Moral Collapse – Moral Collapse (2021)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEMoral Collapse (2021) è l’esordio dell’omonimo duo nato l’anno scorso a Bangalore, India.
GENEREUn death tecnico poco scontato: oscilla tra tradizione e modernità in una maniera alternativa alla media.
PUNTI DI FORZAUn suono a modo suo personale, sostenuto da ottime doti tecniche ma anche dalla giusta cattiveria. In più, il disco brilla per la sua varietà, maggiore della media, e per la consapevolezza degli indiani, ammirevole per degli esordienti.
PUNTI DEBOLILa fretta con cui il duo ha imbastito il disco a tratti è udibile, in alcune sbavature, un po’ di confusione sulla direzione da prendere e in una certa inconsistenza, a causa di interludi peraltro non ottimali. In più, la scaletta soffre di differenze a livello di registrazione tra le varie tracce.
CANZONI MIGLIORIYour Stillborn Be Praised (ascolta), Abandoned Rooms of Mispelled Agony (ascolta), Suspension of Belief (ascolta)
CONCLUSIONISeppur i Moral Collapse possano ancora crescere, questo loro esordio omonimo è un ottimo: si rivelerà apprezzabile per chi ama il death metal tecnico.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
79
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Come ho già sottolineato in altre recensioni, provenire da una nazione lontana dai grandi poli storici del metal non sempre è un male. La propria estraneità a una certa visione del mondo può essere un limite in meno per chi vuole esplorare nuove sonorità. E può, così, coltivare più la propria personalità che l’aderenza a determinati canoni: è in parte anche il caso dei Moral Collapse.
Duo nato a Bangalore nel 2020, da allora ha bruciato le tappe: risale appena allo scorso 2 aprile l’esordio omonimo. Al suo interno, gli indiani affrontano un death tecnico poco scontato: oscilla tra una base tecnica moderna, spunti quasi al limite dell’avanguardia e pulsioni più classiche, a volte fino a tornare verso il thrash primigenio. Vecchio e nuovo sono mescolati al suo interno, in un continuum non originalissimo ma alternativo alla media, e con bei spunti di personalità.
I Moral Collapse lo sostengono con ottime doti, in primis a livello tecnico, accompagnate però anche dalla giusta cattiveria. Di sicuro gli indiani non si guardano allo specchio: sanno come aggredire e rendere il proprio genere efficace. Merito anche della loro capacità di variare e di evitare la ripetitività: in Moral Collapse non ci si annoia mai, tra pezzi più tirati e altri più riflessivi. In generale, il gruppo sembra già avere una consapevolezza maggiore rispetto alla media degli esordi di oggi. Seppur a tratti la fretta con cui ha imbastito l’album e la sua mancanza di esperienza siano percepibili.
In effetti, a tratti i Moral Collapse sembrano confusi sulla direzione da prendere. Lo si sente in alcune sbavature qua e là; in più, il disco si rivela un po’ inconsistente. In fondo sono sei soli pezzi per meno di mezz’ora, togliendo gli interludi: questi ultimi tra l’altro sono più un problema che un valore aggiunto, di solito. Pieni di rumore, hanno la giusta oscurità, ma per un motivo o l’altro non la sviluppano a dovere.
Per fortuna, non sono grandi errori: al di là di tutto, Moral Collapse si rivela ben composto e suonato in maniera eccellente. I margini di miglioramento al suo interno sono evidenti, ma come leggerai nella recensione, anche in chiave presente si rivela di livello apprezzabile.

A aprire le danze ci pensa Anhecoic (Initiation), preludio però non troppo classico. Oscuro come quelli che verranno poi, aggiunge alla formula delle chitarre molto dissonanti, addirittura spaventose. Dura giusto un minuto: quanto basta per introdurre al meglio Abandoned Rooms of Mispelled Agony, che dopo una breve pausa va subito all’arrembaggio.
In questo breve avvio, i due musicisti mostrano già la propria caratura tecnica (Arun Natarajan anche al basso, a tratti ben udibile nei suoi virtuosismi). Ma non manca l’impatto: ci ritroviamo subito dentro una tempesta molto aggressiva, feroce, con tanto macinare tecnico e pesante come un macigno. Merito della velocità folle su cui l’ospite di lusso Hannes Grossmann (Triptykon, ex Obscura, Necrophagist e Hate Eternal), guida la band, su cui si posano riff di potenza allucinante. E anche vario nella giusta maniera: tra momenti che ricordano quasi i Nile e altri invece più diretti, è un bel sentire.
Gli indiani sono però saggi nel non far durare troppo ognuno di questi sfoghi. Vi alternano invece passaggi più lenti: di solito oscuri, sembrano però quasi stanchi. Ma in maniera voluta, per consentire all’ascoltatore di riposare le orecchie prima del nuovo assalto. In un continuo saliscendi che valorizza entrambe le parti.
Ottime anche le piccole virate, come per esempio al centro, dove i Moral Collapse uniscono le due parti in qualcosa di contorto e tecnico. La fase che spicca di più è però la trequarti, con lunghi assoli molto avant-garde del sassofono di Julius Gabriel. Si rivela uno dei momenti più suggestivi dell’intero disco, e valorizza un pezzo che forse, dall’altro lato, va avanti un filo troppo coi suoi sei minuti e mezzo. Ma è una sbavatura davvero da poco: anche così, abbiamo un episodio davvero di alto livello, poco lontano dal meglio del disco!

