Lamb of God – As the Palaces Burn (2003)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEAs the Palaces Burn (2003) è il secondo album dei Lamb of God.
GENEREIl solito connubio di groove e metalcore degli americani si unisce in questa prima fase della loro carriera a forti rinforzi thrash, per un risultato bello violento.
PUNTI DI FORZAPur avendo un impatto grandioso, la musica non aggredisce a testa bassa: al contrario, non mancano né musicalità né un songwriting abile, variegato. Il risultato è in continuo movimento e non annoia mai.
PUNTI DEBOLIOgni tanto all’interno del disco ci si perde: colpa di un filo di omogeneità, all’origine di una certa mancanza di hit. Ma sono comunque dettagli poco incisivi su una scaletta per il resto di altissimo livello.
CANZONI MIGLIORIRuin (ascolta), 11th Hour (ascolta), Vigil (ascolta)
CONCLUSIONII Lamb of God non sono certo una band per puristi. Ma a chi non è allergico a sonorità più moderne, As the Palaces Burn si rivelerà un piccolo capolavoro di potenza e ferocia!
ASCOLTA L’ALBUM SU:YoutubeSpotify
ACQUISTA L’ALBUM SU:AmazonEbay
SCOPRI IL GRUPPO SU:Sito ufficiale | Facebook | InstagramYoutube | Spotify | Twitter | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
92
COPERTINA
Clicca per aprire

Nel metal, esistono parecchie band “controverse”, apprezzate da una fetta del pubblico e snobbate dall’altra. Si tratta, spesso, di band che sono riuscite a raggiungere la fama suonando però generi innovativi o comunque invisi agli ascoltatori più tradizionalisti. Non stupisce, quindi, di trovare in questa categoria i Lamb of God.
La band di Richmond, Virginia, ha in effetti avuto l’ardire di mescolare il groove metal, un genere già non molto amato dai metallari più “true”, con una nemesi assoluta come il metalcore. In un connubio che peraltro, se ascoltato senza grossi pregiudizi, ha poco da invidiare in fatto di potenza e cattiveria ad altri generi estremi considerati di solito più degni. Almeno per quanto mi riguarda, ritengo i Lamb of God un’ottima band, che nel corso degli anni ha portato avanti una carriera interessante. E con qualche squillo notevole come per esempio As the Palaces Burn.

Secondo album degli americani, è uscito nel 2003, proprio nel periodo in cui il metalcore cominciava ad andare per la maggiore. Ma senza adeguarsi alle tendenze che già si delineavano: al contrario, il suo suono è parecchio duro, e guarda a presente e futuro come al passato. Di base, come detto, mescola groove e metalcore della prima ora in qualcosa di violento e rabbioso. Tutto ciò viene però condito anche da un lato thrash forse non classicissimo ma neppure troppo moderno: rende il suono di As the Palaces Burn anche più pesante. Ben più di quanto i Lamb of God faranno in futuro, prima che questo lato si affievolisse e la band affrontasse musica un filo più melodica: qui al primo posto ci sono invece cattiveria e distruzione.
Ciò non significa però che gli statunitensi aggrediscano a testa bassa: al contrario, al loro stile non manca la musicalità. Né un songwriting abile: lo si sente bene in strutture complesse ma ben impostate, con un mucchio di spunti davvero da urlo. In generale, parliamo di un album vario e in continuo movimento: in As the Palaces Burn non ci si annoia mai.
Certo, a volte ci si ritrova a perdersi all’interno dell’oceano sconfinato di riff impostato dai Lamb of God. Colpa anche di un filo di omogeneità, con passaggi che a tratti si assomigliano tra loro. È il motivo per cui tra l’altro nella scaletta non ci sono tantissime hit, almeno nel confronto con album dello stesso livello.
Al di là di queste lievi sbavature, però di solito il perdersi in As the Palaces Burn è positivo. Parliamo di quaranta minuti scarsi di grande intensità, con neppure una canzone meno che ottima. E in cui i Lamb of God mostrano bene quanto sanno essere potenti e feroci in maniera convincente.

