Candlemass – Candlemass (2005)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONECandlemass (2005) è l’ottavo disco dell’omonima band svedese, oltre che il primo dopo la reunion (in formazione classica) del 2004.
GENEREUn doom metal che dopo le sperimentazioni degli anni novanta torna verso l’epic originale. Ma con toni più oscuri, rabbiosi che in passato e un tocco moderno.
PUNTI DI FORZAUn eccellente livello di ispirazione, all’origine di una scaletta in cui ogni pezzo ha la sua personalità e spesso si rivela di caratura elevata.
PUNTI DEBOLIUn paio di episodi meno belli in una piccola flessione centrale, ma niente che dia troppo fastidio.
CANZONI MIGLIORISeven Silver Keys (ascolta), Spellbreaker (ascolta), The Night and the Day (ascolta), Assassin of the Light (ascolta)
CONCLUSIONICandlemass non sarà tra i migliori dischi nella carriera degli svedesi, ma in fondo non importa. Anche così si rivela un piccolo capolavoro di sostanza e personalità, adatto ai fan del gruppo e del doom metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
91
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Come è noto, il declino del metal negli anni novanta coinvolse tutti i generi classici del metal. O meglio, quasi: il doom metal, che non era molto seguito neppure nel decennio precedente, non ne fu molto toccato. Diverse band storiche continuarono a produrre album, e altre nuove correnti si aggiunsero in un genere che proprio in quel decennio raggiunse il suo apice in fatto di sperimentazione e seguito.
È vero però che non fu così in generale: alcune delle band più tradizionali seguirono il destino delle altre, come nel caso (eclatante) dei Candlemass. Forse non fu colpa delle tendenze nel metal, ma dell’instabilità che portò prima all’abbandono dello storico cantante Messiah Marcolin e poi di tutti gli altri a eccezione del leader Leif Edling. E questo a sua volta condusse pian piano la band lontana dalle sue sonorità originali: un’evoluzione che sarebbe stata rivalutata solo anni dopo. Non è solo una mia idea che album come From the 13th Sun siano eccezionali, pur essendo molto diversi dal suono dei Candlemass classici. Ciò non toglie che all’epoca si rivelarono dei mezzi flop.
È probabile che sia stato questo il motivo principale per cui, nel 2002, gli svedesi si sciolsero. Ma i tempi stavano cambiando: il metal stava tornando di moda, e già alcune band storiche avevano cominciato a riunirsi. Un destino che anche i Candlemass seguirono appena nel 2004, nella loro formazione più classica. Ne conseguì, l’anno successivo, il disco omonimo, ottavo della loro carriera.

Si tratta di un ritorno all’origine in tutti i sensi, ma senza rinnegare qualche evoluzione. Lo si sente per esempio nello stile, che torna verso l’epic doom metal originale. A cui però Candlemass affianca toni più oscuri e rabbiosi, fin quasi al nichilismo a tratti, e qualche bello spunto moderno. Di sicuro, non è un album nostalgico, che guarda solo al passato, fatto tanto per capitalizzare il ritorno in auge del metal.
Al contrario, parliamo di un prodotto ispirato in maniera eccellente. Lo si può ben sentire in una scaletta in cui ogni pezzo ha la sua personalità, e spesso si rivela di caratura elevata. Certo, c’è anche del mestiere, ma giusto un filo. Per il resto, Candlemass è un lavoro molto più onesto di tanti prodotti da gruppi arrivati a questo punto della propria carriera.
E se un paio di episodi sono meno belli, in fondo non importa: tutti gli altri riescono a compensare molto bene. Il risultato è un piccolo gioiello nel suo genere, grazie a cui i Candlemass sono tornati alla grande. Dimostrando ancora una volta perché sono da sempre considerati uno tra i nomi di punta – o forse IL nome di punta – del doom metal.

