Black Sabbath – Master of Reality (1971)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEMaster of Reality (1971) è il terzo album dei Black Sabbath, storico sotto molti punti di vista.
GENEREUn suono più ribassato e cupo che in passato: rende questo il primo vero album doom della storia e, con le sue sonorità psichedeliche, è anche all’origine dello stoner.
PUNTI DI FORZAUno stile oscuro e soprattutto di potenza assurda, valorizzato da una registrazione grezza ma fascinosa, adatta alla situazione. È quello che anima una scaletta grandiosa, piena di picchi e senza cadute di stile.
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORISweet Leaf (ascolta), Children of the Grave (ascolta), Into the Void (ascolta), Lord of This World (ascolta), Solitude (ascolta)
CONCLUSIONIMaster of Reality non è solo influentissimo: è un disco eccelso, uno dei picchi della carriera pur prestigiosa dei Black Sabbath. Anche per questo, ognuno che si dica amante del metal dovrebbe possederlo!
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Ci sono dischi così famosi, così importanti a livello storico, che da un lato non ha quasi senso scriverci una recensione. Parliamo di album su cui negli anni è stato detto di tutto; eppure, dall’altro lato è vero che molti di questi lavori riescono, a distanza di decenni, ancora a emozionare. Perciò, alla fine è anche giusto celebrarli, specie quando raggiungono traguardi temporali notevoli. È per questo motivo che oggi Heavy Metal Heaven racconta Master of Reality dei Black Sabbath.
Difficile capire da dove iniziare a parlarne: si tratta di un lavoro con così tanta importanza che è arduo persino avvicinarcisi. In primis, c’è il suo precorrere sonorità che poi saranno riprese da altri non prima di un decennio. Sonorità create forse per caso: la storia vuole che sia stato Tony Iommi, che già suonava con un’accordatura ribassata, a scegliere di abbassarla ulteriormente per facilitare il compito alle sue dita menomate. Caso o no, sta di fatto che il suono di Master of Reality va ancora oltre quanto fatto dai Black Sabbath in precedenza. Per quanto i prodromi ci fossero già nei dischi precedenti, qui si può parlare, senza paura di sbagliare, del primo vero album doom metal della storia. E non solo: visto che gli inglesi in esso mantengono la loro impostazione psichedelica, non è sbagliato attribuirgli anche l’invenzione dello stoner.

È un suono oscuro, a tratti persino aggressivo, e soprattutto di potenza assurda. Merito anche di una registrazione grezza ma fascinosa: non avrà la pesantezza del metal moderno, ma all’epoca era un macigno, e anche a mezzo secolo di distanza fa la sua porca figura. Tuttavia, in Master of Reality non c’è solo l’impatto: qui i Black Sabbath si lasciano andare anche a qualche esperimento diverso, come i due interludi acustici che si aprono all’interno dell’album. Esperimenti che comunque non danno fastidio nell’economia generale.
Non c’è nulla che ci riesca, in effetti: per quanto mi riguarda, Master of Reality è un album perfetto anche nelle sue (minuscole e ininfluenti) imperfezioni. Un album che, nei miei gusti personali, rappresenta il mio preferito della prima era dei Black Sabbath insieme al predecessore Paranoid. Ma che anche in maniera oggettiva si rivela importante e seminale a livelli incredibili.