Senza mezzo preambolo, Ruin entra nel vivo già possente, col suo riff thrash ossessivo, ripetitivo fino a risultare persino alienante. È subito una bella mazzata in faccia, e continua a esserlo anche quando la band comincia a variare. Accade in strofe più rallentate ma sempre possenti e anche arcigne, grazie a Randy Blythe e alle chitarre di Mark Morton e Willie Adler. Chitarre sempre impegnate in ottime ritmiche e a tratti in momenti più obliqui e strani. O anche in un ottimo assolo, di retrogusto southern, poco dopo la metà.
Già questa progressione è di grandissimo livello, ma il meglio arriva sulla trequarti: quando sembra che non ci debbano essere più sorprese, i Lamb of God stupiscono con uno stacco imperioso a opera del batterista Chris Adler. Un assolo brevissimo ma convulso e meraviglioso, lancia una fuga possente, groove metal di grinta pazzesca. Grinta che col tempo sale anche, per un momento grasso e di energia distruttiva grandiosa, prima che il finale più lento e strisciante ponga fine a un pezzo semplice ma spettacolare. Una vera e propria apertura col botto per il disco!
La successiva As the Palaces Burn è quasi più un frammento espanso che una canzone. Ma non dà fastidio: prende vita senza quasi pause dai suoni finali della precedenti e per buona parte della sua durata si pone non troppo veloce ma agitata. Il riff di base è a metà tra thrash, metalcore e un influsso quasi melodeath: domina a lungo sotto la voce del frontman e anche sotto a melodie oblique a tratti.
In certi frangenti però gli americani rallentano: di solito con ritmiche grasse da thrash/groove, al centro assumono influssi da death metal classico. È l’unica variazione di un pezzo lineare e semplicissimo, ma non è un problema: anche così potenza – e anche immediatezza e capacità di coinvolgere – sono eccellenti!

Purified inizia con un piglio quasi da thrash metal classico, ma poi assume pian piano tonalità più moderne. È l’inizio di una canzone che si basa molto sulle ritmiche, stavolta in continuo mutamento. A tratti sono più quadrate e classiche, altrove invece più moderne, magmatiche, e mentre alcune sono dritte al punto, altre risultano cadenzate e storte. Tutte, in ogni caso, si rivelano di gran impatto, nell’incastro mutevole costruito dai Lamb of God: quasi ogni passaggio qui è da urlo.
Fa eccezione la fase centrale, più obliqua tra il momento cantato da Blythe e l’assolo di un ospite d’eccezione come Chris Poland, veloce ma un po’ fine a sé stesso. Rispetto al resto, è un elemento meno valido, ma non rovina granché un pezzo che anche così risulta un piccolo gioiello. Pur non essendo tra i migliori di As the Palaces Burn!
Va tuttavia meglio con 11th Hour, che segue e dopo un avvio melodico ma a modo suo cupo attacca con un thrash sinistro, che ricorda i Testament. Ma più carico di influssi moderni: va avanti per tutte le strofe, prima che i ritornelli cambino verso. Di influsso metalcore, sono divisi tra la rabbia del cantante e melodie profonde, calde. Melodie che pian piano contagiano anche il resto: un processo che va avanti fino al centro.
Con la sua accelerazione, si pone di nuovo come una versione groove del melodeath più classico. Ma la sua profondità non dura: presto la musica si sposta su sonorità più aggressive, per poi culminare in un puro breakdown metalcore. Strisciante e cattivo, colpisce bene come i momenti con cui si scambia, groove metal di impatto grandioso. Ne risulta un finale splendido, per una traccia non solo a un soffio dai picchi del disco. Si rivela anche il giusto sfoggio della grandiosa capacità degli americani di svariare tra diversi registri in maniera vincente!

A questo punto, l’inizio di For Your Malice quasi spiazza con la sua maggior melodia. Fa quasi pensare a un rallentamento, ma è solo il preludio: presto i Lamb of God tornano a macinare. Un breve sfogo terremotante e quasi death metal, come si sentiranno altri in scaletta, poi il riff di Morton e dell’Adler chitarrista si fa più semplice. E ossessivo: rispetto alla media di As the Palaces Burn, la struttura è molto lineare. Alterna questa base, incalzante e presente a lungo, con stacchi un filo più aperti e melodici. Ma in cui la band si fa comunque valere con la potenza e anche con un tocco sinistro. Che poi arriva a espandersi nelle strofe, con piccoli suoni a rendere il tutto più inquietante.
In pratica non c’è altro in un pezzo piuttosto breve. Non sarà tra i più significativi della scaletta, ma di sicuro al suo interno non stona. Anzi, sa colpire nella giusta maniera!
Boot Scraper torna quindi a variare, forse in misura persino maggiore di quanto sentito finora. Lo si sente già nei primi secondi, quando un avvio “core” obliquo e dissonante confluisce in un momento molto più melodico, almeno a livello di riff. E, in seguito, il gruppo varia ancor di più, passando in pratica per ogni influenza possibile già affrontata finora.
Purtroppo, stavolta all’interno del pezzo ogni tanto ci si perde, come se il filo conduttore stavolta fosse più debole. Ma nonostante ciò, all’interno del pezzo i Lamb of God piazzano alcuni degli stacchi e delle ritmiche migliori del disco. Alcuni dei frangenti più tecnici colpiscono bene in tal senso, e anche i momenti più thrash o quelli più grassi e monolitici sono distruttivi al punto giusto. In un vortice che sarà sotto la media di As the Palaces Burn, ma sa bene il fatto suo!