Qualche secondo di un intro lieve ma distorto, poi Black Dwarf esplode subito nervosa e possente. Il riff, seppur ribassato, è graffiante quasi a livello thrash (!), una suggestione data anche dalla velocità – non velocissima, ma molto alta se consideriamo il doom – su cui il batterista Jan Lindh la conduce. In una norma che regge sia strofe più piene della voce di Marcolin, che canta a lungo, sia i ritornelli. Più spoglie, con solo pochi vocalizzi, esplodono però molto bene. E, in generale, nonostante la sua ridondanza il pezzo non annoia: merito di un’aura oscura e rabbiosa che colpisce benissimo.
Ottimi anche i raccordi dei bridge, più lenti e quasi dolorosi, seppur il riff di Mappe Björkman e Lars “Lasse” Johansson sia nero come la notte. Sono l’unica variazione della prima parte, mentre la seconda tende a mutare. Tra una prima frazione da puro doom, il classico assolo in questo caso oscuro come il resto e un finale intenso (che poi tornerà anche nel finale), è forse il momento migliore dell’intera traccia. Anche il resto per non è da meno: ne risulta un ottimo pezzo, che apre Candlemass molto bene.
È però un’altra storia con Seven Silver Keys, che subito dopo rallenta di molto i ritmi e riprende la dimensione più evocativa del gruppo. E non solo per il riffage di base, molto classico per gli svedesi: sin dall’inizio, si respira una magia strana, oscura come la canzone ma anche avvolgente.
Presente già nella base, a tratti strumentale, a tratti cantata dal frontman in maniera compassata, esplode però nei refrain. Con persino lievi tastiere, hanno una carica fantastica e insieme di pathos lancinante unico, che li rende un gioiello brillantissimo. Sono il momento migliore del pezzo, ma anche il resto è di altissimo livello, compreso l’assolo centrale, anch’esso di gran pathos. In pratica, è l’unica variazione di una traccia semplice e breve ma meravigliosa, uno degli zenit non solo del disco, ma della carriera dei Candlemass!

Anche Assassin of the Light parte lenta ma meno atmosferica e più minacciosa della precedente. È un’anima che poi si sviluppa, specie quando il ritmo sale: tra momenti più melodici, quasi angosciati, spuntano allora strofe cupe, arrabbiate, grazie al riffage tagliente e a un Marcolin riottoso. Una tendenza che poi nella struttura si rafforza: i raccordi diventano pian piano più duri, fino a condurre ai ritornelli.
Di nuovo lenti, si rivelano però pesantissimi e opprimenti, con un’oscurità totale senza spiragli di luce. Luce che si rivede al massimo al centro, più espanso e con l’assolo di Johansson che evoca malinconia, come anche il passaggio vocale che lo segue, accompagnato di nuovo da synth. Entrambi mogi, questi momenti donano un tocco di profondità a un pezzo che non ne ha di suo. Ma che li integra molto bene al suo interno: lo stesso vale per il finale, una lunga coda doom di nuovo lenta e ossessiva. Entrambe le parti arricchiscono forse non il picco del disco, ma non troppo lontano da quel livello!
La successiva Copernicus compie quindi il processo inverso: esordisce movimentata, ma poi si sposta su coordinate più lente e addirittura si spegne. In certi casi, la norma principale è scandita dal basso di Edling, a tratti persino in solitaria, altrove invece con chitarre lievi e minacciose, addirittura di sapore black metal. Seppur altrove la stessa falsariga sia reinterpretata in maniera granitica, doom della pesantezza a cui i Candlemass ci hanno abituati. E anche alla stessa solennità.
Il tutto imperniato in una progressione lenta, che solo in molto tempo ci conduce a ritornelli quasi ansiosi. E anche un filo meno incisivi del resto: sembrano quasi esitanti, e la loro melodia non colpisce. Molto meglio, per fortuna, è invece il momento centrale, che riprende l’inizio per svoltare su toni ancora di vago retrogusto black, arcigni e cupi, che rimangono anche durante il classico assolo.
Anch’esso è un valore aggiunto per un brano non eccezionale, col suo difetto. Anzi, in Candlemass quasi sparisce: ciò non toglie che a sé stante sia buonissimo. E che in un album medio spiccherebbe molto di più!

