Sirenia – Perils of the Deep Blue (2013)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEPerils of the Deep Blue (2013) è il terzo album dei Sirenia.
GENEREIl solito gothic metal sinfonico con voce femminile, ma con molte più sfaccettature rispetto al solito.
PUNTI DI FORZAUno stile molto variegato, con a tratti persino strutture complesse ma di norma ben gestite. In generale, i norvegesi mostrano consapevolezza e capacità degne della loro fama.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un filo ondivaga a tratti, per colpa di una lunghezza forse eccessiva.
CANZONI MIGLIORIDitt Endelikt (ascolta), Stille Kom Døden (ascolta), Darkling (ascolta), A Blizzard Is Storming (ascolta)
CONCLUSIONIPur non essendo il miglior album dei Sirenia, Perils of the Deep Blue è ottimo, un disco tutto da scoprire per chiunque ami il symphonic/gothic metal con voce femminile!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
86
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Per quanto mi riguarda, ho un rapporto un po’ ambivalente coi Sirenia. Se è vero che da un lato li ritenga una band godibile, dall’altra non li ho mai considerati alla pari coi ai grandi nomi del metal. Seppur Morten Veland sia tra gli inventori di un certo tipo di gothic metal sinfonico, con questo secondo progetto non ha mai raggiunto l’eccellenza, se non coi primi due storici album. Con quelli successivi, piacevoli ma nulla di più, i Sirenia non hanno fatto che vivacchiare, senza riuscire più a esprimersi su alti livelli. O almeno, la pensavo così finché non ho scoperto il loro sesto lavoro Perils of the Deep Blue.
Quando mi ci sono approcciato, giusto pochi mesi fa, non mi aspettavo altro che il classico album dei norvegesi. Cosa che in effetti è, ma in una maniera più consistente che mi ha stupito parecchio. A partire dalla sua grande varietà.
Se di base quello di Perils of the Deep Blue è il solito symphonic/gothic metal con voce femminile che i Sirenia affrontano da sempre, in questo caso sono presente molte più sfaccettature. Già il fatto che il lato gotico sia più spinto rispetto al solito è qualcosa che si distingue. Soprattutto, però, la band brilla per la varietà del suo spettro, che a tratti la porta persino su lidi estremi.
Il tutto è impostato in strutture a tratti persino complesse, ma di norma ben gestite. In generale, qui i Sirenia mostrano una consapevolezza e delle capacità degne della fama che hanno. E il risultato è che Perils of the Deep Blue è un lavoro ispirato e valido. Almeno di solito.
È vero anche, dall’altra parte, che a tratti la scaletta si rivela un po’ ondivaga, con alcuni momenti in cui i norvegesi si perdono. Colpa soprattutto di una lunghezza un po’ eccessiva da parte del lavoro: di sicuro, tagliando un paio di pezzi il risultato sarebbe stato migliore. Ma in fondo non è un problema così grave: di solito i Sirenia riescono a tenere l’asticella molto alta. E a rendere Perils of the Deep Blue se non un capolavoro, almeno di ottimo livello.

Niente più del classico intro, Ducere Me in Lucem si mostra per ora meno pomposo e pieno di quanto si sentirà poi. La musica si giostra tra una base sintetica, ambient, e orchestrazioni altrettanto lievi: all’inizio in solitaria, vedono poi l’ingresso in scena anche dei gorgheggi di Ailyn (e, al centro, anche di lievi cori). Il tutto è musicale e piacevole, pur andando avanti un filo troppo a lungo nei suoi tre minuti e mezzo. Poco male, comunque: come avvio di Perils of the Deep Blue è carino, prima che Seven Widows Weep spezzi la pace.
Tra cori e componente sinfonica, il suo avvio sembra quando di più classico nel trademark dei Sirenia. Poi però il gruppo norvegese comincia ad aggiungere elementi di oscurità. Lo si sente prima nel riff, da black metal del tipo più aggressivo, e poi anche nel growl di Veland: sono la base di strofe più spoglie e rabbiose. Che lo rimangono anche quando la frontwoman o svolazzi orchestrali tornano all’interno.
