Cyrax – Experiences (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEExperiences (2020) è il terzo album dei milanesi Cyrax.
GENERELo stesso progressive metal sentito negli album precedenti, ma ancor più variegato. A tratti c’è un lato più leggero e rock, ma altrove è più intricato e ricco di influssi, fino a sforare persino nell’avant-garde metal.
PUNTI DI FORZAUno stile ancora personale, un’ottima capacità di intrattenimento, una buona gestione della varietà (almeno di solito).
PUNTI DEBOLIUna spinta troppo forte verso la complessità, che fa perdere la visione d’insieme alle canzoni. Ciò a tratti rende la scaletta ondivaga: colpa anche di una certa discontinuità stilistica tra i vari pezzi.
CANZONI MIGLIORIÓró (‘Se Do Bheatha ‘Bhaile) (ascolta), Infinito – Epilogo (ascolta), Truemetal (ascolta)
CONCLUSIONIForse i Cyrax potevano fare di meglio, ma Experiences rimane comunque un buon lavoro, che piacerà a chi ama il prog metal più intricato e sorprendente.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
78
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Ci sono band che rimangono così impresse da non poterle più dimenticare, neppure se tu lo volessi. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di gruppi che hanno qualcosa di personale, o in alternativa qualcosa di bizzarro. E i Cyrax? Ancor più facile ricordarli, visto che rientrano a pieno in entrambe le categorie!
L’ultima volta che mi sono occupato è stato nell’ormai lontano 2015, quando recensivo il loro secondo album Pictures (mentre pochi mesi prima era stato il turno dell’esordio Reflections). Eppure, ricordo ancora bene la teatralità e la stranezza, che rendeva la loro musica originalissima. Una filosofia che questa band nata a Milano nel 2012 porta avanti anche in Experiences: terzo lavoro dei Cyrax, a ben cinque anni dal predecessore, non ha cambiato coordinate. O almeno non troppo.
In effetti, di base quello dei lombardi rimane lo stesso prog metal intricato, pieno di svolte repentine. Ma, come è anche normale visto il tanto tempo passato, la band si è evoluta: per esempio, in molti tratti la sua musica mostra un lato più leggero e rock. Dall’altro lato però è più tecnico e ricco di influssi di prima, fino a sforare persino nell’avant-garde metal a tratti, anche vista la presenza di diversi elementi più estremi.

Proprio quest’ultima scelta è la croce e la delizia, per Experiences. Se in molti momenti i Cyrax sanno gestire bene la complessità, in altri la loro musica si fa un po’ troppo spinta in questo senso. Ne risulta il problema tipico del progressive metal: alcune canzoni sono costituite da buoni passaggi, tutti suonati con tecnica sopraffina, ma senza curare troppo la visione d’insieme.
Proprio questi pezzi, tra l’altro, rendono Experiences parecchio ondivago, con pezzi ottimi ma altri che lo sono meno. Colpa anche di una certa discontinuità stilistica anche a livello di scaletta: visto che i Cyrax accostano tanti generi così diversi, a tratti la loro musica suona fin troppo disomogenea.
Un disastro, quindi? Assolutamente no: al di là di questi difetti, i lombardi mantengono anche i punti forti presenti nei due album precedenti. In primis, la capacità dei lombardi di intrattenere con la bizzarria è intatta. Di conseguenza Experiences spesso risulta divertente, ma non solo: i Cyrax stavolta variano più che in passato. Parliamo di un disco che sa colpire a tratti anche per pathos: un’altra nota positiva che lo rende, se non altro, interessante e buono.

In un album così tortuoso, la mia solita disamina “analitica” è quasi impossibile. Mi limiterò quindi a descrizioni più brevi, a partire da Ut Queant Laxis, intro di rito abbastanza lungo in questo caso. Per il resto però i suoi elementi non sono niente di inedito, tra l’avvio corale (riprende in parte il canto medioevale omonimo, quello che ha dato il nome alle sette note usate oggi) e l’ombrosa parte successiva, coi suoi arpeggi puliti. È insomma un bel preludio, seppur un filo lungo coi suoi due minuti e mezzo.
È quindi il turno di Notes from the Underground: si attacca al cupo finale della precedente e all’inizio accentua anche questa caratteristica, corredandolo con un’anima persino neoclassica. Poi però i milanesi cominciano a mostrare tutto il loro estro: pur rimanendo sempre ad aleggiare un bel tono oscuro, molti momenti brillano a livello tecnico. Ma anche quelli più diretti hanno un impatto almeno discreto.
È anche vero, tuttavia, che nel mare immenso che sono i sette minuti della canzone, spesso ci si tende a perdere. Solo alcuni momenti spiccano: per paradosso, molti sono di quelli più lenti e atmosferici, a volte con pochi elementi metal, o anche nessuno.
Quelli più potenti invece tendono a evidenziarsi poco, se non nella seconda metà. Si tratta di una bella progressione, che oscilla tra lidi emozionati e altri cupi e pestati. A parte alcuni passaggi morti, si rivela piuttosto efficace: valorizza un pezzo che, tuttavia, in generale non lo è molto. Risulta solo piacevole, ma non apre proprio nella migliore delle maniere Experiences.

