Royal Hunt – Dystopia (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEDystopia (2020) è il quindicesimo album dei Royal Hunt.
GENERELo stile che i danesi hanno sviluppato nel tempo: incrocia una base prog molto melodica, un substrato power e una forte componente sinfonica.
PUNTI DI FORZALa classe di una band veterana al servizio di ottime melodie, molto orecchiabili, e di cliché riletti in maniera poco stantia. Ne risulta un disco ben scritto e con alcuni momenti di alto livello.
PUNTI DEBOLIUna forte prolissità, con diverse ripetizioni fastidiose specie in alcune canzoni. Ciò rende la scaletta ondivaga, per colpa anche di un po’ di discontinuità stilistica.
CANZONI MIGLIORIBurn (ascolta), The Eye of Oblivion (ascolta), Snake Eyes (ascolta)
CONCLUSIONIForse i Royal Hunt potevano fare di meglio, specie rispetto alla prolissità. Anche così però Dystopia è un buon album, apprezzabile da chi ama i danesi o prog, power e symphonic metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
77
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Se conosci almeno un po’ il mondo del progressive metal, di certo saprai chi sono i Royal Hunt. Tra le seconde linee più in vista del genere, sono in giro addirittura dal 1989: da allora hanno portato avanti una lunga carriera, molto prolifica. Carriera in cui hanno sviluppato il loro personalissimo genere, che mescola una base prog molto melodica con un substrato power. All’inizio corredato da un heavy molto classico, col tempo la band si è spinta piuttosto in territori symphonic. Componente imperante anche in Dystopia.
Addirittura il quindicesimo full-length nella carriera dei Royal Hunt, è un album che per certi versi risente dei tanti anni di attività. Ma per fortuna non lo fa troppo: da un lato, in effetti, la classe di una band veterana come i danesi è ben udibile. Tra ottime melodie, molto orecchiabili, e diversi cliché riletti però in una maniera che pesa ben poco, si sente che non siamo davanti agli ultimi arrivati.
Dall’altro lato, purtroppo, Dystopia non è esente da alcuni problemi. Quello più evidente è una certa prolissità da parte dei Royal Hunt: le strutture da loro impostate vanno avanti troppo a lungo, spesso con ripetizioni. In alcune tracce ha senso, ma ritengo che tagliare alcune parti di troppo qua e là stato meglio.
Questo fattore è all’origine di una scaletta abbastanza ondivaga: colpa anche di una certa discontinuità. Se alcune canzoni sono votate in pieno al power, altre tendono più al progressive, e tra queste due anime a volte c’è un piccolo scollamento. Seppur di norma l’elemento sinfonico riesca a tenerle unite.
In generale, Dystopia riesce in buona parte ad andare oltre le sue pecche. Non sarà perfetto, men che meno tra i migliori nella carriera dei Royal Hunt, ma ha comunque qualcosa da dire a livello musicale. Qualcosa che vale la pena ascoltare, anche al di là del mestiere con cui il gruppo lo ha confezionato.

Inception F541 è il tipico intro di questo tipo di dischi: comincia con lievi effetti ambientali, ma dopo poco entrano in scena le orchestrazioni. Ne risulta un piccolo affresco sinfonico, spesso avvolgente, ma che a tratti dà l’idea di allungare un po’ troppo il brodo. Va avanti infatti per oltre due minuti, e già mostra la tendenza a esagerare in prolissità dei Royal Hunt in Dystopia. Anche se per ora, non dà grande fastidio: come interludio per Burn non è male.
Quest’ultima emerge da un altro breve interludio di suoni ambientali, ma presto si sposta su qualcosa di più potente. All’inizio espanso e prog, presto imbocca una strada power. È un dualismo che si ripresenta anche nella struttura portante del brano: le strofe sono più scomposte, seppur non siano troppo tortuose. E vengano anzi guidate dagli scoppi sinfonici delle tastiere di André Andersen.
Bridge più spogli (se si eccettua il raccordo finale, ricco di orchestrazioni) portano quindi la musica verso i ritornelli. Diretti, potenti, sono symphonic power metal da manuale, con una melodia che per quanto tipica incide molto bene e risulta catchy il giusto. Classica è inoltre la struttura (a eccezione della lunga coda sinfonica, anche un po’ angosciante nel finale), un’alternanza di solito semplice: solo al centro fanno bella figura assoli intricati e veloci, con giusto una spruzzata di prog a tratti. Anch’essi arricchiscono un gran bel pezzo, semplice ma tanto valido da essere il picco assoluto del disco!