Più melodiosi sono invece i ritornelli, ma anch’essi hanno un che di nervoso: merito del ritmo veloce, quasi estremo. L’unico momento davvero tranquillo è invece al centro: dopo un altro momento corale, vira per un po’ su una calma soave, seppur malinconica, persino desolata a tratti. Colpa della morbidezza presente ovunque (se non nel finale, quasi power) però sempre avvolgente: è una buona variazione per un episodio lunghissimo (quasi sette minuti) ma ottimo per tutta la sua durata!
La successiva My Destiny Comes to Pass inizia ancora sinfonica, e stavolta non è un’illusione. Tra ritmiche gothic e orchestrazioni catturanti, è (quasi) il classico pezzo del gruppo di Morten Veland. Anche nella struttura, abbastanza semplice: al di là della norma iniziale, che a tratti torna, abbiamo la più tradizionale delle impostazioni. Alterna strofe crepuscolari, pesanti, che cominciano ad accumulare tensione, bridge che si fanno sempre più vorticosi continuando l’impresa, e refrain che invece si aprono. Pieni di melodia, dolci, sanno essere zuccherosi ma senza risultare stucchevoli, e colpiscono a dovere.
Certo, a tratti il tutto stupisce con qualche soluzione particolare, o con la ricercatezza del lato sinfonico. Ma di norma, non ci sono particolari spunti di originalità. E non servono neppure: anche così parliamo di un episodio godibilissimo, non tra i migliori del disco ma di qualità elevata!

Se finora Perils from the Deep Blue è stato valido, con Ditt Endelikt i Sirenia alzano ancora il tiro. Sin dall’inizio, pende di più sul gothic metal, con la tastiera che stavolta tende più a dare ricercatezza col suono di pianoforte che ad aggiungere un tappeto. Il che è però una scelta vincente.
Così spoglio, il complesso funziona alla grande a livello melodico. Merito anche del cantante ospite Joakim Næss, la cui voce pulita (e in norvegese), quasi da musica pop, dà un tocco diverso alla musica del gruppo. È lui il valore aggiunto sia nelle strofe, mogie e sottotraccia, sia soprattutto nei ritornelli, catchy in maniera da brividi. Sanno evocare una malinconia unica, quasi da brividi, che colpisce benissimo.
Col tempo, inoltre, il lato sinfonico del gruppo torna a farsi sotto. Ma senza interferire col resto della canzone, che anzi rimane emozionante in ogni momento, compreso il buon assolo centrale, dimesso e gotico prima di un momento strano, spaziale con la voce (in spagnolo) di Ailyn, oppure il finale più intenso. Tutti elementi validi di un piccolo gioiello, uno dei picchi assoluti della scaletta.
La successiva Cold Caress torna quindi ai dettami più puri del metal sinfonico, con un avvio quasi da manuale. Un avvio che però contiene una nota oscura: verrà poi sviluppata a lungo nel pezzo. Ne sono contagiati sia le strofe, preoccupate grazie alla frontwoman e al riffage di Veland, dai tratti metal classico a volte, sia i ritorni di fiamma dell’inizio.
Più calmi sono invece i chorus, che però hanno un problema: la loro melodia stavolta manca un po’ di carisma. Sono gradevoli ma non vanno granché oltre: dopo canzoni che avevano più presa, ciò quasi stona. Per fortuna, non troppo: il complesso risulta lo stesso valido, compresa la fase centrale, divisa tra inizi neoclassici, un interludio sintetico e un finale estremo, quasi groove metal non fosse per le orchestrazioni. Anch’essa contribuisce bene a un brano che sarà sotto la media in Perils from the Deep Blue, ma in fondo non dà granché fastidio.

