Johnny O’Neil – Truth or Dare (2021)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONETruth or Dare (2021) è il primo album solista di Johnny O’Neil, musicista di Minneapolis che negli anni ottanta ha fatto parte della cult band Dare Force.
GENEREUn hard rock molto tradizionale, con radici nel blues e nel rock classico. Ma senza che manchino tocchi di potenza che sfiorano il metal.
PUNTI DI FORZAPur senza grossi scossoni o fuochi d’artificio, il progetto è capace di divertire nella giusta maniera.
PUNTI DEBOLIA volte la mancanza di originalità del progetto pesa: colpa anche di un’ispirazione altalenante.
CANZONI MIGLIORIComin’ for You (ascolta), Tell Me What You Think You Know (ascolta), World Run Amuck (ascolta)
CONCLUSIONINonostante i suoi limiti, Truth or Dare è un buon disco, con cui Johnny O’Neil riesce a intrattenere bene.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
76
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“Daddy rock”: un’espressione che negli ultimi anni ha preso piede nei paesi anglosassoni per indicare una certa maniera di suonare hard rock. Una maniera che si rifà al passato del genere, nelle sue varie incarnazioni tra gli anni settanta e ottanta, a volte mescolate tra loro. Una definizione calzante, insomma, per il gruppo di Johnny O’Neil.
Membro fondatore dei Dare Force, band hard rock di culto che negli anni ottanta pubblicò tre album e andò in tour con gente del calibro di Kiss, Ted Nugent, Kansas, UFO e Ratt, di recente si è attivato in chiave solista. Risale allo scorso ventuno gennaio il suo esordio Truth or Dare, un album che non riserva grandi sorprese a livello stilistico. Parliamo, come già detto, del tipico hard rock americano, con radici nel blues e nel rock classico. Ma senza che manchi la potenza: in certi frangenti, anzi, l’album arriva perfino a sfiorare il metal propriamente detto.

Più o meno basterebbe questo a descrivere Truth or Dare: si tratta di un disco che fila abbastanza, senza grandi scossoni o fuochi d’artificio. Ma, dall’altra parte, anche la lunga esperienza di Johnny O’Neil conta: pur con la classicità del suo rock, riesce a mantenere buoni livelli. Il musicista di Minneapolis sa cosa vuole ottenere con la propria musica e come farlo: raggiunge i suoi obiettivi senza sforzarsi troppo. Il che a volta è vincente: alcune canzoni impattano bene proprio grazie alla loro semplicità.
Certo, dall’altro lato il tradizionalismo può essere un limite. Se in alcuni frangenti Truth or Dare riesce a non suonare troppo trito, altrove scade un po’ nella banalità. Colpa anche di un’ispirazione altalenante, a volte sostituita dal mestiere. Forse è anche comprensibile per un musicista dalla lunga storia come O’Neil: credo però che in certi casi, il nostro uomo si potesse sforzare un pelo di più in fase compositiva.
Non per nulla, Truth or Dare per il resto si rivela un album che sa intrattenere. Non avrà alcuna pretesa di innovazione, ma sa quali tasti toccare per divertire chi apprezza il vecchio hard rock. Senza, per questo, suonare solo “una copia di”, come capita purtroppo a tanti, troppi gruppi di oggi.

Senza preamboli, Snake in the Grass comincia subito col suo riff di base, ossessivo e con una sua buona energia. Di carattere molto classico, riporta subito indietro agli anni ottanta, ma senza troppa nostalgia: pur senza originalità, riesce ad avvolgere bene. Specie nelle strofe, in cui viene corredato dalla voce del mastermind, acuta e non tecnicissima ma adatta alla situazione.
Oltre che in due fasi soliste al centro e nel finale quasi di retrogusto Black Sabbath, con buoni assoli, la direzione cambia solo nei ritornelli: più espansi, mostrano un po’ più di energia. Ma solo per poi tornare all’origine: in generale, parliamo di un pezzo abbastanza ripetitivo. Il che, a tratti, è anche un difetto: per fortuna però non incide troppo. Ne risulta una buona apertura per Truth of Dare, non eccezionale ma che già mostra la capacità di colpire del gruppo di Johnny O’Neil!
È tuttavia un’altra storia con Comin’ for You. Un inizio da rock molto classico, poi però la potenza deflagra. Ci ritroviamo in un ambiente duro, maschio, che ricorda addirittura alcune cose dei Judas Priest (!): da amante del genere, non posso fare a meno di apprezzare. Sia quando questa norma è in solitaria, sia nei ritornelli, semplici ma impostati in maniera molto coinvolgente.
Più rockeggianti sono invece le strofe: ricordano quasi gli AC/DC, anch’essi riletti però in una chiave più dura. In un connubio che risulta vincente, specie nell’accoppiata con l’altra anima, aiutata peraltro anche da due belle parti strumentali. Quella al centro è divisa tra momenti più melodici e altri invece in cui la potenza fluisce ancor più forte; più riflessiva e preoccupata si rivela quella della trequarti. Anch’essa però si integra al meglio in un ottimo episodio, uno dei picchi assoluti del disco!