A questo punto, con The Art of Dying Dystopia mostra il lato più calmo e progressivo dei Royal Hunt. Un avvio tenebroso, con orchestrazioni plumbee e cori arcani, poi la scena si apre. Ci ritroviamo in un pezzo molto espanso: alcuni tratti sono retti solo dalla sezione ritmica e lievi suoni orchestrali. Altri invece sono più metallici, ma la melodia e la calma regnano anche in questa norma, rendendola quasi sottotraccia.
C’è però spazio anche per ritorni dell’inizio: a tratti cupi, grazie persino a influssi doom, altrove sono meno opprimenti. In questi casi, di solito, introducono ritornelli più aperti, malinconici, in cui D.C. Cooper duetta coi cori. E a tratti, come anche nelle strofe, con un ospite famoso come Mats Levén.
A parte un assolo crepuscolare di Jonas Larsen al centro, non c’è molto altro in una canzone che dopo cinque minuti (e un ultimo chorus un filo troppo allungato) si spegne e sembra conclusa. Ma poi la musica si riprende, e con forza: all’inizio c’è solo un sospiro, ma presto le orchestrazioni lanciano una notevole escalation. Una prima parte di nuovo oscura lascia presto spazio a un momento power ancora ombroso, ma catchy. Martella per poco, prima di portare a conclusione una canzone che, pur col suo difetto, rimane godibile e di buonissimo livello.

Prima delle due ballad di Dystopia, I Used to Walk Alone inizia con dei suoni di pioggia e un pianoforte che ne anticipa la melodia del ritornello. Momento più denso del pezzo, presenta anche elementi metal, seppur lievi: a dominare sono invece le tante voci intrecciate e i cori. All’origine di un’aura leggera, serena: avvolge in maniera gradevole anche al di là di una melodia di base non riuscitissima, molto banale.
In ogni caso, le strofe di norma sono più rarefatte, vedono spesso solo il piano oppure le orchestrazioni sotto al duetto tra Alexandra Andersen e un altro ospite di livello come Mark Boals. Solo in certi momenti sono presenti anche percussioni e una maggior densità, senza però spezzare la delicatezza del complesso. Che peraltro procede in maniera molto lineare: a parte qualche venature chitarristica di Larsen e qualche piccola variazione, non c’è molto da segnalare. E il risultato è un episodio che si lascia ascoltare con piacere, ma nel complesso risulta solo discreto.

A questo punto, i danesi rialzano la testa con The Eye of Oblivion: parte da un intro corale ma poi vira di nuovo su coordinate power. È una componente presente soprattutto nei ritornelli: riprendono l’avvio in maniera anche più intensa, con un tocco quasi evocativo, maestoso, molto valido. Ma anche il resto ha energia: le strofe, per quanto spoglie a tratti e col basso di Andreas Passmark in evidenza, hanno un bel dinamismo. Corredate a volte da stacchi in cui Larsen si fa valere, scorrono bene; ottime però anche le frazioni in cui il ritmo rallenta. Danno un tocco riflessivo al tutto che coopera bene con la malinconia evocata dalla maggior parte delle soluzioni.
E così, conta poco se il duello centrale tra il chitarrista e Andersen, spesso di tono neoclassico, va avanti un filo troppo a lungo. Come non dà alcun fastidio se a tratti la struttura tende a ripetersi: nonostante il difetto, ne risulta un pezzo di alto livello, il meglio che Dystopia abbia da offrire insieme a Burn. Segno che i Royal Hunt rendono meglio se si muovono su lidi power!

Con Hounds of the Damned, i danesi tornano ora a svoltare sul loro lato prog. Un breve intro espanso, con sonorità quasi industrial si trasforma presto in un paesaggio più orchestrale. Dalla forte natura teatrale, si sviluppa fino a diventare una parte centrale estroversa, di grandissimo impatto.
È il momento in assoluto migliore di un brano che però anche per il resto non sfigura troppo. Le strofe per esempio, con vaghi ritorni della falsariga di base su un’impostazione più leggera, quasi intimista, funzionano bene. E a loro modo lo fanno anche i ritornelli: seppur la loro melodia manchi un po’ di carisma, in generale risultano piacevoli. Specie grazie alla loro calma nostalgica, che incide in maniera buona.
Il solito assolo valido da un lato e qualche ripetizione di troppo del refrain dall’altro fanno il resto. Il complesso si rivela abbastanza buono, ma lascia qualche rimpianto. Fosse stato all’altezza dei suoi spunti più brillanti, poteva essere ben migliore di così!

