Rush – 2112 (1976)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONE2112 (1976) è il quarto, celebre album dei Rush.
GENEREUn hard rock classico si unisce a un suono progressivo, per un risultato che sa ben variare, tra lidi più potenti e altri delicati.
PUNTI DI FORZAUno stile che ha una marcia in più, grazie all’ottima capacità dei canadesi di variare tra varie sfumature di atmosfera in un modo molto avanti per l’epoca. Insieme a un songwriting saggio e grandioso, consente al disco di raggiungere livelli eccelsi
PUNTI DEBOLIUn paio di pezzi minori, che però non inficiano quasi per niente la grandiosità del resto.
CANZONI MIGLIORI2112 (ascolta), A Passage to Bangkok (ascolta), Something for Nothing (ascolta)
CONCLUSIONI2112 è un album quasi perfetto: chiunque ami i generi che i Rush mescolano o anche solo l’hard rock classico dovrebbe possederlo!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
98
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Nella mia vita di ascoltatore, ci sono stati album con cui è stato amore a prima vista – o meglio, ascolto. Molti di essi sono poi entrati, se non tra i miei preferiti, almeno in quel ristretto circolo di album che ritengo capolavori assoluti e immortali. Ma non sempre capita così: al contrario, ci sono album che all’inizio magari non ti intrigano, e devi ascoltarli molte volte, quasi coltivando il rapporto, prima di riuscire a entrarci dentro e scoprirne il vero valore. Per me è stato il caso, tra gli altri, di 2112 dei Rush.
Ai primi ascolti, anni fa, non mi aveva preso granché. Oltre a sopportare poco la voce di Geddy Lee, troppo acuta per i miei gusti, era soprattutto la musica a lasciarmi perplesso. Tra il suo hard rock tipico dell’epoca e le tante pause con cui lo intervallava, non mi sembrava molto invitante. Col passare degli ascolti, tuttavia, sono riuscito ad abituarmi a queste caratteristiche e ad andare oltre.
Ho scoperto così, per esempio, che per quanto sia davvero classico, l’hard rock di 2112 ha una marcia in più. Merito non solo degli influssi progressivi, non spinti come i Rush sperimenteranno in futuro ma già importanti nel suo tessuto. E neppure merito solo della potenza, a tratti sopra la media, che i canadesi sanno sperimentare: il loro miglior pregio è la capacità di variare tra diverse sfumature di atmosfera.
Per chi ascolta metal moderno è quasi un fatto scontato, ma nel 1976 di sicuro non lo era: la musica dura tendeva invece a essere più lineare. È proprio questa la specialità di 2112: al suo interno, i Rush mostrano un livello compositivo molto avanti rispetto alla propria epoca. Va oltre la semplicità dell’hard rock del periodo soprattutto per sensazioni, il che consente al trio canadese di raggiungere livelli eccelsi. Anche senza calcare troppo sulla complessità a livello di strutture: un altro ambito in cui i canadesi si mostrano superiori, con la saggezza di non esagerare mai troppo.
Il risultato è un album con davvero tanto da dire. Forse la registrazione vintage sarà invecchiata dopo quarantacinque anni, ma lo stesso non vale per le canzoni nella loro essenza profonda. Che, ancora oggi, sanno colpire al cuore ed emozionare benissimo!