Un breve intro con la tosse di Iommi messa in loop, poi Sweet Leaf prende il via subito col suo riff, pesante come un macigno. È la base di buona parte del pezzo, accompagnata dalla voce altrettanto iconica di Ozzy Osbourne, acida allo stesso modo, e a tratti da inquietanti, stridenti lead. Per una costruzione semplice, ma davvero vincente con la sua aura sinistra, apocalittica.
Lungo tutta la canzone, si alternano con tratti più aperti e lenti ma oscuri nella stessa maniera: anch’essi sono funzionali al brano. E, a modo suo, lo è anche la fase centrale, l’unica che stacca dal resto per proporsi quasi allegra. Coi suoi virtuosismi da parte di Iommi – ma anche di Geezer Butler e di Bill Ward, che si mettono bene in mostra – è diversissima dal resto. Ma vi si integra bene, grazie anche alla coda doomy: alla fine si rivela un altro elemento riuscitissimo. Per la prima traccia perfetta di una serie appena all’inizio!
Un altro intro di effetti, stavolta eterei, poi After Forever comincia a esplorare il lato più leggero dei Black Sabbath – l’unica canzone di Master of Reality a farlo in maniera più espansiva. Lo si sente dal riff iniziale, scanzonato e positivo in maniera strana, espansa, sfilacciata. Ma anche le strofe fanno il loro: ricordano da lontano il rock psichedelico anni sessanta, con però un tocco di inquietudine e un ottimo livello di potenza, dato dalle dure ritmiche di Iommi.
C’è spazio anche per momenti a metà tra le due norme e per tutta una serie di piccoli esperimenti, tra cori, tastiere e momenti in cui Geezer si fa valere al basso. Ottimo anche l’assolo “iommiano” al centro, classico sì, ma ben fatto: anch’esso contribuisce bene a una traccia molto sottovalutata. Da un certo punto di vista, anche a ragione: rispetto alle altre nel disco, rappresenta il punto più basso. Ma solo per l’eccezionalità del resto: se presa a sé stante, rimane di livello molto alto!

Primo dei due interludi del disco, Embryo è anche quello meno significativo. Coi suoi ventotto secondi di chitarra pulita, più che un brano vero e proprio si rivela un intro ineffabile e carino per Children of the Grave. Che, dopo un ulteriore preludio, quasi un anticipazione dei contenuti, esplode col suo riffage principale, da veri brividi per potenza e cattiveria, tanto da precorrere persino lo sludge metal (!). Di atmosfera magnifica, evoca subito sensazioni nichiliste, a tratti persino rabbiose, oltre che nere come la notte.
Lo fa sia nella sua spettacolare forma strumentale, che tornerà diverse volte nel brano, sia nelle strofe, rese ancor più malate da Ozzy e da schitarrate acute di Iommi che ne aumentano l’inquietudine. Ottimi anche i momenti che la abbandonano, come per esempio il passaggio al centro.
Inizia in una maniera che sembra tornare verso toni brillanti, ma poi svolta su qualcosa di lento, abissale, cupo in maniera opprimente. La tastiera che vi trova posto potrebbe addirittura essere visto come un prodromo del funeral (!), e tutto il resto incide a livelli del miglior doom successivo.
Da citare anche l’assolo più aperto sulla trequarti, uno sprazzo di luce nel buio. Buio che poi si fa persino più profondo, con un finale caotico che sfocia in una coda espansa e orrorifica. Non ci poteva essere fine migliore per un pezzo davvero spettacolare, una scheggia di pura oscurità che dà davvero i brividi!

Frammento più esteso di Embryo, Orchid mette in mostra un lato diverso di Tony Iommi. Il chitarrista dei Black Sabbath qui si adopera per un frammento sereno, calmo, folk rock pulito e con un’inaspettata delicatezza. Niente di trascendentale, ma il risultato è un minuto e mezzo di pace, in cui far rifiatare le orecchie. Prima che Lord of This World faccia risprofondare Master of Reality nelle tenebre.
Qualche istante, e ci ritroviamo di nuovo nella notte, grazie a un altro di quei riff che in seguito sarebbero stati definiti doom metal. In questo caso, è solo il primo di una teoria che poi comincia a evolversi. Senza troppa complessità, è però un vero e proprio spettacolo: ne è un esempio quello che regge le strofe, animato ma al tempo stesso duro, efficace al massimo. Ma anche i momenti più “stoner” e aperti fanno bella mostra di sé in questa evoluzione. Che anche per questo oscilla più di una volta tra oscurità e psichedelia. In una maniera molto ben riuscita.
Da citare sono anche la parte centrale, in cui Ozzy urla parecchio dando al tutto cattiveria, e un finale molto aperto. Due ulteriori elementi di fascino per un’altra traccia sottovalutata, stavolta a torto: abbiamo un pezzo non tra i picchi del disco, ma solo per un pelo. E che merita al cento percento di trovarsi in una scaletta di questo livello!