Una rullata di Chris Adler, poi A Devil in God’s Country comincia riottosa. Un’anima che poi rimarrà sempre in scena: seppur la velocità salga solo di rado, frenesia e persino ansia sono sempre al centro del pezzo. Lo prova il riffage della coppia Morton/Adler, anche qui in continuo mutare. Ma stavolta con cognizione di causa.
Di fatto, ogni passaggio stavolta è impostato a puntino, in un fluire pieno di potenza e di panorami che si aprono in breve per prenderti a schiaffi (in maniera buona, ovvio) e poi richiudersi. Ne sono un bell’esempio i momenti groove metal che si aprono a tratti oppure il finale. Che abbandona la volontà di cambiare per qualcosa di ridondante in maniera però potentissima. Tra ritmiche e anche una specie di assolo che rende il tutto più lugubre, è una chiusura ottima per l’ennesimo pezzo grandioso della scaletta!
In Defense of Our Good Name comincia quindi agitata, per poi svilupparsi un po’ alla stessa maniera. Di nuovo, gli americani si muovono su terreni di alta complessità, con tanti passaggi allineati l’uno dietro l’altro. Ma stavolta, come in Boot Scraper, il tutto non ha una linea forte da seguire, e si perde: colpa anche di un po’ di senso di già sentito rispetto al resto di As the Palaces Burn.
In ogni caso, i Lamb of God riescono a piazzare diverse belle zampate. Brilla per esempio quella al centro, che dopo un’apertura melodica, fangosa mette in atto un’accelerazione vorticosa, di ottima energia. È solo uno dei dettagli che rendono la traccia sì la meno bella del disco, ma al tempo stesso ottima: quasi ovunque, brillerebbe molto di più!

Blood Junkie si apre obliqua, quasi stridente, ma poi svolta su coordinate più grasse e groove. Questa impostazione domina quasi ovunque: di thrash qui se ne sente davvero poco, mentre il lato più alternativo degli americani è un retrogusto che aleggia ovunque. Unito al ritmo lento dell’Adler batterista, ne esce fuori un impatto rabbioso, nichilista, con lunghi periodi cupi, e tratti più rutilanti ma sempre pesanti.
Ciò dura fino a metà, quando la musica cambia all’improvviso strada. Un passaggio terremotante e thrashy, poi gli statunitensi svoltano su un finale tutto di pura cattiveria e impatto. Costruita su fasi del metalcore più truce che si scambiano con tratti ossessivi che renderebbero fieri i Pantera (con in mezzo anche un assolo alienante), è un momento di alto godimento. Il migliore di un episodio che anche di suo si difende alla grande: risulta un altro gioiello in un album come As the Palaces Burn!
Quest’ultimo è ormai alla fine: per l’occasione, i Lamb of God schierano Vigil, che all’inizio sorprende. Lasciato da parte il metal, l’intro è malinconico, con chitarre pulite ed echeggiate che poi crescono giusto con l’aggiunta del basso di John Campbell.
Dopo una quarantina di secondi, però, lo scream di Blythe irrompe in scena: introduce un pezzo che tuttavia per il momento rimane lento. Il riffage oscilla tra lidi addirittura doom, momenti più sfilacciati e groove e anche passaggi melodici. In cui il cantante aggiunge un tocco di infelicità e di fango al tutto.
È una progressione molto intensa, che colpisce bene dall’inizio alla fine, dopo un paio di minuti. Ma quando si spegne, il pezzo non è ancora finito: c’è spazio ancora per un ultimo sfogo convulso. Le staffilate ritmiche di Morton e Willie Adler creano un vortice davvero possente, tortuoso, di efficacia grandiosa, in cui si inseriscono bene piccole melodie a rendere il tutto più nervoso. Ne risulta una vera e propria bomba: porta a termine un pezzo eccellente, poco distante dal meglio del disco che chiude!

Come già detto all’inizio, da un lato è vero che i Lamb of God non sono una band per tutti. È probabile che per un fan del thrash più classico e forse persino del groove, As the Palaces Burn può essere un po’ spiazzante, forse persino indigesto. Tuttavia, dall’altro lato chi non è allergico anche a sonorità più moderne, qui non troverà altro che potenza e ferocia a tonnellate. Se lo sei anche tu, perciò, l’invito non può che essere a scoprire questo piccolo capolavoro, se non l’hai ancora fatto!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ruin03:54
2As the Palaces Burn02:24
3Purified03:10
411th Hour03:44
5For Your Malice03:43
6Boot Scaper04:34
7A Devil in God’s Country03:14
8In Defense of Our Good Name04:10
9Blood Junkie04:23
10Vigil04:42
Durata totale: 37:58
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Randy Blythevoce
Willie Adlerchitarra
Mark Mortonchitarra
John Campbellbasso
Chris Adlerbatteria
OSPITI
Chris Polandchitarra solista (traccia 3)
Steve Austinchitarra (traccia 4)
Devin Townsendchitarra (traccia 7)
ETICHETTA/E:Prosthetic Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento

Google-Translate it!