2112 si apre con la sua celebre title-track, quella che coi suoi venti minuti occupava l’intero lato “A” del vecchio vinile. Eppure, i Rush non fanno pesare la sua lunghezza: già qui la loro classe è ben evidente.
Un breve intro elettronico e spaziale, in linea col concept fantascientifico delle liriche, poi ci ritroviamo in un ambiente orientato all’hard rock. Ma non senza eclettismo: non è solo l’influenza progressive, ma anche i tanti incroci tra chitarre pulite e distorte, i tanti cambi di ritmo e in generale l’estro della band. Un estro che però non fa mai perdere loro il focus sulla musicalità.
Già questa prima frazione, intitolata Overture, mette in mostra entrambi. Tra momenti più elettrici e altri più calmi, melodie e bei riff, malinconia e brillantezza è un fluire del tutto strumentale (a eccezione dei vaghi cori) ma avvolgente e sempre esaltante, hard rock progressivo ai massimi livelli. È così ben congegnato da rappresentare addirittura uno dei momenti topici del pezzo e persino dell’intero disco. Ma anche ciò che segue non è da meno, come si sente bene nella successiva The Temples of Syrinx.
Più lineare, è pressoché un mini-brano nel brano, e di gran livello. Il riffage di Alex Lifeson è ottimo, esotico ma a tratti potente quasi a livelli metal. Sostiene bene la voce di Lee sia nelle strofe, più allegre e brillanti, sia nei ritornelli, preoccupati ma catchy all’estremo.
Un paio di minuti con questa semplice alternanza, poi la musica si spegne. Ma il brano è lungi dalla fine: è invece il turno di Discovery, frazione che non ha nulla di distorto. È soltanto un lungo passaggio con solo voce e chitarra, a metà tra prog rock e un influsso folk alla maniera delle ballad dei Led Zeppelin. Quest’ultima ispirazione tra l’altro emerge forte nella seconda metà del pezzo, quando i toni cominciano ad alzarsi e ad abbassarsi. Ma senza mai abbracciare di nuovo l’elettricità, fino alla fine.

Quando sembra quasi che la suite abbia preso una via più soffice, i Rush rafforzano le melodie del tratto precedente. E così, con Presentation, 2112 torna all’hard rock: per ora è calmo, allegro come da norma del genere negli anni ’80. E a momenti lo diventa anche di più: ci sono degli stacchi ancora aperti e morbidi, pur avendo stavolta basso e batteria a dare più ritmo. Anch’essi rientrano in un’aura molto calorosa e incisiva, il vero punto di forza del frammento.
La sua calma qualche minuto, ma poi i canadesi accelerano. Su una melodia che ricorda The Temples of Syrinx, si staglia allora l’assolo di Lifeson, rapidissimo e musicale. Ne risulta un altro dei momenti topici del disco, oltre che un intro per Oracle: The Dream. Che poi torna a qualcosa di calmo.
Ipnotico, all’inizio ricorda il rock psichedelico più leggero degli anni settanta, ma in seguito i toni più duri tornano a galla. Non aggressivi, però risultano belli potenti, sia nei momenti più lineari che in quelli obliqui e progressivi. Al tempo stesso sono tuttavia abbelliti da una grande ricercatezza, in un equilibrio perfetto.
Più o meno, la stessa struttura viene seguita anche da Soliloquy: inizia lenta, col suono di un ruscello e lievi chitarre che rimandano a Discovery. Ma all’improvviso l’hard rock torna, tagliente e con persino un che di epico. Merito del ritmo lento di Neil Peart e delle armonizzazioni della chitarra, anch’esse evocative. Sono un valore aggiunto per un nuovo passaggio eccellente, in una serie che ormai è quasi alla fine.
Sì, perché i Rush concludono ora 2112 con Grand Finale – un nome, un programma! Più dinamica di quanto l’ha preceduta già all’attacco, diventa poi intricata e progressiva. Ma rimane anche l’energia: il risultato è quasi precorre il progressive metal che sarebbe nato solo una decina di anni dopo. Tra ritmiche, assoli e controtempi, è un finale rumoroso: lo diventa sempre di più, finché una voce cupa ed effettata non parla. Mette il sigillo a un brano incredibile: non solo rappresenta una delle prime suite prog applicate al rock duro. Soprattutto, è un pezzo splendido e perfetto, senza un istante di noia nei suoi venti minuti e mezzo!

