Stormtide – A Throne of Hollow Fire (2021)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEA Throne of Hollow Fire (2021) è il secondo album degli australiani Stormtide.
GENEREUn death metal ipermelodico incontra il folk metal scandinavo per qualcosa di raffinato e anche maestoso, per merito di una forte componente sinfonica.
PUNTI DI FORZAUn suono personale che beneficia di una grandissima cura per ogni lato del songwrriting. Tra le mille belle melodie, strutture ben studiate e atmosfere avvolgenti, ne risulta un album pieno di canzoni di alta qualità.
PUNTI DEBOLIUna relativa mancanza di hit rispetto ad altri album dello stesso livello, ma dà un fastidio davvero minimo.
CANZONI MIGLIORIShe Who Would Name the Stars (ascolta), Wayfinders (ascolta), A Throne of Hollow Fire (ascolta), A Warship Braved the Tempest (ascolta)
CONCLUSIONIVista la complessità degli Stormtide, A Throne of Hollow Fire è un album in cui è difficile entrare. Se ci si riesce però ci si ritrova davanti a un vero gioiello, consigliato per chi ama il folk nordico a tuttotondo.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
93
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Ci sono certi tipi di sonorità, in ambito folk metal – ma anche death, black, power – subito riconoscibili come di marchio scandinavo. Del resto, è lì che quelle particolari visioni di determinati generi sono nate; ciò non toglie che con la globalizzazione degli ultimi decenni, si possono trovare gruppi che ne imitano i suoni. E non sempre è un bene: spesso, anzi, il risultato sono album derivativi, sterili, non paragonabili ai grandi nomi a cui si ispirano. Ma per fortuna non è sempre così: c’è anche chi sa affrontare con abilità uno stile “scandinavo” senza provenire dal Nord Europa. Come dimostrano bene gli Stormtide.
Essendo di Melbourne, in Australia, sono in pratica dall’altra parte del mondo rispetto a Svezia o Finlandia. Eppure, il loro metal si ispira alle scene di quei paesi, come racconta il loro secondo album A Throne of Hollow Fire. Uscito lo scorso primo maggio grazie a Metal Hell Records, si tratta di un lavoro che non fa nulla per nascondere le sue influenze principali. Al tempo stesso però la band le sa rileggere in una maniera che non suona mai stantia o troppo simile, anzi.
Di base, il suono degli Stormtide unisce un death metal iper-melodico, che ricorda i primi Amon Amarth in versione più calma e atmosferica, e una pervasiva anima folk. Di orientamento “finlandese”, ne eredita non solo la spiccata melodia, presente nelle tantissime armonie raffinate di A Throne of Hollow Fire, ma pure nella sua pomposità. Merito anche della forte componente sinfonica, anch’essa molto presente: aiuta l’epicità, la maestosità e la profondità del gruppo, fattori sempre al centro dei suoi intenti.

Si tratta di uno stile abbastanza personale: seppur non del tutto inedite, combinazioni simili non sono neppure tanto diffuse. Ma il lato migliore di A Throne of Hollow Fire, è che gli Stormtide ci mettono del proprio, con per esempio una grande cura in ogni lato del proprio songwriting. Tra strutture complesse ma ben studiate, soprattutto per evocare atmosfere variegate e avvolgenti al massimo, ogni canzone ha la sua personalità. Mentre solo di rado qualche impostazione tende a ripetersi.
Anche per questo, poco importa se A Throne of Hollow Fire cade (in parte) nell’altro errore tipico odierno, una mancanza di hit – almeno nel confronto con dischi di livello simile. Se ciò impedisce agli Stormtide di raggiungere la perfezione, non dà troppo fastidio: anche così, la qualità media rimane molto alta.
Neppure la registrazione riesce a rovinare l’album. Pulita, a tratti risulta però un pelo caotica, vaga e poco definita; ciò però dà fastidio solo in rari frangenti. Altrove invece rende la musica degli Stormtide più sfumata e atmosferica. Donando un tocco di fascino a un lavoro che ne ha già da vendere.
Certo, c’è anche da dire che A Throne of Hollow Fire non è per tutti: parliamo di un lavoro difficile da penetrare. Ci sono molte melodie, ma sono tutte poco immediate, quasi intimiste, e ci vuole del tempo per entrare nella loro magia. Ma se ci si riesce, ci si ritrova davanti a un vero e proprio gioiello, come leggerai.

