Dimmu Borgir, Old Man’s Child – Devil’s Path/In the Shades of Life (2001)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEDevil’s Path/In the Shades of Life (2001) è uno split album creato dall’unione dell’EP Devil’s Path (1996) dei Dimmu Borgir e del demo d’esordio degli Old Man’s Child, In the Shades of Life (1994).
GENERE/I
  • DIMMU BORGIR: Un black metal più scarno ed espanso rispetto sia alla fase di carriera precedente che a quello successiva della band. E soprattutto, con un inedito tono epico.
  • OLD MAN’S CHILD: Un black metal tra il melodico e l’atmosferico, che esplora in varie direzioni.
PUNTI DI FORZA
  • DIMMU BORGIR: Esperimenti ben riusciti e composti, sinonimo di una band ispirata.
  • OLD MAN’S CHILD: Tanti spunti di qualità che riflettono la futura bontà del gruppo.
PUNTI DEBOLI
  • DIMMU BORGIR: : Le due cover consecutive di Nocturnal Fear dei Celtic Frost stonano parecchio col resto.
  • OLD MAN’S CHILD: Si sente che la band è ancora immatura, con diverse sbavature e qualche passaggio meno riuscito.
CANZONI MIGLIORI
  • DIMMU BORGIR: Master of Disharmony (ascolta), Devil’s Path (ascolta)
  • OLD MAN’S CHILD: St. Aidens Fall (ascolta), Manet Sorgfull Gjennom Skogen (ascolta)
CONCLUSIONIPer quanto non fondamentale, Devil’s Path/In the Shades of Life è uno split interessante, specie per chi ama i Dimmu Borgir o gli Old Man’s Child (oppure entrambi).
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Se di solito gli split album sono composti da due o più band che si alleano ed escono insieme, possono capitare anche casi alternativi. Casi in cui la spinta viene dalle case discografiche, o in cui queste ultime prendono del materiale precedente di un certo numero di gruppi, magari EP o demo, e lo mettono insieme. Che siano operazioni commerciali o con una motivazione profonda, spesso riguardano band di media fama, ma a volte anche nomi più famosi ci rientrano. Come nel caso di Devil’s Path/In the Shades of Life.
Uscito nel 1999 come Sons of Satan Gathers for Attack (mentre due anni dopo è la prima pubblicazione col titolo nuovo, la versione di cui ci occupiamo oggi), unisce due band che hanno poco bisogno di una presentazione, se già gli Old Man’s Child sono una piccola celebrità nel mondo del black metal, i Dimmu Borgir li superano: chiunque si sia addentrato nel metal li conosce, anche solo di nome. E conosce anche la fama del loro personale black metal sinfonico. Uno stile di cui però non c’è traccia qui.
Come dice il titolo, lo split album in questione è costituito da due EP, Devil’s Path dei Dimmu Borgir e In the Shades of Life degli Old Man’s Child, rispettivamente ’96 e ’94. Per quanto riguarda il secondo gruppo, parliamo addirittura del demo d’esordio. L’altra invece è autrice di un EP un po’ particolare rispetto alla norma del gruppo guidato da Shagrath e Silenoz. È proprio da quest’ultimo che lo split comincia.

Si può dire, senza sbagliare, che Devil’s Path sia stato un mini album del tipo sperimentale, da riservare a materiale non in linea con la produzione “principale”. Al suo interno, non ci sono né la ricchezza sonora che i Dimmu Borgir raggiungeranno in seguito, né il suono alienante degli inizi. E non c’è neppure l’elemento sinfonico che da sempre li contraddistingue: al contrario, il black metal affrontato dal gruppo qui è più scarno, quasi atmosferico. Merito anche delle tastiere di Shagrath, che disegnano a tratti melodie allucinate. Ma più spesso, compiono un lavoro ben diverso.
In effetti, all’interno delle due tracce originali di Devil’s Path, i Dimmu Borgir dimostrano addirittura un inedito spirito epico. Non troppo spinto e senza eccessi, risulta però avvolgente al punto giusto, oltre che un bel sentire: merito dell’alto livello ispirazione del gruppo, degno dei loro momenti migliore. Per una parte di split affascinante e di gran interesse, pur non essendo perfetta.
Versione più espansa di quella più concisa presente in Enthrone Darkness Triumphant, l’iniziale Master of Disharmony parte con un intro di percussioni e rumori arcani, come in un oscuro rituale. Va avanti per poco più di un minuto, ma poi all’improvviso il black metal entra in scena: all’inizio è lento, sinistro, ma presto Tjodalv (batterista condiviso all’epoca dalle due band, mentre Galder si sarebbe unito ai Dimmu Borgir solo in seguito) porta il tutto su un blast beat convulso.
Con un riffage acido e cori sintetici, si crea subito un’aura oscura al massimo. Sembra il filo conduttore del pezzo, ma col tempo la cappa si apre un po’: a tratti spuntano momenti sinistri ma più lenti e con una linea melodica. La norma più impressionante vede però di nuovo i cori su una base lenta e incalzante, insieme oscura ed evocativa.
Non mancano momenti più tenebrosi o addirittura aggressivi; anche i più veloci però tendono ad avere una certa musicalità. Musicalità che a tratti si sviluppa molto bene, in passaggi con anche un certo pathos, o riflessivi come l’assolo sulla trequarti, quasi da metal classico. Il tutto impostato in un flusso che scorre molto bene, anche nonostante le sue svolte. Il risultato è un vero pezzo da novanta, che apriva benissimo l’EP e anche nello split risulta tra i momenti migliori.