The Man Who Fell from the Sky è un breve brano strumentale, che ricorda un po’ l’omologa Zog da From the 13th Sun. Il riff ossessivo di Björkman è la base su cui si staglia un assolo espanso di Johansson, per un effetto molto psichedelico, che rimanda con forza al disco precedente.
C’è però spazio anche per qualche momento più diretto come al centro, piuttosto cupo e pesante. Sono le ritmiche a dominarlo, oltre che qualche puntata dal vago retrogusto black che a tratti lo rende più cupo. Il tutto per circa tre minuti e mezzo, forse non il massimo della bontà e della significatività, ma non importa. Anche così, il risultato è piacevole al punto giusto!
Witches attacca quindi che già morde il freno. Il suo avvio strumentale è leggero ma dinamico, crea una sensazione di attesa che poi si scioglie all’esplosione della norma della strofa. Doom un po’ obliquo, minaccioso, con un tocco da metal moderno colpisce molto bene, grazie anche al supporto dato da Marcolin, che ha il giusto mordente.
Purtroppo, lo stesso non si può dire lo stesso dei ritornelli. Di base non sono neppure male, ma la loro impostazione sa terribilmente di già sentito. Sono quasi un cliché vivente del doom, il che un po’ incide sul risultato finale. E anche sulla canzone, che in questo modo si rivela un po’ monca.
Per fortuna, il resto è molto meglio, compresa la fase centrale. Più dinamica, con un nuovo tocco thrash nelle ritmiche che per questo sono più tagliente, sa bene il fatto suo, tra assoli e momenti cantati. Degna di nota anche il finale, sempre macinante ma lento: insieme, corredano un pezzo tutt’altro che eccezionale, che finisce per essere il meno bello di Candlemass. Seppur anch’esso sia più che discreto, e sfiguri solo per la bontà del resto.

Dopo questa piccola flessione centrale, gli svedesi tornano a rialzarsi con Born in a Tank, che si volge ancora al lato più tirato e aggressivo del disco. Senza nessun intro, ci ritroviamo in un ambiente rapido, macinante, che scambia riff magmatici: ricordano i Black Sabbath in chiave metallica e iper-vitaminica. Sia i momenti strumentali, più esplosivi, che quelli più cupi sotto alle strofe graffiano a meraviglia. E conducono l’ascoltatore dritto ai refrain.
Più angosciati, quasi lacrimevoli, non mancano però di una bella tensione, che li rende perfetti al termine di una simile progressione. Come ottimo è il passaggio centrale, lento e dimesso, con ritmiche stanche (in senso buono) e un assolo quasi orientaleggiante. Fa tirare il fiato e dà più respiro a una canzone anche per questo grandiosa: pur non essendo tra i picchi del disco non vola neppure troppo lontano.
Ma va anche meglio con Spellbreaker: una rullata semplice di Lindh, poi ci ritroviamo subito nel suo ombroso panorama. Il riff cupo presenta ancora un vago tocco esotico, e procede in maniera lenta, evocativa all’estremo: ne risultano strofe già da subito avvolgenti, solenni, inesorabili nella loro lento movimento. Ma il resto è persino più impressionante.
Lo sono già i bridge, che all’improvviso salgono e si fanno più eterei. Con un riff non molto incisivo e di nuovo armonizzazioni quasi black, risultano di magia unica, sognanti nella loro aura crepuscolare ma mai opprimente. Poi però i Candlemass svoltano su ritornelli pesanti, fangosi quasi a livello sludge metal, rabbiosi e nichilisti. Accumulano tensione fino a che il tutto non si spezza, quando Marcolin urla “The mother of life is a whore”. Uno dei momenti più alti del disco.
Anche il resto però non scherza. Tutto, compreso l’assolo centrale, e la successiva parte, doom contorto e abissale che poi si spegne in un breve e inquietante stacco quasi noise, funzionano a meraviglia. In una traccia di gran bellezza, il picco assoluto del disco con Seven Silver Keys!