Di sicuro, i Cyrax fanno ora meglio con Dorian Gray: comincia col pianoforte per poi spostarsi su lidi davvero obliqui. È un po’ antimusicale, ma per fortuna la linea devia verso qualcosa di molto più piacevole. Seppur i milanesi tendano molto a variare, in generale, la struttura alterna strofe leggere e allegre, spesso con una melodia corale catchy e ben poco di metal, e scatti invece energici. Anch’essi hanno la giusta musicalità, sia nei tratti più da prog metal classici, sia in quelli più bizzarri nel classico trademark del gruppo.
Ottima anche la fase centrale, che mette in evidenzia melodie simili a quelle che si sentiranno poi e una bella preoccupazione. Preoccupazione che sale fino a un apice, per poi sfogarsi nella buona, malinconica parte solistica. È un altro elemento valido per un pezzo che non impressiona troppo, ma il suo compito lo svolge bene, e alla fine si rivela almeno buono!
A questo punto, Experiences completa la propria crescita con Reflections, pt 2, che dopo un attacco quasi heavy classico si trasforma presto in un pezzo prog intricatissimo. Ma stavolta in maniera piacevole: seppur ipertecnico, l’assalto dei Cyrax colpisce al punto giusto.
Non è una situazione destinata a durare, tuttavia: presto, essa si evolve in una parte centrale che, tra fasi più estrose e altre calmi, evoca tutta una grande malinconia. Malinconia che aumenta poi sulla trequarti, in un tratto potente, quasi epico, ma poi sparisce nel finale, dopo un momento solenne e strano. Allegro, diviso tra metal classico e una chiusura quasi blues/swing, è la giusta quadratura di un brano solido, valido.

Truemetal si attacca alla coda della precedente e ne accentua l’anima più swing. E non è che l’inizio: al suo interno di ciò che viene considerato dai puristi “vero metal” ce n’è giusto qualche goccia. Ma non è un problema: tra elementi elettronici, folk, lirici e anche molti da metal moderno o estremo, la traccia fila che è un piacere. Anche grazie a tanto, tanto progressive che fa da collante al tutto.
Sia i momenti più sperimentali che quelli lineari e musicali funzionano bene, coi secondi che però col tempo si prendono la scena. Sia i bridge, con una melodia catchy al massimo, sia i ritornelli, più corali ma sempre piacevoli, funzionano alla grande.
Degna di nota, poi, anche la fase centrale: coi suoi ritmi western/country con giusto una nota prog non c’entra molto con la traccia, come non c’entrano i toni “cinematografici” con cui si conclude. Eppure, i Cyrax riescono a integrarla lo stesso col resto di un brano che, per il resto, di momenti morti ne ha ben pochi. La sostanza invece è tanta: ciò rende il complesso ottimo, poco lontano dal meglio di Experiences!
A questo punto, i milanesi cambiano direzione del tutto: Óró (‘Se Do Bheatha ‘Bhaile), accentua le coordinate dell’outro malinconico, retto da violini e flauti della precedente. Ne risulta un folk di sapore celtico con giusto qualche nota prog rock: lento, brilla molto per la propria malinconia. Niente svolazzi, stavolta: la struttura è divisa tra strofe sottotraccia e ritornelli invece nostalgici, di gran profondità.
Ottime anche le tante piccole variazioni presenti: a volte più lente, altrove sempre folky, sono comunque un valore aggiunto per il brano. E poco importa se esso ha poco di metal e se è diverso dal resto: anche così si rivela un piccolo capolavoro e uno dei punti più alti dell’intero disco!

Con Wozzeck, la scaletta torna verso il metal, e in particolare il prog tecnicissimo tipico dei lombardi. Un prog che all’inizio tiene alta l’attenzione, ma in cui presto ci si perde. Stavolta, la foga creativa è davvero esagerata: ne risulta un mare di roba senza grande appeal. O meglio: il suo trascorrere è piacevole, essendo ben composto e suonato in maniera sempre competente all’estremo. Ma non risulta più di un piacevole sottofondo: solo a tratti i riff o gli assoli di Marco Chionna e Gianluca Fraschini incidono un po’ (come nel finale), e solo a tratti la schizofrenia dei Cyrax ha qualche incisività. Per il resto, abbiamo un pezzo decente e nulla più: in Experiences scompare.
Per fortuna, a questo punto il disco si ritira su con Odysseia, strumentale senza nulla di metal. È invece del placido prog rock a dominare a lungo. A tratti è davvero delicato, mentre altrove la situazione si fa un po’ più densa, coi bei fraseggi del sassofono di Marco “Wedro Sax” Predabissi (giusto uno dei tanti ospiti del disco) a dominare. Ne risulta una divagazione non eccezionale ma godibilissima e di buon livello.
Ancor meglio fa però Преступление И Наказание (Global Warming), che torna al metal in maniera davvero esplosiva. Già l’avvio è roboante, ma poi la musica prende la via di una fuga tesa e rabbiosa. Il riffage ha un chiaro piglio thrash, nonostante i frequenti svolazzi prog a cui la band lo sottopone. Domina sia nelle strofe, di norma veloci – al di là di qualche divagazione – sia nei refrain. Più quadrati, rallentano di poco ma hanno lo stesso un ottimo impatto.
C’è da dire, dall’altro lato, che a tratti l’anima prog del gruppo spezza un po’ la potenza sprigionata dal resto. Ma in fondo succede solo di rado: per il resto, abbiamo un pezzo che pur non essendo tra i picchi del disco risulta buono e divertente al punto giusto!