Anche Your Stillborn Be Praised comincia tempestosa e circolare. Ma quasi subito il duo svolta verso una falsariga più diretta: per quanto tecnica è più orecchiabile, grazie anche a un chiaro influsso thrash. È l’inizio di un’alternanza continua, frenetica: un’impostazione presente anche nelle strofe, che pure sono diverse.
Molto più death, si suddividono tra bordate di pura potenza e momenti vertiginosi, quasi stordenti per velocità. Ne risulta continuo assalto che però colpisce come un pugno in faccia, valorizzato anche dall’alternanza coi ritornelli. Invece più lenti, oscuri, ma con una loro solennità, sono diversissimi dall’altra parte. Ma gli indiani li inseriscono con maestria: non c’è alcuno scalino, anzi lo scambio è splendido.
Ottimo anche il fatto che la struttura stavolta sia classica, con persino una fase di assoli al centro: sempre ultratecnica, unisce le due anime del pezzo. Dal suo schema si smarca solo il finale: tutto strumentale, rilegge all’inizio i temi già sentiti per poi spostarsi su qualcosa di dissonante. Ma valido: conclude in gloria il picco massimo di Moral Collapse, un vero gioiello nel suo genere!
Suspension of Belief non è però molto da meno. Tutta strumentale, inizia con suoni inquietanti; tempo dieci secondi, tuttavia, e ci ritroviamo in un vortice ancor più scatenato di quanto sentito finora. In cui il duo mostra tutto il proprio livello di musicisti.
La base è zigzagante e di velocità estrema: le chitarre di Sudarshan Mankad e di Natarajan (e anche il basso di quest’ultimo) vi disegnano giri folli, convulsi al massimo. È il punto di partenza per i momenti più svariati: alcuni sono sempre serratissimi e dissonanti, a tratti con un vago retrogusto black immerso nella tecnica. Altri invece rallentano un po’, ma risultano sempre contorti e allucinanti.
In tutto ciò, l’aura che si respira è malata, nichilista, grazie anche a particolari musicali ben piazzati, come alcuni suoni. O come quello che sembra essere ancora il sassofono insieme al violino di Mia Zabelka, impiegati entrambi per suoni stridenti che rendono solo il tutto più sinistro. E più avvolgente: abbiamo un altro pezzo di gran livello, poco distante dal precedente!

Se finora Moral Collapse è stato grandioso, da Vermicularis (Interruption) iniziano i problemi. Interludio costituito tutto da effetti inquietanti, echi industrial e solo vaghi accenni musicali, da un lato sa creare la giusta cupezza alienante. Ma dall’altro, dopo il monolite tecnico a cui è seguito, la sua casualità stona un po’. È come se spezzasse troppo il dinamismo dell’album: stavolta sì che si crea uno scalino. Il che rende l’intero pezzo poco riuscito: di suo è discreto, ma forse in un album così si poteva fare di meglio.
Di sicuro va molto meglio con Sculpting the Womb of Misery, che stupisce col suo attacco da puro thrash metal. Una norma su cui i Moral Collapse cominciano poi a ricamare, unendo il suo gusto al loro death tecnico. Ne risultano strofe molto particolari, con il dualismo che le rende però di impatto grandioso.
Ne hanno meno i refrain, ma non di troppo: più dissonanti, evocano una buona preoccupazione. La loro forma prende poi il sopravvento nella seconda metà: un momento potente sulla trequarti, di pure ritmiche, poi il finale è tutto dei tecnicismi. Spesso stridenti, non manca però una vena di melodia, che nel finale viene fuori più evidente. Apponendo bene la parola fine a un ottimo pezzo: non sarà tra i migliori del disco, ma non è neppure troppo lontana da quel livello!
To the Blind, All Things Sudden ha quindi un attacco di influsso groove/metal moderno. Venature che poi in parte rimangono, anche se il lato sempre vorticante del gruppo prende presto il comando. Ma stavolta senza brillare troppo: a tratti, le strofe sono un po’ anonime. Colpa forse del growl di Natarajan, già non troppo carismatico di suo e stavolta un po’ in disparte, o forse della registrazione, qui più piatta che altrove.
Quale che sia il motivo, per fortuna il resto è meglio: filano bene sia i momenti pestati e debordanti, sia i rallentamenti considerabili i ritornelli. Con influssi doom all’inizio e black in seguito, hanno un tocco arcigno piuttosto efficace. Lo stesso si può dire delle poche variazioni, tra cui brilla la sezione solistica, melodica in una maniera quasi estraniante ma valida. Un altro buon elemento per una traccia che lo è altrettanto: pur non essendo all’altezza del meglio di Moral Collapse, si rivela valida!

