Manowar – Kings of Metal (1988)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEKings of Metal (1988), sesto album dei Manowar, rappresenta per i newyorkesi un punto di svolta verso l’insoddisfacente seconda parte della loro carriera.
GENEREUn heavy metal con meno pulsioni epiche rispetto al passato, sostituite da alcuni flirt con speed e power.
PUNTI DI FORZAAlcuni lampi di ispirazione, all’origine di una manciata di pezzi grandiosi che valorizzano parecchio il disco.
PUNTI DEBOLITutta una serie di esperimenti senza molto da dire a livello profondo, che rendono l’album inconsistente, poco coeso e soprattutto ondivago all’estremo. In generale, qui i Manowar cominciano quella fase della propria storia in cui pensa più all’atteggiamento che alla propria musica.
CANZONI MIGLIORIKings of Metal (ascolta), Heart of Steel (ascolta), Hail and Kill (ascolta)
CONCLUSIONIKings of Metal è tutt’altro che un capolavoro. I fan più sfegatati dei Manowar possono amarlo; tutti gli altri si ritroveranno un disco che, coi suoi pregi e i suoi difetti, si rivela piacevole e sufficiente.
ASCOLTA L’ALBUM SU:YoutubeSpotify | Soundcloud
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | Ebay
SCOPRI IL GRUPPO SU:Sito ufficiale | Facebook | InstagramSpotify | Twitter | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
65
COPERTINA
Clicca per aprire

Per quanto mi riguarda, ho da sempre un rapporto ambivalente coi Manowar. Da un lato, è innegabile come che la band di Auburn, nello stato di New York, sia stata molto importante. I suoi primi album sono dei classici assoluti oltre che dei veri capolavori, e hanno contribuito non poco a indirizzare l’epic metal in quello che è oggi. Dall’altro però è vero che in seguito il gruppo ha vissuto parecchio di rendita, con scelte che magari i più fanatici nei confronti del gruppo hanno apprezzato. Ma che, a mio avviso, sviliscono parecchio i Manowar e li rendono quasi una macchietta, la parodia di sé stessi.
L’inizio di questa decadenza ha una data ben precisa: il 18 novembre del 1988, all’uscita del sesto disco Kings of Metal. Qualche (vaga) avvisaglia c’era già stata l’anno precedente, all’uscita di Fighting the World, un album bistrattato per i suoi toni hard ‘n’ heavy ma che, a mio avviso, rappresenta comunque l’ultimo album onesto del gruppo. Cosa che non si può dire del successivo, in cui i Manowar cominciano a curare più la maniera in cui si atteggiano, machista e “possente” a tutti i costi, rispetto alla musica in sé.

E sì che alcune delle premesse di Kings of Metal non erano neppure male. Per esempio, la volontà del gruppo di variare rispetto a quanto fatto in precedenza: qualcosa di lodevole, ma che i newyorkesi fanno senza motivazione profonda né vera ricerca artistica. Di fatto, i loro esperimenti non hanno granché da dire: rendono soltanto l’album inconsistente, oltre che poco coeso. E soprattutto, ondivago all’estremo: se alcuni brani sono anche ottimi, altri non sono minimamente all’altezza della situazione.
Di sicuro, i Manowar fanno meglio quando Kings of Metal si mantiene su coordinate metal. Pur avendo perso per strada gran parte della sua componente epic, rimane sempre un heavy classico piacevole, con a tratti flirt con speed e il primo power.
Questo stile viene supportato dagli americani con un’ispirazione forse non all’altezza dei momenti migliori della carriera, ma neppure così appannata nel confronto. Quanto basta per rendere Kings of Metal piacevole e sufficiente, ma certo non per avvicinarsi ai migliori lavori dei Manowar. Che, in virtù dei già citati difetti, quest’album non vede neppure col binocolo.

Un intro coi suoni di una motocicletta (fin troppo lungo, coi suoi oltre trenta secondi), quindi Wheels of Fire attacca potente, quasi thrashy. La sua energia rimarrà poi al centro dell’azione: già è notevole nelle strofe, circolari e macinanti, ma al tempo stesso ignoranti (in senso buono) il giusto, grazie anche a qualche venatura di tastiera. In tal senso fanno però ancora meglio i chorus: meno pesanti, hanno però un’intensità notevole. Al loro interno, si risente di nuovo l’epicità migliori dei Manowar, e il risultato è di gran impatto.
Alternando questi elementi, la struttura di base alla lunga si rivela un po’ ridondante. La stessa critica si può fare per l’assolo, uno shred anche buono di solito ma troppo lungo. Sono però sbavature non grandiose per un pezzo che per il resto ha parecchio da dire: con la sua qualità ottima, apre bene le danze.
Va però ancora meglio con Kings of Metal, che segue e svolta dallo speed al più classico heavy metal. Semplice e tradizionale, ha però la forza e la vitalità del meglio del genere, oltre alla classica componente tamarra tipica del gruppo. Un fattore ben udibile sia nelle strofe, potenti e senza fronzoli, sia nei ritornelli, simili ma più corali e anthemici. Componenti di una costruzione elementare ma che non ha bisogno d’altro, se non di un assolo stavolta valido e apprezzabile da parte di Ross the Boss. Unica variazione di un episodio brevissimo ma grande, uno degli indubbi picchi del disco!

