Kataklysm – Epic (The Poetry of War) (2001)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEEpic (The Poetry of War) (2001) è il quinto album dei Kataklysm.
GENEREDi base il classico “northern hyperblast” del gruppo, un death metal ibrido tra la durezza classica e armonie melodeath. A ciò però i canadesi uniscono un lato atmosferico ed evocativo, aiutato anche da alcuni influssi black metal.
PUNTI DI FORZAUn ibrido particolare e ben integrato nella personalità del gruppo. Viene sostenuto da un ottimo equilibrio tra un lato emotivo profondo che beneficia di una buona cura per la atmosfere, e una componente aggressiva sempre ben spinta, grazie anche a un ottimo gusto per ritmiche potenti.
PUNTI DEBOLILa voce di Maurizio Iacono risulta poco piacevole quando usa lo scream. In più, a limitare l’album ci sono qualche pezzo meno bello e una registrazione un po’ troppo grezza, rimbombante.
CANZONI MIGLIORIIl Diavolo in Me (ascolta), Manipulator of Souls (ascolta), As the Glorious Weep (Roma: part 2) (ascolta), When Time Stands Still (ascolta)
CONCLUSIONIAl di là delle sue sbavature, Epic (The Poetry of War) è un lavoro onesto e solido, che sperimenta bene e lo fa intrattenendo. È consigliato perciò a chi ama il genere dei Kataklysm.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
85
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Nel metal come nella musica in generale, sperimentare non è mai facile. C’è sempre il rischio di incappare in un passo falso, tanto più grave quanto più ci si allontana dalla propria comfort zone. Tuttavia, ciò non significa che sia sbagliato in sé: se un artista o un gruppo hanno volontà, passione e soprattutto idee chiare sulla direzione da prendere, sperimentare più che una possibilità diventa quasi un dovere. Se non altro perché ne risulterà qualcosa di buono, anche se l’esplorazione non si allontanerà troppo dall’origine. È il caso di Epic (The Poetry of War).
Nel duemila, i Kataklysm avevano pubblicato The Prophecy (Stigmata of the Immaculate), quarto lavoro che, per quanto mi riguarda lascia qualche dubbio. Pur non essendo del tutto male e avendo i suoi momenti, in generale sembra un album in cui la band canadese si mostrava stanca, non del tutto ispirata. C’era bisogno di un cambiamento: una realtà di cui forse anche i Kataklysm erano consapevoli. Fu forse per questo, o forse solo per volontà di sperimentare, che l’anno dopo Epic (The Poetry of War) vide la luce.
Sesto album dei canadesi, come accennato si tratta di un esperimento, seppur “in piccolo”. Del resto, ad animarlo di base è sempre un death metal ibrido tra la durezza classica e armonie melodeath, ossia quel “northern hyperblast” personale che i Kataklysm hanno sviluppato negli anni. Epic (The Poetry of War) lo rilegge però in un senso più atmosferico ed evocativo. Un senso aiutato anche da alcuni influssi black metal, che si rifanno spesso alla branca più epica e “vichinga” del genere.

È un ibrido un po’ particolare, ma che nelle mani dei canadesi funziona bene. Merito di un ottimo equilibrio tra un lato emotivo profondo, convincente e una componente possente, aggressiva sempre ben spinta, grazie all’ottimo gusto dei Kataklysm per le ritmiche potenti. Ma Epic (The Poetry of War) brilla anche per la cura delle atmosfere, magari non approfonditissima ma attenta. Di certo, molto più della media del death metal: è questo a rendere le strutture complesse del disco accessibili.
Poteva, forse, essere addirittura un capolavoro, non fosse stato per qualche difetto che, qua e là, affligge l’album. In primis, il particolare che ho trovato quasi fastidioso in buona parte dell’album è l’uso che Maurizio Iacono fa della sua voce. Se il suo growl è ottimo, trovo che quando tira fuori lo scream sia un po’ troppo strozzato, e stoni con la musica dei Kataklysm. Anche questo contribuisce a rendere la scaletta Epic (The Poetry of War) un po’ ondivaga, con qualche canzone meno bella. Non aiutata poi da una registrazione un filo troppo grezza e rimbombante per i miei gusti. Tutti difetti che limitano la resa del gruppo, ma in fondo non granché: anche così, l’album rimane degno di un nome famoso come quello dei canadesi!