La prima cosa che si nota subito di Denier of Light è la registrazione, qui ancor più grezza che in precedenza. Di per sé, non è neppure poi così male: nonostante sia un po’ piatta, è nitida (si sente anche il basso) e dà poco fastidio all’impatto del gruppo. Ma stona parecchio con quella ottima sentita finora, in una caduta verso il basso che dà abbastanza fastidio.
Per fortuna, in parte la canzone minimizza il problema con la sua qualità. Sempre piuttosto tecnica, si muove però su un tempo lento. E il riffage di Mankad e Natarajan mira più a creare un senso strisciante che ad aggredire: qualcosa che al gruppo riesce anche abbastanza bene.
Certo, non mancano tratti più veloci e frenetici: già questa norma è costellata di piccoli momenti dissonanti e di assoli convulsi. Ma c’è spazio anche per una breve accelerazione più aggressiva al centro, anch’essa di buon impatto, in cui si risente l’anima del resto del disco. Essa è presente anche nel passaggio successivo, che tra spunti death classico e un assolo valido sa il fatto suo. Prima di introdurre un finale truce al massimo: porta a conclusione un pezzo che rappresenta il punto più basso del disco. Seppur di suo non sia scadente: forse è più la differenza col resto a condannarlo.
I Moral Collapse pongono fine al disco con Trapped Without Recourse (Rumination), ultimo dei tre intermezzi del disco. Nel suo caos, ricorda un po’ Vermicularis, seppur in versione più espansa e densa: una base quasi musicale c’è, tra dissonanze di violino e scorci di basso cupi, particolari. Al di sopra però a farla da padrone sono una serie di effetti e di vocalizzi che rendono il tutto inquietante all’estremo, spaventoso, persino opprimente con la sua angoscia nichilista e alienante.
Il complesso è ben impostato, e vista la lentezza della traccia precedente non stona neppure di seguito. Il problema è però che stavolta gli indiani vanno avanti troppo (oltre quattro minuti e mezzo la durata). Fosse stato al centro del disco, forse sarebbe stato accettabile ma qui rimanda troppo il finale: ne risulta un outro non del tutto riuscito, anche se in fondo adeguato a concludere un album simile.

Come ormai avrai capito, Moral Collapse è un album molto buono. Poteva essere anche qualcosa di più, probabilmente, ma il duo indiano ha comunque tutto il tempo e le potenzialità per crescere. Anche per questo, come esordio in attesa di una futura crescita va benissimo. E se poi ti piace il death metal tecnico e sei alla ricerca di un’alternativa al technical death medio di oggi, allora il consiglio è di dare una chance ai Moral Collapse!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Anechoic (Initiation)01:04
2Abandoned Rooms of Misspelled Agony06:26
3Your Stillborn Be Praised04:29
4Suspension of Belief03:44
5Vermicularis02:11
6Sculpting the Womb of Misery04:23
7To the Blind, All Things Sudden04:22
8Denier of Light04:52
9Trapper Without Recours (Rumination)04:36
Durata totale: 36:07
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Arun Natarajanvoce, chitarra, basso
Sudarshan Mankadchitarra
OSPITI
Tony Daschitarra solista
Kevin Hufnagelchitarra solista
Michael Wößchitarra solista
Sandesh Nagarajsample ed effetti
Mia Zabelkaviolino
Julius Gabrielsassofono
Hannes Grossmannbatteria
Bobby Koelblechitarra (traccia 2)
ETICHETTA/E:Subcontinental Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Replicant PR

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