Devil’s Path inizia subito monolitica, col blast beat sormontato dal riffage acido di Silenoz, aiutato da cupi cori e dallo scream alto e arcigno di Shagrath. Una forma su cui il pezzo rimane a lungo; dopo circa un minuto, però, tutto comincia a cambiare.
Al di là dei ritorni dell’attacco, il resto ha toni più armonici. Diviso tra sezioni più infelici, quasi malinconiche, e altre addirittura positive, maschie nella loro carica battagliera, è accomunato da una forte tensione epica. Tensione che non abbandona il complesso neppure nei momenti più melodici, quasi estranianti, che appaiono qua e là. Che siano quasi sereni oppure malinconici e riflessivi (o anche entrambi, come il bell’assolo centrale) arricchiscono un’altra progressione non semplicissima, ma ben costruita. Non sarà valida come la precedente, ma non è neppure troppo lontana!
Purtroppo, se finora Devil’s Path è stato quasi perfetto, ora il livello si abbassa parecchio con Nocturnal Fear. Cover dei Celtic Frost, viene giusto di poco personalizzata dai Dimmu Borgir, con un suono che fa molto black metal della prima ora e lo scream invece dello sporco di Tom G. Warrior. Il che non sarebbe neppure male, se non spezzasse del tutto la maestosità sentita finora. Non ce n’è traccia né nei momenti più caotici né tantomeno in quelli di origine thrash. E con la già citata scarsa personalizzazione, il risultato è solo discreto, oltre a stonare un po’ col resto.
La scelta peggiore è tuttavia quella di piazzare, subito dopo, un’altra versione della stessa canzone, in versione “Celtically Possessed”, ossia più aderente all’originale. Con la stessa base musicale (solo un po’ più grezza a livello di registrazione) e Shagrath che stavolta cerca di imitare il cantante dei Celtic Frost, il risultato è a dir poco grottesco. Più che un tributo, sembra una parodia, e neppure riuscita. Il che condanna questo secondo esperimento a essere il punto più basso sia dell’EP originale che dello split.

Come i Dimmu Borgir, anche gli Old Man’s Child non sono quelli che diverranno poi. Il suono di In the Shades of Life non è il black metal robusto di The Pagan Prosperity o In Defiance of Existence: anche il progetto di Galder del gruppo tende all’atmosfera, e a tratti alla melodia futura. Ma non sempre: in generale, la sua musica svaria parecchio. Anche troppo a tratti: si sente che è un primo demo, e che la band è ancora alla ricerca di una personalità, sperimentando ma non sempre con cognizione di causa.
Sono diverse, in effetti, le ingenuità presenti all’interno di In the Shades of Life. Gli Old Man’s Child però mostrano anche i semi di quanto di buono faranno in futuro: a tratti, ci sono dei bei spunti di classe. E senza brutte cadute di stile, ciò rende la loro parte un po’ migliore rispetto a quella dei Dimmu Borgir.
Si parte da St. AIden Fall, che mostra subito un suono diverso dalla metà precedente, e non solo a livello di registrazione. L’intro è calmo, con solo la chitarra pulita, per un effetto dimesso, mogio. Un effetto che in parte rimane nella musica anche quando, pian piano, il black metal comincia a filtrare. Quando esso prende il sopravvento, tuttavia, l’ambiente diventa plumbea, tempestosa. Sia i momenti più lenti che quelli col blast (però non troppo spinto) evocano più oscurità. E a tratti anche profondità, come quando entrano in scena le tastiere, o persino accenni di orchestrazioni. Come nella seconda metà, dopo una ripresa dell’intro.
Anche i tanti momenti più ansiosi non sono niente male, tuttavia. Sono essi la colonna portante di un pezzo ottimo, che va avanti ipnotico e godibile a lungo. E risulta il picco assoluto di In the Shades of Life.
Seeds of the Ancient Gods mostra quindi un lato quasi orientale almeno all’inizio, con la chitarra pulita. Già ora gli Old Man’s Child suonano ipnotici, e quando il blast beat di Tjodalv entra in scena lo diventa ancora di più. Seppur ci siano anche notevoli tratti che puntino invece all’impatto: ne è un esempio la successiva falsariga riottosa e graffiante che tornerà più volte nella canzone.
Si alterna con l’anima più atmosferica un paio di volte, inframezzate da una fase alienante. Con chitarre pulite, voci pulite salmodianti e suoni inquietanti si rivela bizzarra, forse anche troppo. Buona invece la fase di trequarti, ancora con influssi semi-sinfonici. Evoca un pathos carino, il che arricchisce un episodio forse un po’ sconnesso e con troppe ingenuità, ma tutto sommato piacevole al punto giusto.