Darkling si avvia desolata, sin da subito più spostata sul versante gothic dei Sirenia. E ancora una volta, è la scelta giusta: seppur stavolta la componente sinfonica sia ben presente, a evidenziarsi è soprattutto il senso triste, crepuscolare tipico del genere.
Accade soprattutto nelle strofe, lente e cadenzate anche nel riffage, profondo e quadrato: accompagna bene la voce di Ailyn in un ambiente dimesso, sconfortato. Un ambiente neppure troppo potente: l’energia viene riservata invece per i ritornelli, in cui a cantare è Veland col growl. Ma nonostante ciò, la melodia generale e i giri delle chitarre non hanno aggressività: il contrasto si pone perciò passionale, espressivo.
Ottima anche la fase centrale, più variegata dal punto di vista dell’atmosfera: le orchestrazioni creano a tratti un tono quasi sereno, altrove cupo e solenne. In entrambi i casi, sono funzionali a una traccia realizzata in maniera eccellente, neppure troppo distante dal meglio del disco!
Decadence esordisce quindi con sonorità elettroniche, che ne definiscono da subito la cadenza, ancora molto gotica. Una cadenza accoppiata presto a ritmiche pesanti, in un ibrido ben pensato.
Domina in gran parte della falsariga di base, che altrove vede dominare la già sentita anima sintetica. Se quest’ultima costituisce parte delle strofe, il resto è più pesante, compresi i refrain. Ancora gothic, possono contare su un’altra melodia vocale molto azzeccata da parte di Ailyn, che valorizza molto la canzone.
Lo stesso vale per la fase centrale, tra melodie gothic e una maggiore aggressività, con growl e ritmiche graffianti. Anche se la più degna di menzione è il momento sulla trequarti: ancora in chiave elettronica, aggiunge un tocco sognante e mogio al complesso. Il risultato non sarà eccezionale, ma solido e ottimo sì: di sicuro non demerita di stare in una scaletta così.

Se finora, a parte rari casi, Perils of the Deep Blue è stato lineare, i Sirenia cambiano direzione con Stille Kom Døden. Lunga suite, lascia da parte sin dall’inizio il dinamismo sentito finora per qualcosa di lento. A tratti di retrogusto doom metal, è una lunga progressione che alterna momenti più pesanti e altri più espansi, leggeri. La loro alternanza è guidata dal ritmo placido e dal filo rosso dell’atmosfera: va da tratti più penetranti ad altri più sottili, ma è sempre la stessa. Mogia, intensa, ha un gran bel pathos: lo si sente in particolare in passaggi come quelli considerabili ritornelli, quasi teatrali nel loro dramma. O nelle fasi in cui Veland si fa sentire anche a livello solistico, per momenti rallentati e magici, che ricordano persino il doom più profondo degli anni novanta.
C’è spazio a tratti anche per alcuni momenti più veloci o tesi: sono però brevi sfoghi che poi si perdono in un paesaggio molto calmo. Che sia di matrice acustica o, a tratti, di retrogusto folk, anche questi momenti “di stanchezza” funzionano bene nella struttura complessa della suite. Che, anche per questo, coi suoi quasi tredici minuti non annoia quasi mai. Il risultato è una lunga evoluzione onirica, di gran magia, sempre di alto alto livello nelle emozioni evocate. Sarà diversa dal resto del disco, ma non importa: anche così parliamo di un piccolo gioiello, il migliore del disco insieme a Ditt Endelikt. Segno che gli esperimenti istrionici (e anche il testo in norvegese, si potrebbe dire in maniera ironica) pagano!
Con The Funeral March, i Sirenia tornano quindi a qualcosa di più semplice e lineare. Si comincia da un attacco sinfonico molto classico, pur nella sua anima cadenzata, che tornerà più avanti. Non solo nei classici momenti strumentali: anche i ritornelli ne riprendono la forma, seppur in versione più spoglia. E anche disperata: merito di Ailyn, che conferisce loro una grande melodia, tragica e intensa al punto giusto.