Un breve campionamento (inquietante) preso dal film Hellraiser: la stirpe maledetta del 1996, poi Il Diavolo in Me entra nel vivo subito tagliente. Sul blast battente tipico dei canadesi, il riff di Jean-François Dagenais è a motosega, da death classico, ma presto prende vira sul melodico quando Iacono comincia a cantare. È l’inizio di strofe un po’ trattenute nel ritmo ma avvolgenti con la loro disperazione labirintica.
Ancor meglio va nei momenti che cambiano ritmo: ottime per esempio le fasi più lente e contenute, che evocano una bella malinconia. Malinconia che raggiunge l’apice nei tratti considerabili refrain: insieme possenti e lancinanti, colpiscono molto bene. Lo stesso vale anche per i passaggi rabbiosi sparsi qua e là. Ben scanditi dai riff e dalla batteria di Max Duhamel, che li porta a tratti su tempi medi, altrove in fughe battenti, dalle vaghe venature death, incidono sempre bene. Ma forse il momento migliore è il lungo finale.
Tra momenti più estremi e altri melodici (fino a un finale cantato addirittura in italiano!), è un fluire ben costruito e appassionante. Lo stesso che si può dire del pezzo, peraltro: nonostante la brevità, si rivela intensissimo e significativo, subito tra i picchi di Epic (The Poetry of War)!
La successiva Damnation Is Here si apre lenta, strisciante: fa quasi prevedere un pezzo che lo sarà altrettanto. Ma tempo qualche secondo e i Kataklysm prendono a martellare, con una base espansa ma caotica, death melodico del tipo più cupo con vaghi influssi black. È una base che regge sia alcuni momenti strumentali che i ritornelli: tempestosi, di gran rabbia, hanno una buona potenza.
Anche il resto però non è da meno: le strofe per esempio sono cupe e martellanti, col loro riffage arcigno. Lo stesso vale per i momenti più taglienti che si aprono a tratti, o per quelli meno dinamici ma sempre oscuri. C’è però spazio anche per aperture molto melodiche, che aggiungono un tocco di profondità a un complesso per il resto molto tirato e rabbioso. E che in questa sua natura evoca vera aggressività: ne risulta un episodio forse non tra i picchi del disco ma validissimo, un gran bell’ascolto nel suo!

A questo punto, con la saga “Roma”, Epic (The Poetry of War) imbocca una via più calma, persino atmosferica. Lo si sente già da Era of the Mercyless, traccia in cui i Kataklysm lasciano da parte i ritmi serrati. Ci ritroviamo allora in un pezzo che, all’inizio, alterna momenti lontani, nostalgici ma in maniera epicheggiante, e altri più cattivi. Ma senza pestare troppo sulla cattiveria: piuttosto il riffage di Dagenais è molto fruibile, col suo retrogusto death ‘n’ roll.
Ottime anche le strofe, che deviano da questo dualismo per spostarsi su lidi melodeath classici ma in qualche modo mogi, dimessi. Ancor di più lo sono poi i ritornelli: lenti, melodiosi, disperati, si spostano ancora di più su una sottile tristezza. Sono il completamento perfetto di una struttura lineare e semplice: seppur con qualche variazione, gira sempre a queste impostazioni (e solo nella brevissima coda finale torna davvero ad aggredire). E in fondo non serve altro, per consegnarci un altro pezzo ottimo.
È però un’altra storia con As the Glorious Weep, con cui i canadesi invece delle piccole influenze sentite finora abbracciano il black metal con forza. E lo fanno in maniera ottima: ci ritroviamo in un episodio che potrebbe trovar posto in un disco viking o pagan senza sfigurare. Lo si sente sin dall’inizio, con un riffage da brividi in quanto a carica epica, gloriosa come suggerisce il titolo stesso.
Ma anche lo sviluppo non è da meno: al suo interno, strofe espanse e atmosferiche ma già battagliere confluiscono in bridge con lo stesso piglio, seppur portato in ambito death. Introducono a loro volta chorus che riprendono la norma iniziale, su cui Iacono tira fuori uno scream doloroso e stavolta molto convincente. Arricchisce il pezzo in generale, aiutando la sua disperazione cosmica ma al tempo stesso evocativa.
Ottimi anche gli altri passaggi death, presenti soprattutto al centro. Che siano macinanti oppure si aprano alla melodia, punteggiano in maniera sapiente la canzone, e ne aiutano la carica epica. Il risultato è di livello pregevole: non sarà tra i migliori dei Epic (The Poetry of War) ma gira a pochissimo da quel livello!