Experiences è ormai alla fine: per l’occasione, i Cyrax schierano una breve suite in due parti, dal semplice titolo di “Infinito”. La prima frazione, Prologo, è un’altra strumentale a tinte più rock che metal, in cui i lombardi mostrano di nuovo il loro bagaglio tecnico. Ma stavolta con la giusta consapevolezza, curando bene l’atmosfera: ne è già un ottimo esempio l’inizio, allegro e solare. Ma anche quando inizia una lenta deriva che porta alla fine a toni malinconici e maestosi, il tutto è ben composto. E ciò nonostante l’intrico estremo che il gruppo ci propone.
Ottimo, da questo punto di vista, il lavoro di chitarre e tastiere, ma anche il bassista Marco Corazza e il batterista Lorenzo Beltrami ci mettono del loro. In generale, ogni elemento è bene al suo posto: il risultato è una strumentale molto avvolgente, neppure troppo lontano dal meglio del disco.
Il meglio arriva però con Infinito – Epilogo, che segue, e in cui il gruppo aumenta ancora il livello della frenesia e dell’estro. Merito non solo degli strumentisti, ma anche di Marco Cantoni e delle tante voci che si intrecciano alla sua: cantano tutti in italiano, e non parole qualunque. Per esempio il ritornello, al tempo stesso rabbioso e orecchiabile, cita il celebre incipit della Commedia Dantesca; più volte nel pezzo, inoltre, torna il sonetto Voi Ch’ascoltate di Rime Sparse il Suono di Petrarca.
Ma non sono i soli: altri frammenti del testo citano Leopardi, Ungaretti, D’Annunzio e tanti altri poeti. Il tutto sostenuto da musica che varia anche più della media del disco. Ma con la guida del cantato, stavolta non ci si perde mai, anzi: abbiamo una vera gemma, il picco della scaletta con Óró (‘Se Do Bheatha ‘Bhaile)!

Arrivati a questo punto, sono un po’ combattuto. Da un lato, è vero che dai Cyrax mi aspettavo un pelo di più, specie dopo la maturazione evidenziata in Pictures. Speravo in una crescita ulteriore, invece che un album buono ma non eccezionale come questo.
Dall’altro lato, però, di Experiences ci si può anche accontentare. Si tratta comunque di un lavoro buono e onesto, che vale un ascolto già soltanto per i suoi picchi. Specie se ti piace il progressive metal più intricato e sorprendente: in quel caso, sono sicuro che apprezzerai non poco i lombardi!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ut Queant Laxis02:33
2Notes from the Underground07:07
3Dorian Gray04:43
4Reflections, pt 204:41
5Truemetal07:04
6Óró (‘Se Do Bheatha ‘Bhaile)04:52
7Wozzeck04:03
8Odysseia04:37
9Преступление И Наказание (Global Warming)03:15
10Infinito – Prologo03:55
11Infinito – Epilogo06:11
Durata totale: 53:01
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Marco Cantonivoce
Marco Chionnachitarra, ukulele
Gianluca Fraschinichitarra e cori
Lorenzo Beltramielettronica, suoni, batteria, percussioni, cori
OSPITI
Marco Corazzabasso
Ligeiavoce, cori (tracce 1-6, 11)
Nada Neghizvoce, cori (tracce 1-6)
Vittoria Olivavoce, cori (tracce 1-4, 6, 11)
Stillvoce harsh (tracce 2, 3, 7, 9)
Jacopo Marinellivoce harsh (tracce 2, 7, 9)
Jacopo Bonoratastiere (tracce 1, 5, 8)
Francesco Convertinitastiere (traccia 2), violino (tracce 5 e 6)
Enzo Pignatellitastiere (tracce 3, 4, 10)
Marco “Wedro Sax” Predabissisassofono (tracce 3, 8, 11)
Gregory Sobriovoce harsh (tracce 3 e 5)
Stefano Cucchitastiere (tracce 3 e 4)
Maurizio Beltramiflauto (traccia 5 e 6)
ETICHETTA/E:WormHoleDeath
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa, l’etichetta stessa

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