Contribuiscono allo scopo anche le strofe, più di basso profilo (e voltaggio, vista l’alto livello di melodia) ma funzionali. Aiutano bene il senso ombroso che è l’essenza forte del pezzo; lo stesso vale per la sezione centrale, gothic classico a parte il growl di Veland e un finale grasso e possente. Un altro elemento valido per un brano forse non tra i migliori di Perils of the Deep Blue, ma per il resto davvero ottimo!

Profound Scars ha un avvio quasi esotico, col flauto a cui poi si sovrappone un riffage battente. È l’inizio di una progressione più tortuosa rispetto a quanto i norvegesi ci abbiano fatto sentire finora. Se la norma di base è un gothic metal delicato con una sua solennità, spesso la linea musicale se ne diparte: ne sono un esempio i chorus. Quasi lancinanti, sono più grezzi e sfilacciati del resto, il che gli consente di andare verso l’atmosfera. Fatto in parte vero anche per le strofe, con una nota elettronica mai nascosta.
Entrambe le componenti sono positive, ma a tratti il gruppo tende a svariare troppo: le prove principali di ciò sono i bridge, obliqui e quasi “circensi” nel loro virtuosismo, oppure la fin troppo bizzarra fase centrale. Un fatto che però stona col resto; in generale, non sempre la complessità messa in campo funziona bene. È il principale difetto di un pezzo sottomedia rispetto alla scaletta: più che discreto, piacevole, risulta però il meno bello dell’intero Perils of the Deep Blue. Il che la dice lunga su quest’ultimo.
In ogni caso, i Sirenia chiudono ora i giochi con A Blizzard Is Storming, che nel finale rialza di nuovo l’asticella, e con forza. Si sente sin da subito che è la fine: i norvegesi sono bravi a infondere, sin dai primi secondi di metal dopo il breve intro ambient, un senso ineluttabile molto azzeccato. Lo si sente già da subito nei cori, a cui poi fa seguito un’Ailyn mogia, dimessa in un senso delicato.
Le strofe, lente e spoglie (se non per qualche svolazzo) proseguono tutte su questa linea. Poi però confluiscono in chorus ben più pieni. È allora che la cantante evoca un senso depresso, lancinante, davvero eccellente: ancor più lodevole, se si conta che la melodia è catchy all’estremo, e cattura subito! È il momento migliore del pezzo, ma anche il resto non scherza: l’altra norma funziona bene. Lo stesso si può dire della fase centrale, che parte malinconica e termina aggressiva, l’ultimo sfogo di Veland sia alla chitarra che al growl. Il risultato di tutto ciò è un pezzo solido, ottimo, neppure troppo lontano dal meglio del disco: come chiusura per quest’ultimo, c’era poco che poteva essere meglio!

Come già accennato all’inizio, forse Perils of the Deep Blue non sarà un capolavoro, né il migliore dei Sirenia, ma non importa. Anche così si rivela di alta caratura, con qualche spunto assoluto che da solo gli fa meritare un ascolto e pochissime cadute di stile. Se ami il gothic metal sinfonico con voce femminile, è insomma un album tutto da scoprire: se non ti è mai capitato, facci un pensiero!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ducere Me in Lucem03:33
2Seven Widows Weep06:57
3My Destiny Coming to Pass05:16
4Ditt Endelikt06:10
5Cold Caress05:57
6Darkling05:35
7Decadence04:58
8Stille Kom Døden12:42
9The Funeral March05:34
10Profound Scars06:09
11A Blizzard Is Storming04:53
Durata totale: 01:07:44
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Ailynvoce
Morten Velandvoce, chitarra, basso, tastiere, pianoforte, theremin, mandolino, ukulele, armonica, flauto
OSPITI
Emilie Bernoucori
Mathieu Landrycori
Damien Suriancori
Emmanuelle Zoldancori
Joakim Næssvoce (traccia 4)
ETICHETTA/E:Nuclear  Blast
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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