Moonscape – Entity, Chapter II: Echoes from a Cognitive Dystopia (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEEntity, Chapter II: Echoes from a Cognitive Dystopia (2020) è il secondo album di Moonscape, one man band del polistrumentista norvegese Håvard Lunde.
GENEREParte dal progressive/melodic death metal del precedente Entity (2017) e vi aggiunge ancora più influenze.
PUNTI DI FORZAAlcuni buoni spunti e una composizione più che decente: sono all’origine di un album sempre piacevole.
PUNTI DEBOLIUno stile a cui è venuta a mancare l’anima: il risultato è un lavoro con poco che rimanga in mente.
CANZONI MIGLIORIThe Ails to Withstand (ascolta)
CONCLUSIONIEntity, Chapter II: Echoes from a Cognitive Dystopia è un album piacevole e discreto, ma non riesce ad andare oltre. È consigliato a chi ama il progressive metal più estremo, ma si spera che i Moonscape in futuro facciano di meglio!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
71
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“Buonissimo”: così, all’inizio del 2018, avevo giudicato Entity, esordio uscito alla fine dell’anno prima del progetto Moonscape. Questa one man band del polistrumentista norvegese Håvard Lunde in effetti mi aveva colpito per il suo suono, al tempo stesso progressivo ed estremo. Era una versione più spostata verso il death melodico dei vecchi Opeth, ma senza copiarli: forniva piuttosto una valida alternativa agli svedesi.
Anche per questo motivo, avevo alte aspettative per il secondo lavoro di Moonscape. Aspettative che però almeno in parte sono state deluse all’uscita, lo scorso 23 novembre, di Entity, Chapter II: Echoes from a Cognitive Dystopia. Dietro a questo ambizioso titolo, infatti, non si nasconde il disco della maturità per il progetto di Lunde, come speravo. Al contrario, si sente un deciso passo all’indietro rispetto all’esordio.
Almeno per quanto riguarda il genere, Moonscape non è cambiato moltissimo. Quello di Entity, Chapter II rimane un progressive metal estremo con influssi melodeath, un po’ meno presenti rispetto al primo Entity ma sempre importanti. Una parte di essi è stata però sostituita da un ventaglio di influssi ancor più ampio da parte del musicista scandinavo. Che, in generale, sembra volersi staccare dal riferimento degli Opeth: un fatto anche positivo di suo, ma che nel caso di Moonscape ha condotto a una perdita di personalità.
Il problema principale di Entity, Chapter II è proprio la mancanza di un’anima. Non è un caso se i momenti migliori sono quelli che rimandano al primo Entity; per il resto, qui la musica varia molto di più, ma senza una linea forte a livello espressivo o stilistico a renderla coerente. E il risultato ne risente: parliamo di un album con poco che rimane in mente, anche dopo decine di ascolti.
Per fortuna, non è tutto da buttare: come accennato, alcuni spunti buoni sono presenti, immersi in un mare che quasi sempre presenta almeno un eco della classe dell’esordio. In generale, i Moonscape non hanno lavorato male: Entity, Chapter II è un album ben suonato e composto in maniera più che discreta. Purtroppo però di rado fa la differenza: ciò lo rende molto meno esaltante e molto più nella media di quanto Lunde ci abbia proposto in passato.

L’iniziale A Prelude to Grief è il più classico dei preludi sinfonici. Al suo interno, si scandisce una melodia lenta e solenne, che in qualche modo riecheggia alcune delle armonie presenti poi. Niente di che, ma coi suoi due minuti scarsi non è male come apertura, prima che Illusion of Reality svolti sul metal. Anche se, per il momento, è una svolta molto calma, progressive metal delicato.
Solo col tempo, la musica prende un tono un po’ più malinconico, da classico melodeath, con una melodia che ricorda in parte il primo Entity, seppur in maniera meno potente e più melodiosa. Gli intrecci di chitarra spesso sono quasi maideniani, seppur non manchino anche momenti più pesanti. Alcuni tratti anzi si fanno anche più estremi: il riffage di Lunde è al limite col death classico, come anche il growl al di sopra. Seppur spesso siano presenti tastiere sinfoniche o synth elettronici a mitigarne l’oscurità.
C’è però anche un notevole spazio per delle aperture melodiose, il che tuttavia rappresenta il tallone d’Achille del pezzo. Se alcune di esse funzionano bene, specie quando il ritmo rimane sostenuto e magari il riffage è ancora bello teso, altrove la musica manca un po’ di mordente. Ma il problema principale sono gli eccessi solistici a tratti: se in certi momenti sono significativi, altrove (come al centro) vanno avanti un po’ troppo a lungo, senza che ce ne sia davvero bisogno. È come se la band si guardasse troppo allo specchio, il che rappresenta il difetto peggiore del brano.
Del resto, anche la parte più dura non è proprio perfetta. I momenti più espressivi sono ottimi, ma certi macinano senza dare molto di più. Per fortuna, ciò succede abbastanza di rado: di norma la potenza è quella giusta. Efficaci sono anche i momenti più progressive, che a tratti guardano indietro, all’incarnazione più classica del genere. Sia nei tratti più melodici che in quelli più intricati o nelle bizzarre unioni con la parte più estrema, non funzionano mai male. Degno di nota, infine, la lunga evoluzione finale: parte da toni lievi ma solenni, con la voce dell’ospite Marcela Villarroel, per poi crescere. Ma senza staccarsi dalla calma: tra chitarre doom e il violino di Alexandra Laya che ricorda quasi i My Dying Bride, è una bellissima parte.
Il risultato di tutto ciò è un pezzo lunghissimo coi suoi quasi diciassette minuti, e che a tratti risente un po’ della sua prolissità. Ma, in generale, non è poi malaccio: si rivela gradevole, pur rappresentando il punto più basso di Entity, Chapter II.