Dopo un paio di canzoni energiche, Tell Me What You Think You Know abbassa il voltaggio. Ma senza rinunciare alla distorsione, impiegata stavolta da O’Neil in un riff sensuale, crepuscolare, che cattura sin da subito. È la colonna portante del pezzo: riletto sia in chorus più aperti e catchy a modo loro, sia in strofe di poco più dense e vorticose, funziona in entrambe le vesti.
A parte i soliti assoli funzionali (specie quello bluesy al centro, ma anche quello breve in coda è valido), non c’è altro in un complesso semplice e anche breve. Ma che non ha bisogno di altro, in fondo: ne risulta un’altra traccia grandiosa, tanto da essere col precedente il meglio che Truth or Dare possa offrire.
Purtroppo, dopo un uno-due simile Johnny O’Neil non riesce a tenere alta l’asticella, e piazza Down and Round. Brano ricorda molto l’hard rock più melodico degli anni ottanta, si destreggia tra ballad e pop metal all’insegna della spensieratezza. Il che a tratti funziona: ne sono un esempio le strofe, in cui il frontman mostra buone doti non solo alla chitarra ma anche al basso. Altrove però la faccenda non è così positiva.
Lo dimostrano alcuni momenti che, divisi tra le due pulsioni del brano, non ne abbracciano nessuna e risultano né carne né pesce. Ma la pecca principale del pezzo sono i refrain: più preoccupati e leggeri, c’entrano però poco col resto. E, quel che è peggio, hanno una melodia davvero insipida: non consentono alla canzone di sviluppare il suo potenziale. Per un risultato discreto, e nulla più.

Ode to Mark stacca del tutto dall’hard rock per lidi strumentali, calmi. La chitarra acustica di O’Neil è la protagonista in solitaria di un lungo momento arpeggiato, a metà tra folk e blues. Non molto variegato, è però avvolgente: colpisce soprattutto per la sua bella malinconia. Che alla fine, insieme a una durata contenuta e giusta, rende questo frammento significativo, piacevole, e lo rende un buon preludio per Temple, che segue e all’inizio continua su toni puliti. A cui però presto si unisce il basso, qualche venatura distorta e il rullante di Joachim Baeker.
È l’inizio di un pezzo nostalgico, mogio, specie nella norma principale. Nonostante la tristezza, risulta molto avvolgente sia in questo inizio, quando è espansa, sia in versione più concisa altrove. Ma anche il resto non scherza: i momenti più pesanti con cui si alterna lo sono solo di poco, e sottolineano bene l’aura generale. Aura da cui esce soltanto la fase centrale, un filo più serena: merito dell’organo dell’ospite Danny Peyronel, che le dà un aura molto da prog rock prima del solito assolo di buon livello. E si integra, pur con la sua diversità, in un brano forse non eccelso ma che si lascia ascoltare con piacere, e non stona in Truth or Dare.
Red Sun in the Sky torna quindi all’hard rock, ma con un riff che stavolta manca di mordente: colpa anche delle venature di chitarra pulita. Che, di nuovo, fanno sembrare che Johnny O’Neil voglia tenere il piede in due scarpe. Ne sono una gran prova le strofe: più spoglie, con solo le ritmiche distorte, hanno un impatto discreto, anche grazie al cantato mogio del mastermind.
Meno buoni sono bridge e ritornelli: se i primi ancora si difendono, i secondi sono il vero problema del brano, col loro coro privo di incisività. Lo rendono piatto: il risultato sarà anche discreto, ma non va oltre.

Cover del famoso brano dei Beatles, Revolution mostra due facce. Da un lato, i momenti in cui il chitarrista americano la rilegge in maniera più hard sono apprezzabili. Dall’altra però, quando cerca più di fare il verso agli inglesi, o in generale al rock anni sessanta, il risultato lascia un po’ a desiderare. È come se a mancare fosse il coraggio di personalizzarla del tutto, e preferisca seguire in modo pedissequo la band originale. Il che, come ho sempre detto in tante recensioni di Heavy Metal Heaven, ha poco senso, perché spesso ne risulta una copia sterile dell’originale. È in parte così anche per Johnny O’Neil: seppur ben suonata e decente, il risultato ha poco da dire. E risulta il punto più basso in assoluto di Truth or Dare.
Per fortuna, quest’ultimo si ritira su nel finale con World Run Amuck. Altro brano strumentale, si muove stavolta su toni hard rock esuberanti, tra momenti rutilanti centrati sulle ritmiche e altri solisti. Questi ultimi sono preminenti: non troppo virtuosi, al loro interno il chitarrista si accontenta spesso di fare solo da abbellimento. Il che tuttavia non è un problema: rende solo il tutto più avvolgente e piacevole.
Ottimi però anche i momenti in cui O’Neil si produce in assoli veri e propri. I due principali hanno un retrogusto molto anni settanta; merito anche di una scelta di suoni che si rifà proprio a quel periodo. Veloci ma espressivi, sono un altro punto di forza per un pezzo di ottimo livello. Neppure troppo lontano dal meglio del disco che chiude!

Forse non ci sarebbe neppure da sottolinearlo, a questo punto: se uno dalla musica vuole in primis innovazione, è meglio che stia alla larga da Johnny O’Neil. Se però l’hard rock ti piace, e cerchi qualcosa di classico, che magari non sia troppo trito, il musicista del Minnesota è il tuo uomo. All’interno di Truth or Dare troverai ben poco di trascendentale, ma in compenso tanto divertimento e alcuni pezzi belli sostanziosi. Il che lo rende già sopra alla media delle uscite rock e metal odierne: poco non è!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Snake in the Grass04:22
2Comin’ for You05:29
3Tell Me What You Think You Know04:10
4Down and Round04:47
5Ode to Mark02:42
6Temple05:37
7Red Suns in the Sky04:29
8Revolution (The Beatles cover)03:29
9World Run Amuck04:08
Durata totale: 39:16
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Johnny O’Neilvoce, chitarre, basso
Joachim Baeckerbatteria e percussioni
OSPITI
Danny Peyronelhammond e pianoforte (tracce 4, 6, 8)
Mark Millerbatteria (traccia 3)
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Michael Brandvold Marketing

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