Artrosis – In the Flower’s Shade (2000)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEIn the Flower’s Shade (2000) è la versione inglese del secondo album dei polacchi Artrosis, Pośród kwiatów i cieni (1999).
GENEREUn gothic metal di gran melodia e soprattutto molto espanso, atmosferico. Merito di diversi influssi e di tante aperture, a tratti persino verso l’ambient.
PUNTI DI FORZAUno stile molto personale, ben supportato da un livello di consapevolezza superiore da parte dei polacchi, che hanno ben curato ogni dettaglio musicale.
PUNTI DEBOLIQualche sbavatura, ma è abbastanza rara.
CANZONI MIGLIORIThe Following Chapter, Unreal Story I, Among Flowers and Shadows, Two Ways
CONCLUSIONIIn the Flowers Shade è un piccolo capolavoro, tanto dimenticato quanto apprezzabile: chi ama il genere degli Artrosis o il metal più atmosferico non potrà che amarlo!
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VOTO FINALE
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Polonia: una terra che, nel metal, è rinomata soprattutto per la sua scena estrema. Al suo interno, si possono trovare alcuni nomi di spicco e un sottobosco fittissimo di gruppi, diversi dei quali interessanti, come testimoniato in questi anni anche su Heavy Metal Heaven. Tuttavia, ciò non vuol dire che non esista altro oltre a black death, nel paese dell’Europa Orientale, che per esempio si sa far valere anche in generi più melodici. Come dimostrano gli Artrosis.
Nati nel 1995 a Zielona Góra, non lontano dal confine con la Germania, nel corso dei decenni successivi hanno portato avanti una carriera non ricchissima, ma senza grandi pause. Questa costanza purtroppo non li ha condotti alla fama, ma almeno il gruppo ha raggiunto uno status di culto. Più che meritato, ad ascoltare In the Flower’s Shade, pubblicato nel duemila.
Versione tradotta dal polacco in inglese (un destino condiviso da diversi album della loro carriera) di Pośród kwiatów i cieni, secondo album degli Artrosis uscito un anno prima, è un lavoro con molto da dire. In primis, a livello di genere: parliamo di un gothic metal di gran melodia e soprattutto molto espanso, atmosferico. A ciò contribuiscono anche alcuni influssi doom, prog, symphonic ed elettroniche, ma in particolare le tante aperture, a tratti persino verso l’ambient.

SI tratta di un genere fuori dal tempo, con una personalità che non si sente spesso in giro. Ma In the Flower’s Shade può contare anche su un livello di consapevolezza superiore, da parte degli Artrosis. I polacchi hanno impostato ogni dettaglio musicale con attenzione, in un flusso continuo: le varie canzoni sono tutte attaccate, e risultano quasi un’unica traccia di oltre cinquanta minuti. Ma mai noiosa: anche senza trovate mirabolanti, l’album riesce a tenere alta l’attenzione. Rivelandosi un fluire davvero godibile.
Certo, non tutto è proprio memorizzabile: colpa anche di un filo di omogeneità in alcune melodie. Ma è una questione da poco: di solito la musica riesce a incidere in maniera splendida. Con diversi picchi e rari momenti davvero morti, In the Flower’s Shade alla fine risulta ben al di sopra della media. Un disco. In particolare, in cui gli Artrosis mostrano una via alternativa e davvero convincente rispetto al solito gothic!

Un intro da mogia, lenta musica sintetica, poi Unreal Story I ne porta la cadenza in un ambiente all’inizio altrettanto espanso, seppur sia metal. È proprio questa la strada principale che poi seguirà In the Flower’s Shade; dopo poco però gli Artrosis cambiano strada.
Per buona parte della sua durata, in effetti, il pezzo ha un po’ di dinamismo in più rispetto alla media. Il che però non è un problema: il riff e le melodie del resto si adattano bene a questa nuova caratteristica, e accompagnano la musica per qualche minuto insieme alla bella voce di Medeah. Prima che il tutto si acquieti in una dilatata coda ambient, placida in maniera crepuscolare. È l’interludio che poi introduce un nuovo scoppio metal con Unreal Story II.
All’inizio sembra voler di nuovo muoversi con dinamismo, ma presto l’anima delicata dei polacchi prende il sopravvento. Ci ritroviamo allora in un ambiente rilassato e malinconico, ben guidato dai riff quasi doom di Rafał Grunt e dalla raffinatezza dolce della frontwoman. Per una norma che poi tornerà anche in seguito.
Di solito però la musica è sempre un filo più movimentata rispetto al resto. Lo dimostra per esempio la lunga fase centrale (che poi riprende anche alla fine), divisa tra ritorni dell’inizio e altri cadenzati, con lievi orchestrazioni. Delicati, a tratti però diventano belli pesanti, come nella fase centrale, quasi prog tra effetti sonori interessanti e il basso di Marcin Pendowski che a tratti si ritaglia la scena. Tutti arricchimenti per un uno-due grandioso: la prima parte è addirittura a un soffio dal meglio del disco, e anche la seconda si difende molto bene. Per un avvio in grande stile del disco!