The Missing Page non è niente più di un lungo interludio del tutto sinfonico, che riprende le melodie di base di Burn e The Art of Dying. Si rivela piacevole, ma in fondo non serve a molto, se non come intro (ancora prolisso e troppo esteso) per Black Butterflies, che poi entra in scena espansa. È però solo l’inizio: presto il drummer Andreas “Habo” Johansson la conduce su ritmi più veloci, mentre l’influsso power dei danesi torna fuori. La stessa base regge purtroppo refrain dal poco mordente: con una melodia vocale da parte di Cooper davvero stantia, poco esplosiva, non hanno molto da dare. Un po’ meglio va invece con le strofe: intime, leggere, con influssi elettronici, sono carine col loro piglio progressivo. Ma troppo poco per risollevare del tutto la traccia.
Anche stavolta, inoltre, non aiuta una durata troppo lunga, anzi: con una struttura senza quasi variazioni e sempre gli stessi temi, è un limite ancora più forte. Ne risulta un brano che non riesce a raggiungere neppure la sufficienza. Sparisce anche in un album come questo, di cui risulta il l’indubbio picco in negativo.

Per fortuna, i Royal Hunt ritirano su Dystopia nel finale grazie a Snake Eyes. Un breve intro di chitarra acustica, che ne precorre i temi, poi entra nel vivo la seconda ballad in scaletta. Lo si può sentire già nelle strofe: su una base calma, molto intimista, si alternano vari ospiti dei danesi. Corredati da influssi ricercati, che riportano all’hard melodico e all’AOR degli anni ottanta, è un’ottima base, sognante e valida. E introduce al meglio i ritornelli.
Più densi, anch’essi ricordano molto gli eighties. Ma senza sapere di stantio: la melodia vocale è catchy, la ricchezza di orchestrazioni è notevole, e il risultato avvolge molto bene. Ottima anche la tendenza della canzone a farsi di poco più elettrica man mano che passa il tempo. Valorizza il pezzo senza spezzarne l’aura delicata e avvolgente; lo stesso si può dire del fatto che stavolta i danesi non esagerano con la prolissità. La struttura è semplice, a parte una coda espansa e più sinfonica non c’è altro: un bene per un pezzo semplice, nei suoi sei minuti, ma ottimo. Tanto da essere appena alle spalle del meglio del disco!
Quest’ultimo in pratica è finito, ma la chiusura vera e propria è affidata a Midway. Breve outro diviso tra un arpeggio di Larsen e le orchestrazioni di Andersen, ha poco significato, col suo minuto e mezzo scarso. Almeno però ha una bella malinconia: ciò gli permette di non sfigurare in coda. E di essere, anzi, una buona parola d’addio per un album del genere.

Come già detto nell’introduzione, al di là di tutto Dystopia merita comunque un ascolto, specie da chi ama certe sonorità. Certo, resta un bel rammarico al suo interno: non fosse stato per i suoi difetti e in particolare per la prolissità dei Royal Hunt, poteva essere ottimo, o forse addirittura di più. Ma in fondo, anche così non è un problema pesantissimo: se apprezzi i danesi, oppure se ami power, prog e symphonic ti è comunque consigliato. Ti ritroverai davanti a un lavoro magari non esaltante ma godibilissimo, che saprà regalarti qualche ora in buona compagnia musicale!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Inception F45102:55
2Burn06:31
3The Art of Dying08:50
4I Used to Walk Alone06:06
5The Eye of Oblivion06:48
6Hound of the Damned06:21
7The Missing Page (Intermission I)02:39
8Black Butterflies08:17
9Snake Eyes05:59
10Midway (Intermission II)01:20
Durata totale: 55:46
FORMAZIONE DEL GRUPPO
D.C. Cooper voce
Jonas Larsenchitarra
André Andersentastiere
Andreas Passmarkbasso
Andreas “Habo” Johanssonbatteria
OSPITI
Mats Levénvoce (tracce 3 e 9
Mark Boalsvoce (tracce 4 e 9)
Henrik Brockmannvoce (tracce 6 e 9)
Kenny Lübckevoce (tracce 6 e 9), backing vocals
Alexandra Andersenvoce (traccia 4)
ETICHETTA/E:NorthPoint Productions/King Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Metal Devastation Radio

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