Golden Rusk – Ouroboros (2021)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEOuroboros (2021) è il secondo album dei Golden Rusk, in origine one man band del musicista siciliano Maher ora diventata duo con l’ingresso del cantante statunitense Joshua Marchand.
GENEREPerde la forte influenza grind sentita nel precedente What Will Become of Us? (2016) per abbracciare un death metal moderno, con forti influssi groove e a tratti anche deathcore e thrash.
PUNTI DI FORZAUn grande miglioramento in fatto di maturità e consapevolezza rispetto all’esordio. Ora la band sa dare alla propria musica una direzione ben precisa, con buone atmosfere e riff adatti alla situazione.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ ondivaga, specie nella sua fase centrale. In più, al suo interno ci sono sì pezzi che spiccano, ma mancano quelli eccelsi che potrebbero portarlo ben più lontano.
CANZONI MIGLIORIGift of Death (ascolta), Rise (ascolta), The Disease (ascolta)
CONCLUSIONIPur non raggiungendo l’eccellenza, Ouroboros è un album onesto, godibile, un gradino sopra la media: un grande scatto di maturità per i Golden Rusk, insomma.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
76
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Mi era già capitato, in precedenza, di avere a che fare col progetto Golden Rusk. Sono passati oltre quattro anni da quando mi sono occupato di What Will Become of Us?, esordio di quella che allora era la one man band del musicista siciliano Maher. Un album che ricordo poco: all’epoca non mi aveva colpito molto, lo avevo trovato sufficiente ma non andava oltre, per colpa della sua forte immaturità.
Anche per questo, nella recensione allora scrissi che il mastermind avrebbe dovuto lavorare parecchio per vincere i suoi difetti e fare di meglio. È qualcosa che mi auguro sempre, quando ascolto qualcosa di migliorabile se non acerbo; al tempo stesso, però, so che è difficile riuscire a crescere, specie se i difetti non sono piccoli. È questo il motivo per cui mi sono avvicinato con parecchio scetticismo a Ouroboros, secondo lavoro firmato Golden Rusk. Scetticismo che però, col passare degli ascolti, ho capito essere malriposto: parliamo di un disco che mi ha stupito molto, e in positivo.

A farlo maggiormente è stata la capacità di cambiare tanto rispetto a What Will Become of Us?. Non è solo che ora Maher è stato affiancato dal cantante statunitense Joshua Marchand (il che ora rende la band definibile come “i” Golden Rusk, oltre ad aver reso il progetto internazionale). Soprattutto, la novità più grande è lo stile di Ouroboros, abbastanza diverso rispetto all’esordio. Uno stile che perde il forte lato grind passato per abbracciare un death moderno, che punta su una carica malata, oscura. Non gli manca però l’impatto, dato da forti influssi groove metal e a tratti anche deathcore e thrash.
Spesso però il tutto tende a essere più cupo che potente: merito di qualche influsso alternativo e anche di una registrazione espansa. Non pulitissima, supporta però bene la musica dei Golden Rusk; il punto di forza di Ouroboros è però la sua coesione. Se rispetto a What Will Become of Us? ci sono meno influssi, la musica del progetto ora è molto più consapevole, e ha una direzione ben precisa. Lo si può sentire nelle costruzioni dei brani e anche nel fatto che l’ottimo livello tecnico di Maher sia messo al servizio delle canzoni. Mentre solo in rarissimi frangenti sia fine a sé stessa, come invece accadeva in passato.
Certo, c’è da dire che non tutto è oro: per esempio, ogni tanto, la scaletta tende a essere ondivaga. Al suo interno, inoltre, diversi pezzi spiccano, ma a Ouroboros mancano quelli davvero eccellenti che possano fare la differenza. Ciò però non pregiudica la resa generale: stavolta i Golden Rusk hanno evitato le scollature e le ingenuità gravi che castravano l’esordio. Rispetto a cui il comeback risulta molto più maturo e godibile.