Anche White Page se la prende con calma. Un avvio ambient quasi solenne, poi gli Artrosis cominciano a crescere. All’inizio la musica è ancora ombrosa e dilatata, col lead di Grunt ed effetti quasi spaziali sotto la voce di Medeah. Ma col tempo il pezzo vira su lidi più metallici e al tempo stesso persino più eterei della media di In the Flower’s Shade. Solo coi ritornelli in effetti il tutto si concentra un po’ di più: più rapidi, non mancano però della delicatezza del resto.
A parte un momento arcano al centro che poi però sale verso un apice addirittura macinante, potente, ancora di retrogusto prog, non c’è altro in una canzone semplice ma valida. Tanto da non sfigurare, nonostante sia un filo banale e rappresenti addirittura il punto basso del disco!
Di sicuro però va molto meglio con . Come da impostazione dei polacchi, riprende l’outro della precedente e per qualche momento prosegue sullo stesso ambient. Ma poi si sposta su coordinate molto più oscure, forse il momento più doom del disco. Dimesso, triste, colpisce molto bene grazie alla sua melodiosità. Lo aiutano in questo lo scambio con altri ritorni di musica più soft, per un complesso che ha il suo respiro. E che si rivela eccellente nei suoi soli due minuti abbondanti, tutti strumentali!
And I Will torna quindi a coordinate più classiche per il gruppo. Lento, espanso, pur senza grandi fuochi d’artificio avvolge bene. Specie grazie alla voce di Medeah, sempre sugli scudi. C’è però spazio anche per frangenti un po’ più veloci, con persino un loro nervosismo almeno nel riffage di Grunt. Seppur la melodia, specie a livello delle tastiere di Maciej Niedzielski, rimanga sempre al centro.
A eccezione dell’assolo al centro, non c’è altro in un’altra traccia dalla struttura elementare. Ma non è un problema: anche in questo caso, il risultato è ottimo, e non stona affatto in un disco del genere!

Sin dal principio, Morpheus mostra un retrogusto quasi dance, seppur riletto in una maniera gotica e ansiosa. La si sente nel ritmo di batteria sintetica, che accompagna all’inizio lieve melodie. Una breve pausa lenta e tetra, in cui rispunta il lato doom di In the Flower’s Shade, poi esso torna, ma in forma più battente.
Regge da quel momento una falsariga ossessiva, con tanto di doppia cassa circolare e un riffage e synth quasi industrial. L’effetto molto è più diretto rispetto alla media degli Artrosis, seppur non manchino anche i classici tratti espansi: lo sono certi momenti pseudo-orchestrali e soprattutto la trequarti, di nuovo doom. Seguita però da un nuovo momento pestato, per quanto breve: è il finale di un altro brano molto valido.
Se finora il disco è stato di ottimo livello, il vero salto di qualità arriva ora, in primis con Among Flowers and Shadows. Che dopo aver ricominciato da dove la precedente aveva lasciato, all’inizio è molto eterea, crepuscolare, quasi inquietante. Ma poi prende una strada più dinamica.
All’inizio sembra solo ansiosa, gothic metal da manuale nella sua calma decadente. Una norma che però presto si alterna con frazioni invece sottili, magiche. Con chitarre pulite quasi post-rock, accompagnano la voce di Medeah in qualcosa di insieme emozionante e morbido, sognante in maniera ombrosa. Un’impostazione che abbraccia sia parte delle strofe, calme, lente e intimiste, sia nel finale. Invece più dinamico, al suo interno la ricercatezza vola alta, per uno dei momenti topici dell’intero disco.
Ma anche la lunga parte centrale non è male: più metallica, è però leggera e malinconica al punto giusto. Con le sue variazioni su una struttura complessa e mai scontata, accompagna bene il pezzo. Che anche per questo è grandioso, poco distante dal meglio del disco a cui dà (più o meno) il nome!

