Evangelist – Ad Mortem Festinamus (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEAd Mortem Festinamus (2020) è il nuovo EP dei misteriosi polacchi Evangelist.
GENEREUn epic doom metal molto classico, ispirato ai grandi nomi del genere.
PUNTI DI FORZAUno stile senza originalità ma che tra le mani del gruppo funziona a dovere. Merito di un songwriting ottimo e ad atmosfere convincenti.
PUNTI DEBOLIUn’eccessiva somiglianza tra le costruzioni melodiche delle varie tracce, il che alla lunga dà fastidio. Ed è all’origine di qualche pezzo meno bello.
CANZONI MIGLIORIPercival (ascolta), The Puritan (ascolta)
CONCLUSIONINonostante il suo difetto, Ad Mortem Festinamus alla fine si rivela un EP valido, che incuriosisce sul resto della discografia degli Evangelist. Può perciò risultare apprezzabile a chi ama l’epic doom metal.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 80 per gli EP
70
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Negli ultimi decenni – e ancor più negli ultimi anni – la Polonia si è ritagliata la sua importanza, nell’ambito del metal. Lo ha fatto soprattutto in ambito estremo, con alcune celebrità e uno stuolo di seconde e terze linee invidiabile spesso anche per qualità. Ma non sono ci solo black e death: anche in altri campi nel paese slavo si possono trovare gruppi interessanti. Come per esempio i misteriosi Evangelist.
Nati a Cracovia nel 2008, da allora hanno prodotto tre full-length che hanno consentito loro di ricavarsi una piccola nicchia, almeno nel ristretto ambito dell’epic doom metal. E ad ascoltare Ad Mortem Festinamus, uscito lo scorso 18 dicembre grazie a Nine Records, non si fa neppure fatica a capire perché. Disco piuttosto lungo ma considerabile un EP, se non altro per le sole cinque canzoni originali più una cover, è un lavoro con diversi punti d’appeal. In primis, il genere: non è niente di diverso dal più classico epic doom, ispirato a nomi ovvi come Candlemass, Solstice e Solitude Aeturnus.
È un suono per nulla originale, ma gli Evangelist riescono a non farlo pesare, se non in certi frangenti di Ad Mortem Festinamus. Merito di un songwriting che, nei suoi momenti migliori, si rivela ottimo. Consente ai polacchi di evocare al meglio l’epicità cupa e disperata che ha reso grande il genere, e di renderlo convincente. Il che a sua volta permette al gruppo di non risultare trito. Almeno di solito.
Sì, perché sono dell’idea che un po’ di varietà in più non avrebbe fatto male a Ad Mortem Festinamus. Purtroppo, le costruzione melodiche degli Evangelist tendono ad assomigliarsi molto tra loro, il che alla lunga dà fastidio. La fortuna, in questo caso, è la brevità dell’album: a lungo andare avrebbe rovinato anche di più il disco. Ma anche così, limita un po’ la sua resa: è il principale difetto di un EP che altrimenti sarebbe stato davvero ottimo. E che anche così, come leggerai, risulta comunque più che buono!

Un frammento ripreso dal film Excalibur di John Boorman, poi Perceval attacca potente ed evocativa. Le melodie di chitarra, molto belle, esprimono già da subito sia l’epicità della figura che ispira il testo, sia la sua tragicità, mentre in questa fase strumentale le ritmiche sono solo uno sfondo. Ma poi nel seguito della canzone si fanno più importanti, specie nelle strofe, dove accompagnano la voce del cantante (anonimo come tutti gli altri membri del gruppo), bella e che da lontano ricorda quella di Messiah Marcolin.
Insieme, si crea una progressione sempre più cupa e anche aggressiva, a modo suo. Poi però le tensioni cominciano a sciogliersi: il tempo di bridge ancora cupi ma più aperti, quindi in scena erompono i ritornelli. Melodiosi, di malinconia assoluta, colpiscono davvero al cuore, pur senza chissà quale fuoco d’artificio. Sono il momento topico del pezzo, ma anche il resto li aiuta molto: la struttura è ben impostata, e lo stesso vale per la classica fase strumentale. Più qualcosa di marziale che un vero assolo – che pure è presente, ma breve – arricchisce anch’essa un gran bel pezzo. Carico a livello emotivo, musicalmente studiato a meraviglia, è un piccolo gioiello, il punto più alto di tutto Ad Mortem Festinamus!
Gli Evangelist non fanno però troppo peggio con Anubis (On the Onyx Throne of Death). Come indica il nome stesso, stavolta oltre ad avere il classico piglio epic doom le melodie iniziali ne hanno anche uno esotico. Un gusto che torna in alcune melodie successive, ma per il resto il brano è più classico: lo si sente nella norma di base, cupa sia nei potenti momenti strumentali sia in quelli più sottotraccia, striscianti che reggono le strofe. E che, col tempo, lo diventano sempre di più.
Anche stavolta però i ritornelli cambiano verso: più estroversi, al loro interno i polacchi trovano un’altra melodia vincente. Carica al tempo stesso di tristezza e di forza, colpisce molto bene e si stampa in mente con facilità. Sono la massima variazione del pezzo insieme alla fase centrale.
Più lenta e calma, con solo lievi cori all’inizio a cui poi si unisce la sezione ritmica e la voce del cantante, cresce lenta. Anche troppo, a tratti, prima di arrivare all’apice di un assolo invece ben costruito. È l’unico difetto di un brano per il resto ben fatto: pur sfigurando tra i due picchi del disco, in fondo non lo fa troppo!