The Calm è, come forse si può intuire, il preludio di rito. Ma niente di sinistro come nella norma del metal estremo: al contrario, in questi primi minuti i Golden Rusk stupiscono con coordinate persino malinconiche. È quanto evoca la chitarra echeggiata protagonista di questo minuto e mezzo: in solitaria all’inizio, viene poi raggiunta da effetti industriali che le danno una nota oscura, ma non oppressiva. Fa quasi presagire un avvio melodico o emotivo per Ouroboros: un auspicio che però viene meno con Rise.
Comincia subito martellante, con la sua impostazione cadenzata, deathcore già cupo, grasso, con influssi groove. Una base che tornerà a tratti anche in seguito, seppur di norma il pezzo sia più diretto. Lo dimostrano strofe death semplici, non velocissime ma in cui si può notare già la carica truce del gruppo, ben data dal growl di Marchand. Una carica che poi esplode quando il pezzo accelera, fino ai refrain: con qualcosa di groove riletto però in maniera schizofrenica, colpiscono bene pur essendo elementari.
A volte la struttura alterna in maniera lineare queste tre anime, altrove le mescola in maniera più tortuosa. Ne è un esempio la scatenata frazione centrale, puro death metal incattivito. Un altro elemento topico per un gran bel pezzo, poco lontano dal meglio del disco che apre.
Dopo una veloce rullata, la successiva The Chase entra in scena con un riffage graffiante, quadrato, di influsso thrash riletto però in chiave moderna. È un’impostazione che rimarrà a lungo base del brano, seppur a tratti il duo la modifichi in senso più groove, come per esempio al centro. Le variazioni maggiori sono però le fasi che si aprono e rallentano, minacciose al punto giusto con la loro cattiveria.
Si rivelano inoltre il momento migliore di un episodio per il resto davvero lineare. Ma non è un problema: pur senza essere nulla di trascendentale, il risultato è lo stesso buono e godibile.

Sin dall’inizio, Endless Suffering mostra un’essenza moderna, ben rappresentata da ritmiche più groove che death. Una base che, dopo un po’, comincia ad alternarsi con tratti invece più classici, death metal dagli influssi thrash.
È un dualismo che si ripresenta spesso nel pezzo, pur con le dovute variazioni. Se la prima anima è ben rappresentata da momenti obliqui, al centro il tutto vira sul death più tradizionale, un momento macabro che colpisce bene. Anch’esso funzionale a un pezzo brevissimo ma valido, di buon impatto.
This Is the End attacca quindi con un vortice ritmico quasi stordente. Una caratteristica fondante per la traccia: lungo tutta la sua durata, la potenza è sempre al massimo. Lo è sia nei passaggi più cadenzati ma con un riffage graffiante, sia in quelli più veloci con un chiaro influsso groove. Ottimi in tal senso anche i rallentamenti truci qua e là: anch’essi aiutano lo sprigionarsi di questo oceano di oscurità e potenza.
Niente male si rivela anche il breakdown più lento e groove al centro, meno opprimente del resto col suo riff spigoloso e un cupo assolo di Maher. Ma va bene anche così: dà una mano a questa breve ma intenso brano a respirare. E, soprattutto, contribuisce a renderlo ottimo, non lontano dai picchi di Ouroboros!
La successiva Blood Spawn si avvia storta, con un riff obliquo – forse anche un pelo troppo. Per fortuna, i Golden Rusk in seguito virano di nuovo verso la bontà: nei primi minuti, non fanno altro che martellare col loro death/groove moderno, possente e cattivo. Niente di eccelso, ma come assalto coinvolge bene.
Ancor meglio va quando, all’improvviso, la sua ferocia ritmica si smorza in un rallentamento abissale, doom del carattere più fangoso e nichilista. Insieme ad alcuni tratti deathcore, tra cui la voce cupa di Marchand, ne vien fuori qualcosa di abissale, cattivo, feroce al massimo anche con la mancanza di velocità.
Lungo la sua durata, il pezzo fa avanti e indietro da questa norma un paio di volte, con variazioni minime. Quella più grande è invece sulla trequarti: groove metal roccioso e quadrato, dà un piccolo tocco diverso a un pezzo per il resto che coi suoi difetti non impressiona, ma risulta più che discreto e apprezzabile.

