In generale, parliamo di un lavoro solidissimo, in cui gli Otyg mostrano originalità e maturità.

Un breve intro che ne anticipa la melodia, poi ci ritroviamo subito in Trollslottet. Brano semplice e crepuscolare, alterna una falsariga di base preoccupata e stacchi più leggeri e malinconici, che riprendono l’inizio. A tratti strumentali, altrove reggono invece ritornelli resi più evocativi dalla voce pulita di Vintersorg, bassa nello scandire una melodia cantabilissima.
A parte una fase centrale che parte morbida e poi cresce sulla linea tracciata da lievi chitarre e del basso di Daniel Fredriksson, non c’è altro in una canzone semplice. Ma da non sottovalutare: anche così si rivela ottima, subito tra il meglio che Sagovindars Boning (e anche la breve carriera degli Otyg) abbia da offrire!
La storia non cambia però con Vilievandring, che inizia abbastanza rumorosa. Le chitarre di Vintersorg e Mattias Marklund formano un muro, seppur non troppo pesante: segue anzi una melodia di stampo folk, seppur in questo avvio sia spoglia. Il violino di Cia Hedmark si aggiunge invece nelle strofe, dirette e con un senso ombroso notevole, dato da qualche dissonanza al limite col black.
Si crea così una tensione che poi però si apre nei ritornelli. Col cantante che duetta con la voce della stessa Hedmark su una base triste e calma, folk rock con nulla di metal, risultano dolci e mogi, e avvolgono alla grande. Lo stesso si può dire peraltro della fase di centro, dominata dalle chitarre. Particolare, tra folk e persino prog, corona molto bene un altro tra gli apici del disco!
Anche Galdersbesjungen possiede un tocco progressive: cadenzata sin dall’inizio, a tratti lo diventa di più. Anche troppo, specie nelle strofe: spoglie, cercano l’energia ma sono troppo contorte per evocarla.
Un po’ meglio va invece nei ritornelli, un filo più frenetici: con la giusta melodia di Hedmark risultano immaginifici il giusto. Non malaccio neppure l’assolo della flautista ospite Linda Björkman al centro, pure un filo stridente a tratti, seguito però da una bella chiusura, di dramma lieve. Anch’esso contribuisce a una canzone a due facce: è discreta, senza dubbio, ma in un album come Sagovindars Boning (specie dopo una partenza del genere) sparisce!

Per fortuna, ora gli Otyg si risollevano con När älvadrottningen kröns, subito in scena con un tempo da walzer. Scandito dal drummer Fredrik Nilsson, ci accompagna attraverso panorami di sottile tristezza, ben evocata sia da strofe un po’ più pesanti, sia dai ritornelli. Leggeri, nostalgici, sono colorati dai due cantanti degli svedesi (Vintersorg in evidenza, Hedmark effettata in sottofondo), il che li rende efficaci il giusto.
Lo stesso si può dire per la sezione centrale, con solo la chitarra pulita e lievi percussioni all’inizio, per poi salire verso lidi non molto più pesanti. È un momento intimista e profondo, che correda bene una traccia ottima: non è tra i picchi qui, ma si integra bene nel disco!
Bäckahästen ha quindi un attacco lento, di attesa: nel giro di poco tuttavia si trasforma in qualcosa di più ritmato. Lo stesso destino della traccia, del resto: la base è abbastanza potente, con un riffage di chiara derivazione black, seppur addolcito. È quello che accompagna anche le strofe, incalzanti grazie al cantante uomo del gruppo e anche a espressivi abbellimenti di violino.
Ma sono presenti anche dei momenti più espansi, seppur spesso abbiano un che di crepuscolare. A volte è un paesaggio calmo e dimesso, altrove però si fa più arcigno: accade nei ritornelli, quasi esotici e abbastanza oscuri. Ma senza essere troppo aggressivi: al contrario, si integrano piuttosto bene nel pezzo.
Lo stesso vale per la fase centrale, in cui al centro è la chitarra distorta, per un effetto però intenso, prima di una coda che sviluppa quasi con un retrogusto doom l’avvio. Entrambe in ogni caso si integrano bene in un altro episodio di buonissimo livello, che non sfigura in Sagovindars Boning.
Va anche meglio, però, con Årstider, in cui la scena se la prende Hedmark. La cantante degli Otyg è protagonista come non mai nelle strofe: già malinconiche di loro, vengono rese da lei delicate, soavi. Anche per questo, si crea un bel contrasto coi refrain, che invece sono più potenti e cupi, ma non senza un tocco ricercato. Il che consente al complesso di integrarsi alla grande, e di generare un bel pathos.
Ottima anche la sezione centrale, con un assolo lento ma significativo da parte del flauto di Björkman. Anch’esso è un elemento più che valido per un’altra canzone di livello parecchio alto!