A questo punto, The Puritan cambia un po’ verso rispetto a quanto sentito finora in Ad Mortem Festinamus. La base rimane sempre epic doom, ma alcune lievi venature ricordano lo sludge o persino il black metal: venature che gli Evangelist utilizzano per rendere il tutto più cupo. Lo si sente soprattutto, oltre che negli momenti strumentali, nei bridge: arrivano dopo strofe già molto oscure e le rendono anche più arcigne. Ma poi, come da norma della band, il tutto si apre coi refrain.
Le dissonanze sono le stesse, ma cambia il loro ruolo: in questo caso, accompagnano il cantante con un tappeto lieve e sentito. Oltre che incalzante: il risultato avvolge benissimo, il momento più catchy e valido dell’intero pezzo. Non che il resto sia peggio, però: la struttura funziona ancora una volta bene, nella sua brevità con solo l’assolo sulla trequarti come ovvia variazione. E, in fondo, non serve altro: anche così abbiamo un grande episodio, il migliore del disco dopo Perceval!
Purtroppo, se finora i polacchi sono riusciti a compensare con l’ispirazione, da Pale Lady of Mercy l’omogeneità del disco comincia a pesare con forza. Un inizio mogio con la chitarra semipulita, poi spunta un panorama più sinistro che evocativo. Ma per il resto, non è niente di diverso dalla media del genere: qualcosa che sin da questo inizio pesa un po’: lo stesso vale per le strofe, seppur in misura minore. Per melodia ricordano un po’ i Solstice: pur essendo più truci, sanno il fatto loro.
Il vero problema sono invece i refrain: la loro armonia di base, per quanto gradevole, non sa solo di già sentito, ma risulta davvero scontata. La parte più interessante è invece quella centrale, delicata ed espressiva coi suoi bei arpeggi puliti, mogi e sottili. Per il resto, abbiamo un pezzo discreto, piacevole, ma nulla più. Di suo sarebbe migliore, ma dopo quanto sentito nel disco non può che risultarne il punto basso.

A questo punto, con Towards the End gli Evangelist ritirano su Ad Mortem Festinamus, ma solo di poco. Un altro avvio soffice, poi ci ritroviamo in un pezzo più duro rispetto al resto. Per quanto non sparisca del tutto, qui l’anima epica del gruppo lascia spazio a qualche influenza da doom classico. Accade in special modo nella falsariga di base, lenta e mogia, con un tocco strano, obliquo. Ma poi i refrain tornano a qualcosa di solenne e ritmato: non troppo catturanti, stavolta, risultano però godibilissimi.
Lo stesso vale per i tratti melodici, con la chitarra acustica che ogni tanto spunta qua e là. Buona anche la fase centrale, obliqua e oscura: entrambi gli elementi arricchiscono un complesso costruito a dovere, ma che al contrario delle altre rimane ben poco in mente, se non in qualche dettaglio. È questo il difetto principale di un pezzo buono ma non eccezionale: sa il fatto suo, ma non spicca troppo nella scaletta.
A questo punto, in chiusura è il turno della già anticipata cover, nientemeno che di Mystification dei Manilla Road. Una scelta non così particolare, in fondo, considerando quali sono le coordinate dei polacchi: speciale è però la maniera in cui questi ultimi la affrontano. Non seguono in maniera pedissequa l’heavy metal originario, e non la portano neppure nel loro doom. All’interno di questa versione, non c’è davvero nulla di metal: ne viene fuori invece una ballad solenne, calma, dimessa.
Per tutta la durata, sono le chitarre pulite a dominare: a tratti in solitaria, altrove vengono accompagnate da lievi tastiere. Più rara invece è la presenza evidente del basso, che dà più profondità – mentre di solito è molto in sottofondo o persino assente. Il tutto accompagnare la voce nostalgica del cantante, con una voce mogia e adatta ai toni del pezzo. Toni che si alzano solo a tratti, come per esempio sulla trequarti: per il resto, però rimangono sognanti, crepuscolari e molto, molto malinconici.
Anche per questo, nonostante la differenza con l’originale e col resto del disco, la scelta del gruppo risulta vincente. Forse non sarà una canzone eccezionale, ma come rilettura è istrionica e molto ben riuscita. Niente male come chiusura dell’EP!

In fin dei conti, Ad Mortem Festinamus non farà gridare al miracolo. Tuttavia, si rivela un EP valido: al di là del suo difetto principale, è interessante e può incuriosire chi, come me, non aveva mai avuto occasione di ascoltare gli Evangelist. Anche per questo, se ti piace l’epic doom metal, te lo consiglio: ti troverai davanti un lavoro piacevole e di buonissimo livello!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Perceval07:16
2Anubis (On the Onyx Throne of Death)06:16
3The Puritan05:51
4Pale Lady of Mercy06:18
5Towards the End05:06
6Mystification (Manilla Road cover)05:29
Durata totale: 36:16
FORMAZIONE DEL GRUPPO

ETICHETTA/E:Nine Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Clawhammer PR

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