Two Sides of a Coin nasce promettente, con un beat industrial che sembra preannunciare un cambio di rotta. Poi però ila musica vira verso un riffage che ricorda da lontano quello di Rise: è l’inizio di un pezzo che sembra indeciso se accelerare o rimanere su toni più oscuri: lo dimostrano per esempio i tratti di tempo medio-alto, un po’ insipidi. Seppur i momenti invece più diretti e potenti compensino in parte la mancanza.
Nei tre minuti e mezzo del pezzo c’è poco altro, a parte qualche frangente che cerca di raggiungere il pathos. E ci riesce, in maniera non eccelsa ma buona; tuttavia, all’interno del resto non funziona granché. In generale, parliamo di un episodio senza una direzione precisa. E che, pur risultando decente, non va oltre.
Di sicuro, va meglio con A Means to an End, che all’inizio va all’arrembaggio in maniera vorticosa, per poi calmarsi un attimo. È l’inizio di un’evoluzione che alterna più o meno le stesse due anime: la base, per quanto non esuberante come all’inizio, è incattivita. Sembra quasi di sentire i Pantera, ma con un growl ed elementi death: l’effetto che ne risulta si lascia apprezzare.
A volte però la musica stacca per abbracciare in pieno l’altra norma. Più melodica, quasi mogia, stavolta crea un bel contrasto con l’altra: merito anche delle melodie oscure sottili ma avvolgenti. Le stesse perpetrate anche nella fase centrale, il momento più dissonante e cattivo dell’intera struttura. Anch’esso un valore aggiunto, peraltro, per una traccia buonissima, la migliore della parte centrale del disco!
Purtroppo, a questo punto Marionette abbassa di nuovo il livello di Ouroboros. All’inizio, la sua anima espansa, col basso di Maher e tanti effetti, fa pensare a qualcosa di interessante e diverso dalla media del disco, con la sua oscurità. Poi però all’improvviso i Golden Rusk accelerano: ci ritroviamo così in un momento fin troppo vorticoso. Se alcuni tratti più diretti colpiscono bene, e anche alcuni di quelli più vorticosi e tecnici sanno il fatto loro, altri stavolta stonano parecchio, appaiono quasi casuali. Sembra quasi di risentire le esagerazioni di What Will Become of Us?: per fortuna, non sono così spinte.
Di sicuro, abbiamo un pezzo positivo nel complesso, con alcuni spunti validi. Nel complesso, però, visti i suoi spunti poteva essere migliore: così invece risulta il punto basso della scaletta con Two Sides of a Coin!

Per fortuna, ora la flessione al centro del disco è finita: in chiusura, il duo piazza una bella accoppiata che ne risolleva le sorti. Si comincia a macinare di nuovo bene con Gift of Death, che senza preludi entra subito nel vivo col suo death metal possente. Un lato stavolta preminente rispetto a quanto sentito finora nel disco.
Questo genere permea sia i momenti più lenti ma nervosi per quanto riguarda il riffage di Maher, sia i più veloci, pure contaminati (di poco) dal groove in certi frangenti. In un’evoluzione stavolta meno lineare e più tortuosa rispetto a quanto sentito finora: il gruppo si rivela però molto bravo a gestire la complessità.
Partecipano a questo anche diversi tecnicismi, stavolta incastrati nella giusta maniera all’interno degli stacchi. E anche la fase centrale, tra groove, metalcore e alternative, aiuta la varietà interna: si tratta di un breakdown lungo e sfaccettato, ma avvolgente. Oltre che ben sposato con l’aura truce del resto: anche questo aiuta il pezzo a risultare ottimo, il picco assoluto del disco!
Non va troppo peggio, tuttavia, con The Disease, con cui Ouroboros si chiude. Al suo interno, i Golden Rusk virano con forza sul loro lato deathcore: un intro con un effetto bizzarro, poi è quest’anima a dominare i primi istanti. E a ritornare anche quando, con lentezza, la musica assume influssi death e groove.
È un processo che arriva fino a metà, quando all’improvviso il tutto vira su lidi più estremi, death metal di gran impatto. È l’inizio di una nuova fase, che però a sorpresa conduce pian piano la traccia verso toni inediti, più calmi e persino sentiti, con una malinconia strana. Che però funziona: accompagna il pezzo in un esteso processo in cui pian piano si spegne, fino a che un assolo quasi sereno, musicale e avvolgente di Maher non decreta la fine. Una fine particolare ma valida per un episodio particolare, ma a un’incollatura dal meglio del disco. Nonché un finale più che appropriato per un album così!

C’è da dire, a questo punto, che forse i Golden Rusk potrebbero addirittura fare di meglio in futuro, rispetto a quanto sentito qui. Per esempio, aumentando la consistenza del lato deathcore: non è un caso se le canzoni con più elementi del genere sono tutte apprezzabili. Insomma, c’è materiale su cui lavorare; tuttavia, penso che per ora ci si possa anche accontentare senza problemi di Ouroboros.
Non sarà il disco che cambia le sorti del death metal, ed è probabile che il progetto di Maher non riesca mai a farlo. Ma in fondo, che importa? Parliamo pur sempre di un onesto disco un gradino sopra la media, inciso da una band che, dopo la sua incredibile maturazione, sa quali tasti toccare per intrattenere in maniera oscura e malata. Ecco perché, se ti piace il genere e non cerchi un capolavoro a tutti i costi, il mio consiglio è di dare al duo internazionale una possibilità!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Calm01:27
2Rise03:33
3The Chase04:05
4Endless Suffering03:06
5This Is the End03:09
6Blood Spawn05:33
7Two Sides of a Coin03:29
8A Means to an End03:16
9Marionette03:46
10Gift of Death04:40
11The Disease05:12
Durata totale: 41:16
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Josh Marchandvoce
Mahertutti gli strumenti
ETICHETTA/E:Volcano Records/Dark Hammer Legion
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Split Screen Management

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