Con Heart of Steel, il gruppo comincia a sperimentare, ma per ora senza sgarrare. Prima ballata nella sua storia, è però sentita e palpabile, senza nulla di artificioso. Già molto emozionanti risultano le strofe, in principio di basso voltaggio con lievi orchestrazioni e il pianoforte sotto alla voce di Eric Adams, qui davvero espressiva. Una base che poi si potenzia, a tratti persino con toni aggressivi, senza però stonare col resto.
Lo stesso discorso si può fare per i refrain, di poco più densi all’inizio, poi più metallici. A dominarli è però sempre un pathos lancinante, possente, di gran profondità, presente anche nell’assolo. Da classico metal o rock, anch’esso è ben piazzato in un pezzo splendido. Per quanto mi riguarda, il migliore che Kings of Metal abbia da offrire con la title-track!
La successiva Sting of the Bumblebee non è nient’altro che il classico assolo del basso di Joey DeMaio, come quelli già sentiti nei dischi precedenti dei Manowar. Ma qui assume un altro spessore: lo shred sterile sentito in Thunderpick o peggio Black Arrows viene sostituito dall’omonimo frammento classico, tratto dall’opera La Fiaba dello Zar Saltan del compositore ottocentesco russo Nikolaj Rimskij-Korsakov.
Da un lato, il tutto si rivela solo una prova di muscoli da parte del bassista americano. Ma dall’altro, è ben suonato e realizzato, anche grazie all’ottimo accompagnamento dato dagli altri strumentisti. Il risultato finale è apprezzabile: non sarà tra le punte di diamante della scaletta, ma si rivela piacevole e valido!

Se finora Kings of Metal è stato ottimo, da The Crown and the Rings cominciano le note dolenti. Al suo interno, i Manowar sperimentano sonorità orchestrali e corali che forse per l’epoca potevano essere innovative nel metal. Ma lo fanno senza cognizione di causa: il problema principale qui è la struttura, che alterna strofe con una melodia vocale forse un po’ scontata ma espressiva, e ritornelli che riescono a essere epici in maniera discreti.
Tuttavia, dopo la seconda ripetizione, il complesso viene a noia. E non riesce a essere evocativa e solenne neppure un decimo di come vorrebbe. Non aiuta poi il fatto di essere piazzata dopo altri due pezzi con poco di metal. Il risultato è che ci si ritrova a chiedersi il perché gli americani abbiano inserito un brano con così poco senso. Sarà anche carino, decente, ma di sicuro dopo un quartetto del genere stona parecchio.
Sempre meglio, tuttavia, di Kingdom Come, con cui il disco tornano al metal… o meglio, all’hard ‘n’ heavy. E neppure del tipo ispirato e divertente di Fighting the World: sin dalle prime note, c’è solo piattume. Già le strofe sono melodiche e “allegre” in un modo che può ricordare (non i migliori) Bon Jovi o Def Leppard, in versione potenziata a livello ritmico e molto, molto più stucchevole e artefatta. Il peggio sono però i ritornelli: mescolano quest’anima con cori e suoni maestosi. In qualcosa però che non riesce a essere né catchy (la melodia di base è l’apoteosi dell’insipido) né solenne. Si rivela solo anonima in maniera assoluta.
All’interno della canzone, si salvano solo l’assolo di Ross the Boss e la fase di vaga epicità che lo segue. Il resto è da buttare: parliamo non solo del punto più basso di Kings of Metal (e ce ne voleva), ma anche di uno dei peggiori nella carriera dei Manowar (e anche qui ce ne voleva, visti certi obbrobri tirati fuori dal gruppo negli anni successivi).

Visto che il brano precedente era così carino e “politicamente corretto”, a questo punto i newyorkesi cambiano strada con la “perversa” Pleasure Slave. Inclusa solo nella versione CD del disco, quasi una sorta di bonus track, si poteva anche evitare, visto che c’entra poco col resto del disco. E soprattutto, visto che il livello di trash (non è un errore, è proprio con un “h” sola) vola altissimo.
Dopo l’inizio, con gemiti di piacere che già preannunciano lo squallore del resto, parte un pezzo a metà tra l’heavy e il doom. Il senso strisciante che si respira sarebbe anche piacevole: nelle strofe in effetti lo è, come anche nei primi ritornelli, truci e cupi il giusto. Il problema è che gli americani infarciscono la seconda metà coi suddetti gemiti, che rendono il tutto ridicolo. Solo perché il testo parla di sesso (peraltro in una maniera abbastanza turpe), ce n’era davvero bisogno?
L’apice del cringe si raggiunse però al centro, in cui Eric Adams vorrebbe risultare macho, e coi suoi vocalizzi quasi in falsetto risulta solo ridicolo. È una delle vette in negativo di Kings of Metal, e correda un pezzo neppure così male, se paragonato al precedente, ma comunque ben al di sotto della sufficienza. Di sicuro poteva essere meglio, se i Manowar avessero pensato alla musica, invece che a mostrarsi virili (ammesso che lo siano e che il tutto non sia solo un’enorme compensazione).