Episodio ben più breve, con The Ails to Withstand il progetto Moonscape ritrova un maggiore focus. Lo si sente dall’inizio, cupo ma profondo come il melodeath comanda, per poi svilupparsi in senso aggressivo. Tra il growl e ritmiche tra il death e addirittura il black metal, è un bel panorama, estremo ma non troppo: la melodia e un certo lato emotivo, non mancano mai, per quanto a tratti si nascondano un po’. Specie nei momenti col blast e un riffage energico, feroce.
Altrove però il sentimento torna fuori, in aperture sognanti seppur in maniera crepuscolare, mogia. È quest’ultima, tra l’altro, l’anima dominante nella seconda parte della canzone, che tende ad aprirsi sempre di più. Fino a raggiungere una lunga apertura, ancora a tinte folk: tra chitarre pulite e un flauto, unito però a echi prog, è una fase che ricorda, da lontano, addirittura i Jethro Tull.
I toni si risollevano quindi nel finale, una lenta ma costante escalation. Parte da toni metal delicati, prog del tipo più melodico, ma poi raggiunge livelli notevoli di frenesia. Stavolta i lunghi assoli per quanto intricati, non sono fastidiosi: tra il maideniano e il power, sanno il fatto loro. E portano a conclusione un ottimo pezzo, il migliore in assoluto di Entity, Chapter II!
La conclusiva In the Mourning Hour continua quindi sulla falsariga del precedente, con un lungo passaggio di chiaro influsso power metal. Un’influenza che dura per lunghi minuti, anche quando spunta il growl: solo col tempo i Moonscape tornano con più convinzione su sentieri più estremi. All’inizio accade in piccole dosi, tra i passaggi più leggeri e scanzonati; poi però al centro quest’anima riprende il sopravvento.
Rimane ancora qualche rimasuglio iniziale, ma il tutto è molto oscuro. Tuttavia, anche questo panorama è destinato a passare, dopo aver toccato un apice al centro. Tra nuovi influssi power e altri estremi, che raggiungono un nuovo momento intenso sulla trequarti, la tendenza è però all’apertura. Fino a un finale molto calmo, solenne, solare, che avvolge a dovere. Seppur la conclusione vera e propria sia un outro sottotraccia, che riprende la melodia di base con cui iniziava il precedente Entity.
Si chiude così un pezzo godibile per buona parte della sua durata. ma che, dall’altra parte, ha pochi scossoni, un po’ di confusione su quale direzione prendere e in generale si rivela solo discreto. Triste a dirsi, ma è anche il destino del disco che chiude: questo rappresenta perciò il suo perfetto manifesto.

Come ormai avrai capito, Entity, Chapter II è un album piacevole per lunghi tratti, ma non riesce ad andare molto oltre. Per quanto sia mezzo gradino sopra la media, in generale non è troppo lontano dal tipico album prog, ottimo sul lato formale ma vuoto nella sostanza.
Certo, se ti piace il progressive metal più estremo, quest’album e in generale il progetto Moonscape continuano a esserti consigliati. Tuttavia, per quanto mi riguarda il primo Entity era molto meglio. E posso solo sperare che, in futuro, Håvard Lunde sia capace di ritornare su quei livelli!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1A Prelude to Grief01:48
2Illusion of Reality?16:54
3The Ails to Withstand08:30
4In the Mourning Hours10:14
Durata totale: 37:26
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Håvard Lundevoce, chitarra, tastiere, basso
OSPITI
David Åkessonvoce
Drake Chrisdensenvoce
Runar Steen Hansenvoce
Pauli Soukavoce
Marcela Villarroelvoce
Linus Abrahamsonchitarra solista
Mark Antonychitarra solista
Andreas Jonssonchitarra solista
John Kiernanchitarra solista
Leviathanchitarra solista
Cezar Popescuchitarra solista
Rafael Agostinotastiera
Aaron Minichtastiera
Diego Palmatastiera
Bret Barnessassofono
Eirik Dischlerorgano
Alexandra Layaviolino
David Russellpianoforte
ETICHETTA/E:Moonscape Music
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa, Metal Devastation Radio

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