Dopo un simile macigno, era difficile non sfigurare, ma il trio ci riesce lo stesso. Lo si sente dall’avvio di A Passage to Bangkok, che incrocia influssi orientaleggianti e un riff oscuro. Quest’ultimo è la base anche per le strofe della canzone: crepuscolari ma in maniera sottile, avvolgono in una maniera splendida.
Nel seguito però il brano cresce in brio e allegria, tra assoli e influssi quasi funky. Una tendenza che arriva fino ai ritornelli: solari, calmi, risultano lo stesso orecchiabili. Coronano una progressione semplice ma significativa; ottimo anche l’assolo al centro, musicale e valido. Anch’esso contribuisce a un’altra traccia perfetta, che riesce persino a eguagliare la precedente tra i picchi di 2112!
Con The Twilight Zone, i Rush abbassano quindi il voltaggio. Dopo un avvio melodico ma hard, il tutto perde di energia in maniera repentina fino a diventare una vera e propria ballata. Già le strofe sono calme, delicate, pur avendo un ritmo piuttosto incalzante e una certa animazione. La loro allegria però si perde nei refrain: rallentati, esprimono una malinconia notevole. Lo stesso sentimento evocato anche dall’assolo finale, bluesy e intenso. Chiude nella migliore delle maniere un pezzo forse non grandioso come gli altri nel disco, ma più che degno di stare al suo interno!
Nella successiva Lessons, si risentono quindi gli influssi zeppeliniani. Accade soprattutto nelle strofe: ritmate con chitarre pulite, hanno la tipica allegria del gruppo inglese. Ma qualche venature c’è anche nei bridge e nei ritornelli, che pure risultano più pesanti. L’energia è però accoppiata con la solita esplosività e vitalità, tipiche dell’hard rock dell’epoca. In un connubio molto ben riuscito.
A parte un assolo vivace nel finale, non c’è altro in un pezzo che vola via come il vento. E che risulta di gran livello: pur essendo il punto più basso della scaletta e pur non lasciandosi ricordare come gli altri, il livello è alto. In quasi tutti gli album, specie quelli medi di oggi, brillerebbe come un gioiello assoluto!

Seconda ballad della scaletta, Tears è anche più tranquilla, rispetto a The Twilight Zone. Stavolta, sotto la voce di Lee c’è solo la chitarra pulita di Lifeson, almeno in principio. Poi infatti spuntano elementi prog come il mellotron dell’ospite Hugh Syme o anche la sezione ritmica. Succede per esempio nei ritornelli: di poco più densi del resto, risultano comunque delicatissimi. E riescono a colpire ancora di più del resto con l’aura mogia e delicata che avvolge quasi tutto.
Certo, c’è da dire che rispetto al resto, questa traccia non colpisce tantissimo: insieme alla precedente rappresenta il punto più basso di 2112. Ciò non toglie, però, che anche stavolta i Rush abbiano fatto le cose come si deve: se Tears non impressiona, è anche per l’eccezionalità del resto. E anche per la chiusura in grande stile che aspetta l’ascoltatore di lì a breve.
Sì, perché per porre fine al disco i canadesi si sono riservati un altro pezzo da novanta come Something for Nothing! Anch’essa attacca soffice, con un arpeggio più disteso che possiede di nuovo un vaghissimo retrogusto di Led Zeppelin. Ma dopo poco, rivela la sua vera natura, passando in breve a un hard rock di ottima energia.
Strofe pesanti e dinamiche si esauriscono in breve in bridge più lenti, con quasi un eco sabbathiano. Poi però spuntano passaggi di nuovo spezzettati e prog: danno il là a ritornelli anche più d’impatto. Merito non solo del riff classico ma bello, ma anche della melodia catchy cantata da Lee, che dà loro una marcia in più.
Un assolo centrale veloce e scatenato e uno simile sotto all’ultimo ritornello sono tutto il resto di un brano piuttosto lineare, ma da urlo. Per quanto mi riguarda, è addirittura il migliore dell’intera scaletta insieme alla title-track e A Passage to Bangkok. Nonché un finale col botto, appropriato a un disco di questo livello!

A dispetto della sua sostanza, in 2112 rimane un rammarico. Non fosse stato per un paio di pezzi minori, potremmo addirittura parlare di un album perfetto. È tuttavia un rammarico minuscolo: anche così, parliamo di un album davvero stellare in tutti sensi (E non solo per il concept della title-track)!
È questo il motivo per cui, se ti piace l’hard rock classico (e anche se non ami troppo il progressive), si tratta di un lavoro da recuperare a ogni costo. E non solo per il suo essere (con merito) un classico assoluto del genere: se non ti è mai capitato, corri a farlo tuo. E apprezza la quantità di emozioni e il rock duro di livello spaziale che i Rush hanno da offrirti!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1211220:33
2A Passage to Bangkok03:34
3The Twilight Zone03:19
4Lessons03:52
5Tears03:34
6Something for Nothing03:59
Durata totale: 38:51
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Geddy Leevoce, basso, tastiere
Alex Lifesonchitarra
Neil Peartbatteria
OSPITI
Hugh Symetastiere
ETICHETTA/E:Mercury Records/Polygram Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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