A questo punto, con Hail and Kill gli americani smettono, per fortuna, di atteggiarsi. E, guarda caso, riescono a tirare fuori una canzone ben più che decente! Inizia lenta, melodica, e seppur buona fa temere l’ennesimo esperimento lento e moscio della serie. Per fortuna però è solo l’inizio: una breve pausa “da ballad”, poi il metal esplode, veloce e persino con un tocco di rabbia.
Di sicuro ce l’hanno le strofe, che pure risultano belle cavalcate battagliere, il momento della scaletta in cui le origini epic del gruppo tornano con più forza. Colpiscono molto bene: lo stesso, peraltro, si può dire dei ritornelli. Semplici ma catturanti, si stampano bene in testa, coi loro cori cantabilissimi e un retrogusto rock che però non stona.
Buoni anche i particolari di contorno, tra un assolo valido e musicale di Ross the Boss e la frazione seguente, anche più anthemica. Sono tutti elementi per una canzone ottima, poco distante dal meglio della prima parte. Oltre a rappresentare un ulteriore motivo per incazzarsi: se i Manowar avessero impostato tutto Kings of Metal su questi livelli, poteva venirne fuori un bel disco, invece del prodotto discutibilissimo e ondivago che è nella realtà.

Visto che finora un ascoltatore non aveva sopportato abbastanza stupidaggini, gli americani ora schierano The Warriors Prayer. Senza nulla di musicale, si tratta di un brano tutto parlato in cui la voce di un nonno racconta una storia al nipote, accompagnato da effetti che ne seguono la trama. Ma è una storia fantasy dozzinale e banalissima, davanti a cui chi, come me, conosce in maniera almeno un po’ approfondita la letteratura del genere non può che storcere il naso. E se è vero che anche gli altri testi del gruppo sono sulle stesse coordinate, senza musica questo fatto pesa molto di più.
Già questo è un motivo per non apprezzare questo intermezzo. Il peggio è però una durata di quasi quattro minuti e mezzo, che spezza l’album senza un perché. Cosa c’entra in un disco metal? Se uno voleva sentire qualcosa del genere, si ascoltava un audiolibro (la stragrande maggioranza dei quali è meno scontata di così). Qui invece rappresenta il punto più basso in assoluto della scaletta con Kingdom Come.
Per fortuna, i Manowar risollevano nel finale Kings of Metal con Blood of the Kings. Dopo un avvio eroico, ci si sposta su coordinate più dirette, quasi rock a tratti. A cui non mancano però elementi virtuosi, peraltro ben inseriti: il risultato è un buon dualismo, che abbraccia sia strofe orecchiabili e sottotraccia, sia i refrain. Più estroversi, vedono Adams duellare coi cori: il risultato non sarà eccezionale, ma ha la giusta musicalità.
Il risultato è buono e piacevole. O almeno lo sarebbe stato se, come sempre, gli statunitensi non avessero deciso di rovinarsi nella seconda metà: dopo circa quattro minuti il pezzo di suo sarebbe chiuso. Ma la band di Auburn gli aggiunge una coda lunghissima in stile “casino da fine concerto”: già nei primi secondi è ridonante, e col tempo diventa prolissa all’estremo. Di sicuro abbassa il valore di un pezzo che non se lo meritava: l’unica consolazione è che, così facendo, diventa il perfetto manifesto del disco che chiude.

Insomma, lo avrai capito: per i miei modesti gusti, Kings of Metal è tutt’altro che un capolavoro. In certi frangenti è persino fastidioso, visto che dà il via a una fase della carriera dei Manowar che non apprezzo. E che, purtroppo, ha portato a dischi anche molto peggiori di così.
Certo, c’è da dire che se sei uno dei fan più sfegatati degli americani, lo amerai a prescindere di tutto e di tutti. Se invece ami solo l’heavy metal senza pregiudizi… in realtà, l’album non ti è sconsigliato. Ma solo se non ti aspetti chissà che: ti ritroverai davanti un lavoro con diversi picchi in negativo ma anche alcune belle tracce, che in generale si rivela gradevole. A te la scelta, se un disco simile merita o no!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Wheels of Fire04:11
2Kings of Metal03:43
3Heart of Steel05:10
4Sting of the Bumblebee02:45
5The Crown and the Ring (Lament of the Kings)04:46
6Kingdom Come03:55
7Pleasure Slave05:37
8Hail and Kill05:54
9The Warriors Prayer04:20
10Blood of the Kings07:30
Durata totale: 47:51
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Eric Adamsvoce
Ross the Bosschitarra, tastiera
Joey DeMaiobasso
Scott Columbusbatteria
OSPITI
Grant Williamsvoce (traccia 9)
Arthur Pendragon Wilshirevoce (traccia 9)
ETICHETTA/E:Atlantic Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento

Google-Translate it!