A Valley of Ashes è la calma prima della tempesta. Intro classico, mostra già da subito il lato folk (e in parte quello sinfonico) degli Stormtide. Con la sua calma malinconia, va avanti per un minuto e mezzo, prima che A Throne of Hollow Fire esploda con forza.
Il ritmo non è velocissimo, ma sin da subito si pone marziale: insieme alle orchestrazioni di Reuben Stone, ne viene fuori un attacco evocativo, e col tempo lo diventa di più. È l’effetto creato sia dai momenti più dinamici e diretti, in cui al centro della scena è il riffage melodeath a là Amon Amarth, sia da quelli dominati dal lato sinfonico degli australiani. Questi ultimi sono divisi a loro volta tra momenti più sottotraccia e altri invece esplosivi: ne sono una buona prova i ritornelli.
Aperti, immaginifici, sanno catturare bene con la loro melodia ondeggiante, epica a dir poco, ma al tempo stesso di gran pathos. Tuttavia, il resto non è da meno: nella tortuosa progressione impostata dagli australiani, di rado si può trovare un momento morto. Dai passaggi che uniscono le due anime a quelli più melodici, come l’assolo al centro, da quelli trionfali e potenti a quelli che assumono oscurità, tutto funziona. E il risultato è un piccolo gioiello, breve ma intenso: apre a dovere l’album a cui dà il nome – e all’interno del quale è di poco alle spalle del meglio!

Awakening entra in scena spedita, brillante, quasi allegra nonostante il growl di Stone. Al suo interno nasconde però qualcosa di più mogio, triste in una maniera calorosa: si rivela quasi subito, quando le melodie chitarristiche della coppia Tyson Richens/Daniel Bodnar e le tastiere cominciano ad avvolgere.
È l’avvio di una canzone molto melodica e dimessa, almeno di norma. Le sue armonie sono quasi sempre al centro, toccanti e sempre ben impostate; inoltre, gli australiani non mancano di un tocco di delicatezza anche nei (rari) momenti in cui il pezzo accelera e si incupisce. Come accade al centro: un breve momento in blast beat lascia però spazio a un momento vitale, folk metal positivo. Che a sua volta si trasforma in senso più atmosferico, in un saliscendi avvolgente e d’impatto. Un saliscendi ancora una volta splendido: non sarà tra i migliori di A Throne of Hollow Fire, ma si rivela anch’esso di caratura elevatissima!
Crucible attacca piuttosto oscura, truce: ricorda di nuovo gli Amon Amarth, prima che le orchestrazioni comincino ad avvolgersi intorno alla base metal. È l’inizio di un altro pezzo in cui gli Stormtide mostrano la loro capacità di variare: se la norma di base, pur coi tanti piccoli cambiamenti, rimane su un lato cupo, spesso la musica si apre verso lidi più calmi e ricercati. Un lato che col tempo prende anche il sopravvento.
Al di là di qualche ritorno di fiamma dell’oscurità, la seconda parte è ricca di melodie. Spesso lenta ed eterea, punta parecchio sull’atmosfera, anche nei momenti più vorticosi. Solenne e al tempo stesso malinconica, avvolge grazie anche a elementi come la voce lontana di Stone o un ottimo assolo. Elementi che arricchiscono un episodio ottimo: forse è addirittura il meno bello del disco, ma in qualsiasi scaletta media spiccherebbe invece tra i migliori!

She Who Would Name the Stars inizia gloriosa, eroica, una carica che sin da subito avvolge tra tastiere sinfoniche e cori. Una sensazione che poi tornerà anche negli stacchi più aperti: sognanti e melodici, riescono a colpire benissimo e a stamparsi in mente anche senza una melodia davvero catchy. Merito dell’atmosfera, profonda e soddisfatta, serena ma senza che ciò la renda meno incisiva o meno grintosa.
Il resto è invece più crepuscolare, seppur non del tutto oscuro. Ci sono dei bei momenti aggressivi, ma anche momenti di alta raffinatezza, dovuta soprattutto a Stone, che qui dà il meglio alle tastiere. L’unico passaggio davvero tempestoso è invece nella seconda metà, che dopo una pausa scatta col blast beat di Dean Hullet. Anch’esso però, per quanto crepuscolare, riesce ad avere la giusta ricercatezza, con le tante melodie che lo arricchiscono. E lo rendono un altro elemento riuscitissimo di un pezzo esaltante a dir poco: anche in un album come A Throne of Hollow Fire non può che rappresentare il punto più alto!
Con One Last Pint (at the Duck), come dice il titolo stesso gli Stormtide svoltano verso il tipico folk metal “da taverna”. Ma senza cambiare del tutto genere: la loro anima è presente in sottofondo anche nei momenti più allegrotti, con un tocco di atmosfera. Non parliamo poi di bridge e ritornelli, espansi e con persino un tocco black metal a tratti. Oltre che con una solennità forte: non stona con l’altra aura evocata dal pezzo, ma anzi vi si integra a dovere.
Va ancor più in là nello stesso senso la parte centrale, in cui l’eleganza degli australiani torna, prima di lasciar spazio a uno strano assolo. Tra il metal classico e persino l’elettronica, in una maniera strana si integra però bene nel pezzo. Come quest’ultimo fa nel disco: nonostante la differenza, abbiamo comunque un piccolo gioiello apprezzabilissimo!