Se finora la scaletta, a eccezione del duo d’apertura, è stata ottima ma non eccelsa, Mossfrun kölnar rappresenta una fiammata che preannuncia una seconda metà migliore per il disco. La sua bontà è evidente sin dall’inizio, con un giro di strumenti tradizionali denso e davvero evocativo, al limite con l’epicità. Un limite che i ritornelli passano: più spogli, riprendono però una melodia simile, con un piglio anche più teso da quel punto di vista. Seppur non manchi anche un tocco oscuro, specie verso la fine.
Cupe sono anche le strofe, più dimesse e di basso profilo. Anch’esse però funzionano a dovere per supportare le altre due anime; lo stesso si può dire dell’assolo centrale, un po’ storto ma adatto alla situazione. Corona una piccola gemma, che di sicuro merita un posto in un disco come Sagovindars Boning!
A questo punto, con Vättar och jättar gli Otyg si rilassano in fatto di ritmi e anche di potenza. Ci ritroviamo sin dall’inizio in un ambiente che, pur non mancando di energia, preferisce suonare espanso. Succede soprattutto nell’impostazione di base, che stavolta va avanti a lungo: con qualche variazione qua e là, la sostanza cambia però poco.
Per fortuna, ci sono diverse variazioni, come per esempio i ritornelli. Più obliqui e ombrosi, risultano però musicali, avvolgenti, grazie alle armonizzazioni quasi maideniane che le reggono. Di certo arricchiscono il tessuto del pezzo; lo stesso si può dire della fase centrale, che alterna rallentamenti imperiosi con assoli di flauto e violino. Un altro bell’elemento per un pezzo non tra i migliori del disco, ma ancora ottimo.
È però un’altra storia con Holy Diver. E non solo per meriti pregressi: se ritengo l’originale di Ronnie James Dio tra le più belle canzoni heavy metal di sempre, anche la versione di Sagovindars Boning è grandiosa.
Di questo, va dato merito agli Otyg, che rileggono il brano in maniera davvero convincente. Non fosse per la lingua inglese usata da Vintersorg e per alcuni elementi compositivi, si direbbe che è una loro canzone originaria. Tra violini e riff tipici del gruppo, tra momenti più pesanti e altri invece leggeri e quasi folk rock, la band trasporta l‘originale in maniera perfetta nel proprio stile, come sempre si dovrebbe fare. Il che la premia: il risultato non sarà tra i picchi della scaletta, ma poco ci manca!

Dopo uno sfoggio simile di estro, mutuato dal pezzo originale, Lövjerskan sembra quasi la calma dopo la tempesta, almeno all’inizio. Lievissimo, con la chitarra pulita di Fredriksson e poi il violino, anticipano quasi le atmosfere dei chorus. Meno rarefatti, con la voce di Hedmark, rappresentano un affresco delicato e avvolgente nella sua essenza mogia, intensissima. Ma hanno anche un bellissimo tocco oscuro, unico.
Più potenti sono invece le strofe: quasi fredde, suonano fataliste, per merito della voce volutamente piatta di Vintersorg. Si alternano coi refrain e anche con stacchi soffici che riprendono l’inizio, in una struttura per il resto semplicissima. A eccezione di un paio di fasi sognanti ed espanse, col violino, non c’è altro in un brano che però non ne ha bisogno: anche così si rivela eccelso. E poco lontano dal meglio del disco!
Con Varulvsnatt, gli Otyg vanno quindi verso il lato più leggero di Sagovindars Boning. E vanno anche oltre: la calma e l’allegria che si respirano nella falsariga principale riportano alla mente il folk metal che si sarebbe sviluppato di lì a qualche anno.
C’è però spazio anche per un vago retrogusto più cupo: lo si sente soprattutto nei chorus, che riprendono l’incalzare del resto, ma con un tocco quasi sinistro. Un tocco che si ripresenta anche al centro, con ancor più forza: poi però la band cambia del tutto direzione. Il finale infatti spiazza col suo tono quasi da heavy metal classico ma con un’espansione tipica. Anche per questo, non stona in coda di un altro brano valido.
A questo punto, l’album è agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Gygralock, quasi una ballad. Perfetta per lo scopo, peraltro, vista la malinconia che si respira sin dall’inizio, con la chitarra acustica di Fredriksson. Chitarra che poi rimane in scena sia nelle strofe, sempre leggere con la sezione ritmica e il violino sotto alla voce, sia nei più pesanti ritornelli. Con un riffage che ancora ricorda il black metal, sono però melodiosi al massimo, grazie al ritmo lento di Nilsson, e Vintersorg li rende evocativi al massimo.
Ottima anche la parte centrale, delicata anche col suo vago retrogusto heavy. È l’unica grande variazione del pezzo insieme all’outro, che si spegne in una lunga coda nel Kulning, il tipico canto che i pastori fanno risuonare in certe zone rurali di Norvegia e Svezia. Un po’ spaesante per i toni acuti usati dalle ospiti Py Kollberg e Anna-Karin Hellman, è però un finale suggestivo. E porta a termine nella giusta maniera un’altra traccia di altissimo livello, che a sua volta chiude nel migliore dei modi un disco del genere!

Per concludere, Sagovindars Boning non è un capolavoro, ma solo per un pelo. Si tratta di un album diverso dalla media, ma non per questo scadente: al contrario, si rivela solido e pieno di grandi pezzi.
Certo, c’è da dire che la musica degli Otyg forse non è adatta a tutti. Chi ama le incarnazioni del folk metal più caciarone, scatenate o maestose potrebbe non apprezzare la melodia e la calma della band svedese. Ma se ami anche la musica folk di per sé, e apprezzi le branche più tranquille della musica, parliamo di un album – e di un gruppo – che ti consiglio di recuperare!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Trollslottet03:46
2Vilievandring04:05
3Galdersbesjungen03:58
4När älvadrottningen kröns04:12
5Bäckahästen04:32
6Årstider03:44
7Mossfrun kölnar04:23
8Vättar och jättar03:26
9Holy Diver (Dio cover)03:51
10Lövjerskan04:14
11Varulvsnatt04:32
12Gygralock06:16
Durata totale: 50:59
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Cia Hedmarkvoce e violino
Vintersorgvoce, chitarra, liuto
Mattias Marklundchitarra
Daniel Fredrikssonchitarra acustica, liuto, flauto, nyckelharpa, scacciapensieri
Fredrik Nilssonbatteria
OSPITI
Linda Björkmanflauto
Anna-Karin Hellmankulning
Py Kollbergkulning
ETICHETTA/E:Napalm Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento

Google-Translate it!