Altro momento di pace, Solitude è considerabile anche come l’unica vera ballad della scaletta. Più sviluppata rispetto agli interludi, ricorda molto Planet Caravan da Paranoid, ma con le dovute differenze. Meno psichedelica e più delicata, si basa sul lavoro raffinato del basso di Geezer, su cui si posa la voce docile di Ozzy, contornata da venature di flauto, altri lievi effetti e una chitarra di vago retrogusto blues. Che a tratti si prende anche la scena, per fraseggi lenti e calmi.
Non c’è altro in un pezzo che, nonostante i cinque minuti, mantiene di base la stessa melodia, accogliente e calda. E in fondo non ce n’è bisogno: il risultato è ipnotico, avvolgente e di nuovo di altissima qualità!
Tuttavia, va persino meglio con Into the Void, con cui i Black Sabbath concludono Master of Reality. Inizia da un preludio (col titolo informale di “Deathmask”) strisciante, arcigno, doom metal puro di gran carica oscura. Un tocco che in parte rimane più avanti, quando la traccia assume un po’ più di ritmo.
Assoluto protagonista, come sempre, è il riffage di Iommi, possente e a tratti persino macinante. Insieme a Ward e al pesante basso di Butler, creano una falsariga incalzante, solida come un muro, ben aiutata anche dalla velocità di Ozzy. Per un risultato che, anche a cinquanta anni di distanza si rivela un vero e proprio schiaffo in faccia!
Va avanti a lungo nel brano, senza troppe variazioni. Ci sono però un paio di momenti che la abbandonano, come al centro: col ritmo che sale e la voce echeggiata, si rivela del tutto allucinante, da bad trip. Ottima anche la lunga coda finale: tra momenti ritmici graffianti e assoli più distesi e stoner, non è che un’altra prova del talento del chitarrista di Birmingham. Nonché la chiusura perfetta per un episodio che lo è altrettanto: non è solo il mio pezzo preferito dei Black Sabbath con Hand of Doom. Anche obiettivamente, si rivela uno dei picchi assoluti di Master of Reality, e forse addirittura della carriera degli inglesi!

Senza neppure una caduta di stile, Master of Reality è uno dei migliori dischi della prima fase della carriera dei Black Sabbath, che pure di capolavori ne conta ben sei. Come già detto all’inizio, io lo considero il mio preferito con Paranoid: tuttavia, penso che la sua bellezza oggettiva lo renda un must per chiunque. Soprattutto per chi ama doom e stoner, è ovvio, visto che questi generi hanno origine da queste tracce. Credo però che chiunque si definisca amante del metal possa apprezzare l’oscurità e la potenza che filtra da queste tracce. Anche per questo, trovo che tu non abbia scuse. O possiedi una copia di Master of Reality, o puoi solo correre il più veloce possibile a recuperarla, ad ascoltarla e ad amarla come merita!

Cinquant’anni fa quasi esatti, il 21 luglio del 1971, vedeva la luce Master of Reality dei Black Sabbath, un lavoro clamoroso, con pochi eguali in fatto di qualità e anche di storicità, vista il suo già citato contributo a stoner e doom metal. Un disco del genere non poteva essere che celebrato, sia pure in piccolo con questa recensione, allo scoccare del suo quarto di secolo.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Sweet Leaf05:05
2After Forever05:26
3Embryo00:28
4Children of the Grave05:17
5Orchid01:31
6Lord of This World05:26
7Solitude05:02
8Into the Void06:12
Durata totale: 34:27
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Ozzy Osbournevoce
Tony Iommichitarre, flauto (traccia 7), pianoforte (traccia 7)
Geezer Butlerbasso
Bill Wardbatteria
ETICHETTA/E:Sanctuary Records Group
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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