Siamo quasi alla fine: per l’occasione, i Candlemass optano per The Day and the Night, il brano più lungo del disco. Se la prende con calma a entrare nel vivo, con un arpeggio lento di chitarra solo vagamente distorta. Insieme a Marcolin e a lievi effetti, si crea però un’ambiente già oscuro, sinistro. Un ambiente che quasi si spezza all’entrata in scena esplosiva del pezzo, che invece è evocativo, pesantissimo nel suo riff di base. Ma che poi torna nelle strofe.
Più oblique, hanno un suono volutamente grezzo, che le rende ancor più minaccioso. Poi però gli svedesi derivano in maniera decisa verso toni più drammatici, di disperazione cosmica, nella loro classica maniera evocativa. Senza tuttavia abbandonare l’oscurità precedente: anche per questo, si stabilisce un equilibrio notevole che non fa pesare gli stacchi, per quanto netti.
Ottima anche la fase centrale, un pelo più movimentata del resto grazie a echi quasi groove metal nel grasso riff di base. Nonostante la lunghezza, sia sua che dell’assolo, non stona affatto nel pezzo, e anzi gli dà una bella variazione. Anche se la migliore è nel finale, cadenzato e di cupezza nichilista, senza speranza, ben sottolineato dal riff ossessivo e dal cantante, anche qui in stato di grazia. Un altro dei passaggi topici per quasi nove minuti senza un istante di noia, appena alle spalle del disco!
Come già detto Candlemass nella sua versione base terminava qui. In quella limitata che possiedo è però presente anche una traccia bonus, Mars and Volcanos. Breve scheggia velocissima, comincia subito di gran carriera, ma anche con un riff doom pesante e profondo. Accompagna bene tutte le strofe con la sua energia distruttiva, per poi modificarsi in qualcosa di più labirintico, ma sempre efficace, nei ritornelli.
A eccezione di una parte semplice, da classico epic doom, al centro, e di un finale col drumming di Lindh in solitaria, non c’è altro in un pezzo che passa in fretta. Ma lascia un’ottima impressione dietro di sé: non sarà al livello del meglio del disco, ma al suo interno fa la sua buona figura!

Nonostante tutto, a questo punto un dubbio mi rimane. Avendo adorato From the 13th Sun, sarebbe stato forse persino più interessante se i Candlemass avessero proseguito su quelle sonorità. O se magari Leif Edling avesse creato un progetto parallelo per abbracciarle.
In fondo però c’è ben poco di cui lamentarsi: anche tornando alle origini, Candlemass svolge a meraviglia il proprio lavoro, con sostanza e personalità. Non sarà al livello dei classici del gruppo, ma non viaggia neppure troppo sotto: di certo, è ben lontano da quei ritorni sterili con poco da dire che alcuni hanno tirato fuori dopo una reunion. Per questo, se sei fan del gruppo o se ami il doom metal (ammesso che ci sia qualche differenza tra le due cose), non posso che consigliarti di dargli una possibilità. E di non sottovalutarlo solo perché non si intitola Nightfall o Epicus Doomicus Metallicus!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Black Dwarf05:43
2Seven Silver Keys04:59
3Assassin of the Light06:29
4Copernicus07:17
5The Man Who Fell from the Sky03:26
6Witches06:22
7Born in a Tank04:56
8Spellbreaker07:02
9The Day and the Night08:52
10Mars and Volcanos03:23
Durata totale: 58:29
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Messiah Marcolinvoce
Lars “Lasse” Johanssonchitarra solista
Mappe Björkmanchitarra ritmica
Leif Edlingbasso
Jan Lindhbatteria
OSPITI
Carl Westholmtastiere
ETICHETTA/E:Nuclear Blast
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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