Con Shives of a New World, i Kataklysm tornano al death metal con forza. L’assalto iniziale è davvero prorompente, ricorda quasi la branca svedese del genere, classica ma contaminata dal melodeath. Un piglio, quest’ultimo, che col tempo si prende il sopravvento in diverse aperture. Più dissonanti e lente alcune, altre sono invece veloci ed espressive. Seppur in ogni caso entrambe siano d’arricchimento per un’evoluzione non troppo significativa, ma sempre piacevole.
Nella sua durata, la canzone tende ad aumentare questa tendenza fino al centro, che invece si fa brutale. Tra brevi ritorni cupi della melodia e sfoghi davvero rabbiosi, è un momento oscuro, ma non si integra male, neppure nei tratti in cui lo scream di Iacono dà fastidio. Il che non è un gran problema: rimane un momento valido per una traccia che spicca poco, ma per il resto si rivela buona, piacevole il giusto!
È però un’altra storia con Manipulator of Souls, che sin dal vocalizzo iniziale si mostra addirittura catchy(!). È la melodia che poi animerà i ritornelli: introdotti da brevi momenti truci, martellanti, si pongono graffianti e oscuri, di gran impatto.
Il resto però è anche meglio, vista anche la velocità su cui Duhamel lo conduce. Melodeath da manuale, ha però un lato armonico ed emotivo invidiabile. Ma anche l’anima rabbiosa di influsso black o il finale terremotante hanno un loro perché: in generale, parliamo di un pezzo breve ma ispiratissimo. E che per questo merita un posto tra i picchi di Epic (The Poetry of War)!
I Kataklysm però non abbassano granché l’asticella con Wounds, che all’inizio mostra di nuovo un’anima più atmosferica. Con poco di black metal nel riff di Dagenais, la musica però è molto espansa, specie nella norma di base. Con la sua lentezza, evoca una cupezza rarefatta, non troppo opprimente. Un’oscurità che colpisce bene sia nei momenti più eterei che in quelli di poco più pestati.
Poi tuttavia i canadesi cambiano strada dai bridge: death metal moderno che ricorda alla lontana il brutal, quasi stona nel pezzo. Ma non ne rovina troppo l’anima, visto che nei refrain la musica torna alla falsariga precedente, riletta però in chiave più dinamica. Per un risultato dimesso, sognante, oscuro quasi da brividi.
È anche questo a consentire al pezzo di andare oltre al suo difetto e risultare vincente. Non sarà tra il meglio del disco (per quanto avrebbe potuto), ma si rivela lo stesso di ottimo livello!

A questo punto, What We Endure entra in scena di nuovo aggressiva come da norma del gruppo. Il che però, in questo caso, non è bene: per quanto possente, l’attacco sa già un po’ di già sentito. Un effetto che, nel proseguire della canzone, non fa che aumentare. È anche questo, oltre a una minore ispirazione, a rendere buona parte della struttura scontata, con poca personalità specie nel confronto con le altre.
Certo, ci sono anche dei momenti validi, come per esempio quelli più melodeath che spuntano qua e là, oppure la fase centrale. Introdotta da un fraseggio del basso di Stéphane Barbe, si sviluppa poi in qualcosa di melodioso, calmo, quasi intimo. Ma non basta per salvare un pezzo in generale solo gradevole e nulla più: sparisce in Epic (The Poetry of War), di cui rappresenta il punto più basso in assoluto!
Per fortuna, nel finale i Kataklysm si riprendono bene con When Time Stands Still. Seconda e ultima canzone dopo As the Glorious Weep in cui abbracciano con più forza coordinate black metal, anche qui i canadesi lo fanno nella giusta maniera. Stavolta senza epicità, il ritmo rimane però lento, per una falsariga iniziale davvero minacciosa, grazie anche alle dissonanze tipiche del genere.
È il punto di partenza di un’escalation che poi si riunisce col death più classico, all’inizio in maniera sempre espansa. Ma poi Duhamel comincia a spingere, in un’escalation sempre più martellante e oscura, che trova il suo apice nei ritornelli. Taglienti, feroci, uniscono il meglio dei due generi in qualcosa di maschio, possente, eppur non senza un filo di profondità, che li valorizza molto.
Questa progressione si ripete due volte, seppur nella seconda la parte più lenta si prolunghi di più, ibridandosi col death ma mantenendo una vocazione più espansa. Ottima anche la parte finale, in cui avviene lo stesso ma in una maniera più potente e fatalista. L’ennesimo tassello ben fatto di una canzone spettacolare: si situa addirittura poco lontana dal meglio del disco che chiude!

Per concludere, al di là delle sue sbavature, Epic (The Poetry of War) è un lavoro onesto e solido, che sperimenta nella giusta maniera. Non sarà tra quelli che lascerà di più il segno, nella carriera dei Kataklysm e in generale nel death metal, che sia melodico o meno. Di certo però i suoi quaranta minuti scarsi sanno intrattenere bene, nella maniera oscura e malvagia che solo il genere suonato dai canadesi sa ottenere. Per questo, se ti piace il gruppo di Maurizio Iacono o in generale se lievi contaminazioni simili fanno al caso tuo, ti è consigliato almeno un ascolto.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Il Diavolo in Me03:25
2Damnation Is Here04:34
3Era of the Mercyless (Roma: part 1)03:32
4As the Glorious Weep (Roma: part 2)04:12
5Shivers of a New World04:07
6Manipulator of Souls03:42
7Wounds04:54
8What We Endure04:57
9When Time Stands Still06:15
Durata totale: 39:28
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Maurizio Iaconovoce
Jean-François Dagenaischitarra
Stéphane Barbebasso
Max Duhamelbatteria
ETICHETTA/E:Nuclear Blast
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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