Col potente riffage melodeath di Richens e Bodnar, He Who Would Drown the Sun torna subito all’epicità. E anche a una certa cupezza: viene fuori a nei tratti più macinanti, seppur di norma rimanga uno sfondo. Uno sfondo ombroso su cui si stagliano melodie sognanti, colonna portante sia dei momenti più dilatati e calmi, sia di quelli più ricchi, potenti e maestosi. In un lavoro ancora una volta validissimo da parte dei vari strumentisti degli Stormtide, che sanno costruire dei panorami immaginifici di alta classe.
Brillano per esempio sia quelli corali e di nostalgia lancinante, sia quelli delicati e avvolgenti che si aprono spesso, pieni di piccoli fraseggi molto belli. Entrambi quadrano bene il cerchio di una traccia non bella come l’omologa She Who…, ma non importa. Anche così il livello si mantiene elevato, e gli fa meritare un posto in un lavoro come A Throne of Hollow Fire.
Per una volta, invece di entrare in scena rapida, Wayfinders se la prende con calma, con un fraseggio di chitarra pulita, molto malinconica. Ma quando entra in scena, tutto si fa più duro: Hullet tiene il blast quasi fisso, e l’ambiente è tempestoso. Anche se più che cattiveria evoca un bel pathos.
È quest’ultimo a prendersi presto la scena, dopo questo breve sfogo: si spegne di nuovo in una frazione leggera, che poi dà il là a una ripartenza armoniosa. Tra momenti sinfonici e fasi di bellissime melodie folk, momenti di poesia musicale o di dolcezza difficili da trovare nel metal, è una progressione grandiosa. Merito anche di alcuni ritorni oscuri e a tratti battenti: anch’essi contribuiscono allo spettro di un episodio splendido. Il migliore del disco dopo She Who Would Name the Stars.

Eternal Fire attacca estrosa e malinconica, con cori e le tastiere di Stone che quasi ricordano il power metal scandinavo. Un’impostazione che poi la band oceanica comincia a sviluppare in maniera coerente: lasciati da parte il loro lato più estremo (rimane solo il growl del frontman), la musica è molto calma. Non parliamo poi dei refrain: positivi, persino giocosi, sanno colpire il giusto anche con cantato harsh, e non stonano.
Al centro c’è spazio anche per una fase un pelo più oscura e movimentata. Ma senza che manchino ottime armonie, specie da parte di Bodnar e Richens, che a tratti toccano di nuovo il black metal. Anche questo consente a questo passaggio di essere un valore aggiunto per l’ennesima traccia ben riuscita!
A questo punto, gli Stormtide portano a chiudersi A Throne of Hollow Fire con A Warship Braved the Tempest. Un intro tra folk e sinfonico, che già preannuncia la maestosità, poi gli australiani entrano nel vivo con ancor più epicità rispetto a quanto sentito finora. Tra i suoni degli ottoni e il ritmo, lento e marziale, sembra di ritrovarsi alla vigilia di una battaglia: battaglia che poi arriverà quando il lato più death esce fuori.
Sono scatti brevi ma incisivi in una lunga falsariga invece più espansa. Tra momenti eterei e altri col solito florilegio di melodie, va avanti molto a lungo, evocando a tratti sensazioni mogie, altrove invece un calore accogliente, di pathos forte. Pur senza perdere mai un tocco epicheggiante.
È un saliscendi emotivo notevole, che tocca alcuni apici come l’assolo centrale, oppure il momento verso la fine che cita la title-track. A mancare sono invece i momenti negativi: neppure un istante in questi quasi cinque minuti è davvero morto. Ne risulta un pezzo splendido dall’inizio fino al finale, che poi cambia: consta di un breve outro, che dopo una pausa con lo scoppiettare del fuoco viene fuori in un breve frammento con la chitarra folk. Anch’esso valido per terminare nel migliore dei modi un disco del genere!

Forse non c’è neppure bisogno di sottolinearlo, a questo punto, ma A Throne of Hollow Fire è una bomba. Pieno di grandi pezzi e senza alcune vera caduta di stile, si rivela un capolavoro per chi non si ferma alla superficie. Se anche tu sei questo tipo di ascoltatore e apprezzi il folk nordico nelle sue varie incarnazioni, dalle più estreme alle più melodiche, allora gli Stormtide sono un gruppo che ti consiglio con calore. Sarà difficile che tu possa rimanere indifferente, davanti alla maestosità e all’epica della tempesta di emozioni creata qui dagli australiani!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1A Valley of Ashes01:34
2A Throne of Hollow Fire04:09
3Awakening04:02
4Crucible04:22
5She Who Would Name the Stars04:41
6One Last Pint (at the Duck)03:28
7He Who Would Drown the Sun04:11
8Wayfinders04:10
9Eternal Fire03:18
10A Warship Braved the Tempest06:00
Durata totale: 39:55
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Reuben Stonevoce e orchestrazioni
Daniel Bodnarchitarra
Tyson Richenschitarra
Dean Hullettbatteria
ETICHETTA/E:Metal Hell Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Black-Roos Entertainment

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