Anche Manet Sorgfull Gjennom Skogen si avvia pulita e calma, ma cupa: sia la chitarra che la voce pulita creano un mood crepuscolare. Un mood che poi, all’arrivo in scena del black metal, comincia a oscillare: alcuni tratti sono espansi, ancora atmosferici, con un’altra nota emotiva. Altri invece si pongono arcigni: in principio macinanti, vanno avanti in breve per poi spegnersi in code stanche, decadenti.
Questa evoluzione si ripete un paio di volte, ma già la seconda comincia a evolversi, a mescolare varie parti. In qualcosa pieno di cambi di atmosfera e di ritmo, ma ben fatto: merito soprattutto di atmosfere studiate a puntino, in cui ogni sfumatura ha un suo perché. Anche in una lunghezza non eccessiva, abbiamo un pezzo ben fatto, ricco e che non suona incompleto. Si rivela appena dietro a St. Aiden Fall per qualità!
Purtroppo, lo stesso giudizio non si può dare di The Old Man’s Child: stacca dal resto per un riff potente, quasi death metal. Colpisce abbastanza bene, nonostante la differenza con quanto sentito finora in In the Shades of Life; piuttosto, il problema sono i momenti più veloci, col blast beat. Non sanno solo un po’ di già sentito: con la loro melodia di base, risultano abbastanza anonimi.
Per fortuna, il resto dei passaggi black metal funzionano, sia che abbiano tratti melodici, sia che risultino più aggressivi. I migliori sono però quelli dal retrogusto folk: lungo la tortuosa struttura ne appaiono parecchi. Tra cui il più brillante è al centro: ha persino una tastiera melodica, su una base da puro black norvegese.
Non male anche i tratti in cui il riffage di Galder e Jarder si pone più macinante: sono un ulteriore tocco per un pezzo che pur perdendosi a tratti si rivela carino. Pur essendo il punto basso della seconda metà dell’EP.
A questo punto, esso è agli sgoccioli: c’è spazio solo per …og Jeg Iakttok Dødsrikets Inntog, che lascia da parte ogni distorsione per porsi come un espanso outro ambient. Di base spaziale, celestiale con persino un tocco burzumiano, vede però l’ingresso sin dall’inizio di elementi folk. Spesso rappresentati da chitarre pulite (aiutata dal basso di Brynjard Tristan), a tratti assumono l’identità di piccoli, semplici assoli di flauto.
Anch’essi contribuiscono a una pace serena, fuori dal mondo. Oltre a una breve coda finale con un arcano pianoforte e orchestrazioni dissonanti, le fa eccezione solo il tratto centrale. Al suo interno le tastiere passano dalle melodie a un tappeto cupo mentre basso e chitarre sempre pulite fanno da sfondo a un parlato oscuro, quasi inquietante. È l’unica grande variazione di un brano semplice ma di buon effetto. Pur essendo un filo lungo come finale, preso a sé stante si rivela buonissimo, una giusta chiusura.

Come dicevo all’inizio, alcuni split realizzati in questa maniera sono davvero ispirati, altri invece sono fatti solo per scopi commerciali. E Devil’s Path/In the Shades of Life? Per quanto l’intento sia stato senza dubbio il secondo, in un periodo in cui entrambe le band andavano per la maggiore, non è un disco da sottovalutare troppo. Sì, tutte e due le parti hanno i loro difetti, e a eccezione di qualche canzone non c’è nulla di fondamentale qui. Tuttavia, a chi ama il black metal potrà interessare lo stesso: all’interno di queste tracce, si possono sentire due lati diversi di due nomi storici come Dimmu Borgir e Old Man’s Child. Se sei fan di una o di entrambe le band, non potrai che apprezzarne l’ascolto.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Dimmu Borgir – Master of Disharmony06:06
2Dimmu Borgir – Devil’s Path05:31
3Dimmu Borgir – Noctural Fear (Celtic Frost cover)03:22
4Dimmu Borgir – Noctural Fear (Celtically Possessed – Celtic Frost cover)03:30
5Old Man’s Child – St. Aidens Fall05:49
6Old Man’s Child – Seeds of the Ancient Gods06:40
7Old Man’s Child – Manet Sorgfull Gjennom Skogen05_37
8Old Man’s Child – The Old Man’s Child04:03
9Old Man’s Child -… og Jeg Iakttok Dødsrikets Inntog05:04
Durata totale: 45:42
FORMAZIONI DEI GRUPPI
Dimmu Borgir
Shagrathvoce, chitarra solista, tastiere
Silenozchitarra ritmica
Nagashbasso
Tjodalvbatteria e percussioni
Old Man's Child
Galdervoce, chitarra, tastiera
Jarderchitarra
Brynjard Tristanbasso
Tjodalv batteria
ETICHETTA/E:Karmageddon Media
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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