The Following Chapter ha un altro attacco lento, sinfonico, melodioso. Una caratteristica che poi rimane anche in buona parte del pezzo: seppur più veloci, le strofe sono sempre atmosferiche, riflessive. Merito non solo di Niedzielski, ma anche della cantante, che tira fuori un’altra prestazione splendida. Poi però la linea cambia coi refrain: molto più cupi, hanno una melodia ombrosa ma orecchiabile al massimo.
Grandiosi si rivelano i particolari di contorno, come l’assolo centrale, che sa essere sia delicato che vorticoso. Oppure, come la sezione centrale, quasi tetra ma ben integrata in un complesso di altissimo livello. Per quanto mi riguarda, è il punto più alto in assoluto di In the Flower’s Shade!
Gli Artrosis schierano quindi , traccia che fa da contraltare a . Ma i toni sono del tutto diversi: qui sono profondità e calma a dominare, sin dall’inizio in cui il solito preludio lascia presto spazio a un arpeggio pulito. Quasi prog, si scambia spesso con momenti più elettrici ma pesanti solo a tratti, con ritmiche gothic metal alternate a melodie quasi hard rock. Che sfociano poi nel profondo assolo di Grunt nella seconda metà, lungo ma espressivo ai massimi termini. Apice di un’altra strumentale di altissima qualità!
Un attimo di pausa, poi la velocità riprende in Two Ways. Non troppo pesante ma vorticosa, evoca un’aura di nuovo oscura: merito di Medeah, che gigioneggia in una maniera che ricorda quasi l’alternative rock, e anche di un ritmo incalzante. Ha un che di industrial, e dà un tocco di freddezza al tutto.
Poi però la musica vira del tutto coi ritornelli: molto mogi, docili, creano un contrasto con l’altra parte che funziona alla grande. Delicati si rivelano inoltre i vari momenti con cui quest’alternanza si scambia: spesso di carattere ambient, fanno respirare bene il pezzo. Che anche per questa varietà si rivela grandioso, neppure troppo lontano dal meglio del lavoro!

We parte con un gothic metal molto classico: vi sono tastiere semi-sinfoniche e un riffage tipico, seppur riletto nella maniera melodica degli Artrosis. Va avanti per circa un minuto e mezzo, ma poi i polacchi cambiano strada. Verso uno sfogo veloce e intenso, con pochi eguali all’interno di In the Flower’s Shade.
Martellante, oscuro, incide comunque alla grande per merito soprattutto al riffage di Grunt. Prima che, dopo un’altra pausa, il pezzo torni verso toni più compassati e calmi. È il finale di un pezzo brevissimo, nemmeno quattro minuti, ma ancora di alto livello.
Lo stesso si può dire del suo seguito: dopo due minuti di silenzio, in effetti, è presente una traccia fantasma intitolata Djembe. Il titolo più o meno dice tutto: l’omonimo strumento a percussione, suonato dall’ospite Artur Dominik, accompagna una lieve melodia di basso e soprattutto la voce di Medeah. Che disegna con la sua voce armonie molto piacevoli: nel complesso, il pezzo non sarà fondamentale, ma come chiusura alternativa risulta piacevolissima.
In origine, il disco terminava qui, ma nella mia versione è presente anche Delusion. Cantata in polacco, si rivela un brano gothic più classico, ma non senza il tocco atmosferico del gruppo. Ben presente nelle strofe, di vago retrogusto post-rock, non lascia la scena neppure nei chorus, più potenti ma senza strafare.
Niente male anche la fase centrale, ossessiva e oscura ma al tempo stesso ben integrata con l’atmosfera del pezzo. Un altro arricchimento, insomma, per un pezzo non eccezionale: giusto relegarla a bonus track, anche se non sfigura poi troppo rispetto al resto.

Alla fine dei giochi, In the Flower’s Shade riesce addirittura a varcare il limite del capolavoro. Si tratta di un piccolo gioiello, tanto dimenticato quanto apprezzabile e pieno di grandi spunti. Nonché un disco che chi ama il gothic o in generale il metal melodico nelle sue incarnazioni più atmosferiche non potrà che amare. Se lo sei, perciò, l’invito può essere solo quello di scoprire gli Artrosis!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Unreal Story I04:00
2Unreal Story II04:40
3White Page04:56
402:15
5And I Will04:15
6Morpheus04:51
7Among Flower’s and Shadows05:01
8The Following Chapter04:20
904:56
10Two Ways04:33
11We08:12
12Delusion04:12
Durata totale: 56:11
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Medeahvoce
Rafał Gruntchitarra
Maciej Niedzielskitastiera
Marcin Pendowskibasso
OSPITI
Artur Dominikdjembe, tabla
ETICHETTA/E:Metal Mind Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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